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Dieci Paesi in crisi, distrutti da conflitti dimenticati

Oltre alle giustamente iper discusse crisi che interessano Paesi come Siria, Turchia e Venezuela, ve ne sono molte altre che logorano altri Paesi da anni, nella quasi totale indifferenza mediatica. L’atteggiamento assunto nei confronti di queste problematiche è quasi di rassegnazione, di “dato per scontato”, di disinteresse, per non dire di ignoranza. Qui c’è qualche spunto di riflessione per andare oltre l’agenda proposta dai media mainstream, per prendere atto di qualche problematica trascurata, ma pur sempre esistente e che continua, in certi casi da decenni, a danneggiare gruppi sociali o Paesi interi.

Le violenze del governo eritreo

Nel regime eritreo presieduto da oltre 25 anni dal partito unico di Isaias Afewerki la violenza è ordinaria amministrazione. Nel 1993 Afewerki salì al potere, cominciando a rafforzare la sua influenza e mandando in fumo le aspettative di pace e stabilità dei cittadini, stremati da anni e anni di guerre per l’indipendenza dall’Etiopia. Da allora il controllo serrato da parte della polizia nei confronti dei cittadini è degenerato in episodi di sparizione forzata, torture, schiavitù, stupri e omicidi per tutti gli accusati di non essere uniformati ai voleri del regime o per quelli sospettati di voler lasciare il Paese.

Somalia, tra guerre e corruzione

In Somalia, invece, è la corruzione la vera sovrana: sia interna che esterna, ha condizionato irrimediabilmente il Paese determinandone ormai il fallimento. Alle ultime elezioni diversi Stati islamici tra cui Turchia, Sudan, Emirati Arabi e Qatar sono intervenuti nel tentativo di condizionare l’esito del voto per promuovere una certa idea di Islam dalle sfaccettature politiche. Oltre a questo, le guerre intestine per la riconquista dei territori controllati dai ribelli estremisti islamici unite alla corruzione e alle frequenti siccità rendono la Somalia uno dei Paesi che soffrono di più la fame.

Rohingya, un popolo senza diritti

Considerato da molti come la “minoranza più perseguitata al mondo”, il popolo Rohingya è rifiutato e maltrattato da Paesi come Birmania, Thailandia, Malesia ed Indonesia. In particolare, la Birmania nega loro qualsiasi diritto non riconoscendoli come gruppo etnico facente parte del popolo Birmano, esponendoli così a episodi di intolleranza e discriminazione a causa della loro fede islamica. Solo negli ultimi giorni sono morte più di 98 persone durante alcuni scontri violentissimi tra la minoranza e l’esercito: un déjà vu, dato che non è la prima volta che le due fazioni si scontrano, tuttavia colpisce il fatto che di anno in anno la situazione vada sempre peggiorando. Basti pensare al fatto che il governo centrale ha ritirato le “carte di identità temporanee” dei Rohingya rendendoli, a tutti gli effetti, apolidi nel proprio Paese.

Le guerre intestine dello Yemen

Lo Yemen invece dal 2015 è attraversato dal violento conflitto scoppiato per reprimere i ribelli Houthi, una minoranza sciita che non accettò mai la vittoria alle elezioni del 2012 del presidente Hadi. Nel silenzio generale, decine e decine di bombe sono state scagliate su ospedali, scuole e altri edifici pubblici. Le conseguenze sono drammatiche: migliaia di morti e milioni di sfollati, il tutto aggravato dallo scoppio di un’epidemia di colera che continua a mietere ulteriori vittime.

yemen guerra dimenticata
Fonte: Rolling Stone

Afghanistan, una crisi dimenticata

La situazione afgana è stata oggetto di attenzione mediatica nel corso dei primi anni del 2000 per poi finire nel dimenticatoio, nella routine, nell’insieme di quelle situazioni trascurate perché quasi scontate. Nessuno più si stupisce o si preoccupa per l’ennesima bomba in Afghanistan, e ormai si parla sempre meno del lascito dell’operazione americana: una sorta di stato militare che, come ricordato qui, è estremamente frammentato, dove più gruppi e Paesi continuano a esercitare influenza e a infiltrarsi bloccando uno Stato intero sotto la morsa della violenza, della corruzione e degli interessi particolaristi. Un segnale del deteriorarsi della situazione sicurezza è la decisione della Cooperazione italiana di ritirare i suoi dipendenti da Kabul, una città sempre più pericolosa come ci ha raccontato Gialuca Solera di COSPE onlus.

Filippine, una carneficina contro il narcotraffico

Da quando Rodrigo Duterte è diventato presidente delle Filippine, nel Paese si stanno consumando quotidianamente vere e proprie carneficine che sarebbero giustificate da una presunta lotta alla droga in nome della quale si massacrano consumatori, distributori, o anche semplici sospettati. Le accuse spesso sono infondate e sembrerebbe essersi creata una sorta di “economia degli omicidi” dove torture, uccidere e organizzare funerali sono diventati un vero e proprio business.

Ucraina, un Paese bloccato dalle truppe

Come nel caso afghano, anche in Ucraina l’attenzione mediatica nei confronti dei conflitti e delle tensioni che bloccano il Paese si è ridotta al silenzio. Nonostante gli scontri siano diminuiti la tensione resta alta, insieme al numero delle vittime, mentre le prospettive di risoluzione del conflitto sono lontane. Tra gli scontri sostenuti dai ribelli, la militarizzazione della Crimea da parte delle truppe della Russia, i tentativi di attentati e gli arresti strategici la situazione appare tutt’altro che rilassata: a complicare il quadro vi è il braccio di ferro tra Russia ed Europa sul caso.

La contesa per la Valle del Kashmir

Da quasi 70 anni sulla valle del Kashmir tra India e Pakistan si alternano periodi di violenza a periodi più tranquilli. La ragione dello scontro riguarda il controllo della zona, causa di diverse guerre combattute tra i due Paesi in passato. Nel 1948 l’Onu attribuì il territorio all’India che avrebbe poi dovuto tenere un referendum per far decidere alla popolazione a che nazione affidarsi, ma non avvenne mai nulla di fatto e da allora ciclicamente le tensioni tornano ad esplodere, come è successe lo scorso anno, con un gran numero di vittime.

Il Tibet e l’indipendenza mai concessa

Lo scorso marzo le forze militari cinesi hanno sfilato nei territori del Tibet in occasione dell’anniversario della rivolta del 1959 promossa dai sostenitori dell’indipendenza del Tibet, in cui morirono oltre sessantamila persone. Anche il Tibet, quindi, soffre ancora una situazione che si protrae da anni e anni nella quasi totale indifferenza, dove l’intransigenza regna sovrana e i diritti dei cittadini vengono facilmente violati: oltre alla minaccia della violenza sono state represse la libertà di parola, di religione, di movimento, di associazione e di riunione in tutto il territorio tibetano.

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Fonte: Corriere della Sera

La Colombia e la violenza dei gruppi paramilitari

Nonostante l’accordo tra il governo e le Farc, che pone fine a un conflitto interno durato oltre cinquant’anni, in Colombia si parla ancora di “crisi invisibile”. Infatti, minacce aggressioni e omicidi sono ancora un problema attuale, soprattutto nei confronti dei difensori dei diritti umani e afro-colombiani. Gli autori di queste violenze sarebbero, ancora una volta, provenienti da gruppi paramilitari che hanno abilmente riempito il vuoto di potere creatosi successivamente all’accordo con le Farc, imponendosi sulla scena.

 

Elena Baro

[L’immagine di copertina è di Asif Hassan per AFP]

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