Nell’abisso del Venezuela: un paese in un “vicolo cieco”?

“Venezuela is a mess”. Incalzato dalle domande di alcuni giornalisti a margine di un incontro con il presidente argentino Mauricio Macri, Donald Trump non ha usato giri di parole per descrivere il delicato momento che sta attraversando il paese sudamericano. Consapevole o meno della gravità degli eventi attualmente in corso in Venezuela, Trump ha involontariamente trovato la definizione più appropriata per l’attuale situazione del paese.

In ordine di tempo, l’ultima eclatante – sebbene non totalmente sorprendente – decisione del governo chavista di Nicolás Maduro è stata quella di avviare il processo per il ritiro dall’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), principale istituzione di dialogo e forum di discussione tra i paesi americani. La misura adottata dal governo di Caracas ha preso in contropiede l’organizzazione stessa che aveva convocato, poche ore prima, una riunione tra i ministri degli esteri dei paesi membri proprio per discutere di quanto sta avvenendo nella repubblica boliviana.

La decisione è stata comunicata mercoledì tramite un annuncio ufficiale del Ministro degli Affari Esteri Delcy Rodríguez, la quale ha denunciato l’ingerenza esterna – soprattutto da parte degli Stati Uniti – nella vita politica del suo paese. “Oggi ci siamo svegliati più liberi ed indipendenti. Ci siamo liberati dalle catene del monroismo ha dichiarato il ministro Rodríguez in una conferenza stampa convocata ad hoc giovedì. Lo stesso ministro ha affermato che il 26 aprile rappresenta una data storica per il processo verso l’effettiva indipendenza venezuelana, seconda soltanto al 19 aprile 1810, data della dichiarazione d’indipendenza dalla Spagna ed al 4 febbraio 1992, data del fallito tentativo di golpe orchestrato da Hugo Chávez e da altri colonnelli dell’esercito.

Come riportato da teleSUR, l’articolo 143 della carta dell’OSA prevede che il processo per la definitiva uscita da parte di un paese membro abbia una durata di 24 mesi a partire dalla notifica ufficiale presentata alla Segreteria Generale dell’organizzazione. Si tratta, tuttavia, della prima volta che un paese membro decide di attivare tale articolo.

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La bandiera della Organizzazione degli Stati Americani

Un paese nel caos

Parallelamente, le strade di Caracas si sono trasformate in teatro di continui e violenti scontri tra manifestanti e forze di polizia: gli ultimi numeri riportati dall’agenzia di stampa Reuters parlano di 29 vittime accertate ma i dati sono in continuo aggiornamento. Le immagini delle proteste stanno facendo il giro del mondo.

Le proteste – più volte evocate e sostenute dalla coalizione d’opposizione Mesa de la Unidad Democrática (MUD) – si susseguono ormai da fine marzo a seguito della decisione del Tribunal Supremo de Justicia (TSJ) di esautorare l’Assemblea Nazionale dei propri poteri e di sostituirsi ad essa nello svolgimento dei suoi compiti. Nonostante la decisione sia stata parzialmente revocata poco dopo, le proteste non sembrano placarsi. I manifestanti chiedono elezioni anticipate, la liberazione degli oppositori incarcerati dal governo di Maduro ed aiuti internazionali per alleviare la condizione di scarsità alimentare che affligge il paese.

La situazione politica in Venezuela è incandescente già da ottobre quando il governo aveva sospeso illegalmente il processo di recall presidenziale avviato dai membri dell’opposizione. Agli articoli 72 e 233 della costituzione del 1999, il Venezuela – così come altri paesi americani – prevede e regolamenta infatti la possibilità di convocare un referendum revocatorio per sollevare dalla propria carica qualsiasi rappresentante eletto. Ad un referendum di questo tipo, oltretutto, si era già sottoposto il presidente Chávez nel 2004, risultandone poi vincitore.

Dopo un’iniziale fase preparatoria, le modalità di presentazione del quesito referendario prevedono il raggiungimento di un numero di firme pari al 20% dell’elettorato (art. 72). Tuttavia, ad ottobre il TSJ ha stabilito che tale percentuale debba essere raggiunta singolarmente in ogni stato del Venezuela e non sul totale degli elettori a livello nazionale. Tale scelta è stata percepita come una vera e propria volontà politica di dilazionare ulteriormente i tempi necessari per la presentazione della domanda e quindi come un ingiustificato ostacolo posto da Maduro al fine conservare la propria carica. Già allora erano iniziate diverse manifestazioni popolari ma la MUD aveva tentato di intavolare un inutile dialogo con il governo. Adesso le circostanze sembrano essere cambiate.

La risposta del governo di Maduro, però, non si è mostrata minimamente conciliatoria: la sua perentoria repressione di ogni forma di dissenso popolare sta contribuendo a gettare il paese in un vortice di caos e violenza che rischia concretamente di trasformarsi presto in guerra civile.

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Nicolas Maduro – Fonte: Limes

Una “crisi umanitaria”

Quella del Venezuela è una crisi politica e sociale che si protrae da parecchi mesi e che ha raggiunto il proprio climax di violenza negli eventi delle ultime settimane. Agli albori di tale crisi vi è un grave e profondo declino economico, causato in parte dal crollo del prezzo del petrolio ed aggravata da un’inflazione talmente alta da aver quasi completamente privato di valore il bolívar venezuelano.

In Venezuela, ormai da tempo, risulta pressoché impossibile procurarsi beni di prima necessità. I negozi ed i supermercati semivuoti sono presi d’assalto da lunghe file di persone stanche ed affamate e la frontiera con la Colombia (quando viene aperta) vede il continuo passaggio di venezuelani alla ricerca di latte, farina o carta igienica. Anche al confine con il Brasile, negli ultimi mesi, la situazione è gravemente peggiorata. L’ONG Human Rights Watch ha descritto le condizioni di indigenza in cui versano i migranti venezuelani che hanno attraversato la frontiera con il Brasile in cerca di medicine, beni primari o in taluni casi di lavoro temporaneo. La loro è stata definita una “crisi umanitaria” che sta mettendo a dura prova il sistema d’accoglienza della regione brasiliana del Roraima, già saturo ed in palese difficoltà. L’ONG si è rivolta ai governi latinoamericani affinché “esercitino pressione” contro il regime di Maduro.

Il governo di Maduro ed i suoi sostenitori hanno risposto alle critiche mosse dall’opinione pubblica internazionale prendendo scelte autoritarie ed incontrovertibili. Il rischio attuale è che il paese si stia avvicinando pericolosamente ad una condizione di isolamento internazionale da cui sarà difficile uscire in futuro. In un articolo de El País del 6 febbraio – quindi prima dell’inizio dei tumulti dell’ultimo mese – la situazione politica venezuelana è stata definita un “callejón sin salida”, un vicolo cieco. Di certo, la scelta di abbandonare l’OSA è prodromica di una serie di eventi che nei prossimi mesi potrebbero portare ad una crisi ancora più grave di quella attuale.

Gianmarco Maggio

Immagine in Copertina, Fonte: Ilfattoquotidiano.it

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