“Humanz”, Gorillaz: una recenzione zenza preteze

Venti tracce (ventisei nella versione deluxe, in streaming su Spotify), per un totale di un’ora e nove minuti di musica. Trenta collaborazioni complessive, da Vince Staples a Danny Brown, da Jehnny Beth delle Savages a Benjamin Clementine, dagli onnipresenti De La Soul a Noel Gallagher (qualcuno ha detto britpop wars?). Una campagna mediatica probabilmente senza precedenti per il lancio un album che ha contato, tra le altre cose, cinque video (di cui 4 rilasciati contemporaneamente), un’app per smartphone, eventi a realtà aumentata replicati su scala mondiale, interviste ai personaggi animati della band e in genere una comunicazione che ha sfruttato senza pietà ogni canale possibile e immaginabile. Non c’è da stupirsi se, a soli due giorni dalla sua uscita, è già al primo posto nella classifica iTunes di 49 Paesi.

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La copertina dell’album.

Come si fa a recensire un disco del genere? Da dove si parte per scrivere di Humanz, il quinto lavoro in studio dei Gorillaz, forse la più famosa tra le creature partorite dal cornucopico talento di Damon Albarn? Che cosa dire di un album su cui, a poche ore dall’uscita, è già stato detto tutto?

Vabbe’, ce se prova.

Partiamo dal presupposto che Humanz è a malapena considerabile un album, almeno nel senso classico del termine. La quantità e l’eterogeneità delle collaborazioni lo rende quasi una playlist, seguendo quella tendenza già inaugurata da Drake col suo ultimo disco More Life. A questo va aggiunto il noto eclettismo della virtual-band timonata da Damon Albarn, che mescola da sempre – e in Humanz ancora più del solito – stili e generi diversi: dub e dubstep, hip-hop, soul, rock, venature di malinconia blues, dance ed elettronica. I dischi dei Gorillaz sono come la pasta al forno della nonna: gli ingredienti e le quantità cambiano sempre, ma la mano che li mescola è inconfondibile.

Attraverso tutta la loro produzione musicale, infatti, i quattro esseri creati dal disegnatore Jamie Hewlett e musicati da Albarn hanno mantenuto un family sound, un’impronta immediatamente riconoscibile che rende unico tutto ciò che toccano. Sarà la molteplicità del loro operato, sarà l’ambientazione scura e a tratti mostruosa, ma sempre ironica, sarà la ballabilità orecchiabile di pezzi spesso tutt’altro che pop, o forse la sperimentazione trasversale che li porta a navigare tra i generi, i suoni, i tempi e gli stili. Sta di fatto che Murdoc, Noodle, Russel e il bistrattato 2D anche questa volta sono riusciti a dare una cornice (quasi) sempre inoppugnabile a un coloratissimo e variegato mazzo di brani.

Nel caso non si fosse capito, sono un fan.

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Albarn durante il concerto di presentazione del disco a Londra, via.

Humanz è anche l’espressione più alta di uno dei talenti più preziosi di Albarn, ovvero la capacità di riciclare con classe gli stilemi a disposizione all’interno della cultura pop. Il biondo londinese saccheggia senza ritegno dai frammenti impazziti che ci schizzano addosso quotidianamente in quest’era di iperstimolazione (musicale, visuale, culturale, sensoriale e quant’altro), ne pesca alcuni elementi, li frulla con un pizzico di Albarnità e ce li restituisce come un mix coerente e raffinato, come un cocktail cheap’n’chic fatto con gin da discount, ma mescolato e servito così bene che nemmeno ce ne accorgiamo. Così, la peggiore cassa in 4/4 mai sentita in radio diventa la base travolgente e acchiappona di Momentz, il pezzo che vede coinvolti ancora una volta i De La Soul. Così l’abusatissimo sound disco-r’n’b di fine anni ’70 diventa il mood perfetto per il funk ballabile e “de core” (giusto per non scrivere soulful, ché qui si sta abusando di anglicismi) di Strobelite. Nulla suona nuovo, ma tutto suona diverso, gli accostamenti sono bizzarri ma piacciono e fanno muovere il culo.

È finzione? È inganno? Può darsi. Sappiamo tutti quanto sia furbo Damon Albarn, e sicuramente sa come prendere in giro il pubblico e dargli quello che vuole. Ma se il prodotto è di questo livello, ogni volta (escluso il bruttino The Fall), che diritto abbiamo di lamentarci?

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Murdoc perplesso in fase di chiusura del disco. Foto via.

Come se non bastasse, in tutto ciò c’è anche un risvolto di impegno sociale e politico. Humanz, colonna sonora per un party apocalittico alla fine del mondo (e sono parole sue), nasce in tempi non sospetti dalla visione oscura di un’era segnata dalla Brexit e dalla vittoria di Trump negli Stati Uniti. Tant’è vero che i numerosi beep che si possono ascoltare nel disco sono altrettante censure del nome di Donald Trump, fatte a posteriori per non legare troppo strettamente i brani al momento contingente. Come Plastic Beach era un concept sull’ambientalismo, così Humanz segue il filo di numerosi temi sociali, dalla politica conservatrice al ritorno dei localismi, dalle dipendenze alla diffusione delle armi leggere, dalle disuguaglianze razziali alla necessità di mobilitare le masse. Nel primo interludio, The Non-Conformist Oath, una folla ripete le parole “I promise to be different! I promise to be unique! I promise not to repeat things other people say!”, creando una sensazione abbastanza alienante. Albarn incoraggia le persone a svegliarsi. “Stay woke”, come direbbe Childish Gambino in Redbone: stiamo all’erta, stanno succedendo delle cose importanti intorno a noi.

MA – e qui arriva il ma – è vero che, con tanto materiale a disposizione, forse questa volta Albarn si è fatto prendere la mano, si è perso nell’abbondanza e non è riuscito a regalarci il pezzone da hall of fame che invece molti si aspettavano. Humanz è sicuramente un bel lavoro, ciclopico e complesso. Al tempo stesso, però, manca quella canzone che ti si ficca in testa quando la senti passare, e che canterai ancora tra qualche anno.

Ok, diciamola senza girarci intorno: non troveremo una Feel Good, Inc. o una Clint Eastwood in Humanz. Ci sono tanti bei pezzi – praticamente tutti lo sono – con qualcuno che spicca più degli altri, come la martellante Ascension, la malinconica Busted And Blue o la lasciva She’s My Collar. Ma forse nessuna banca userà uno di questi brani per dieci anni della sua pubblicità, e io non suonerò ossessivamente il giro di basso di Strobelite come faccio, ancora oggi, con questo.

Giovanni Ruggeri

Fonte immagine in evidenza: Gqitalia.it

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