Decreti Minniti, le relazioni pericolose tra immigrazione e sicurezza

In rapida successione, nel mese di febbraio, abbiamo sentito parlare di due “Decreti Minniti”: si tratta, da un lato, del  decreto Minniti-Orlando sull’immigrazione del 17 febbraio 2017, e, dall’altro, del cosiddetto “Daspo Urbano” del 20 febbraio, il decreto sulla sicurezza nelle città. Tra immigrazione e sicurezza, in molti hanno fatto confusione sul contenuto dei due decreti, ma non c’è da stupirsi: c’è coerenza nel piano del governo e questi due decreti non sono che due facce della stessa medaglia.

migranti rifugiati italia
Fonte: cronachediordinariorazzismo.org

Da una parte, il decreto Minniti-Orlando è stato presentato come uno strumento per ottimizzare e migliorare la procedura attraverso la quale i migranti possono richiedere la protezione internazionale. Come accadeva secondo la normativa precedente, i richiedenti asilo saranno intervistati da una Commissione Territoriale, che deciderà se rischiano davvero una persecuzione o un danno grave al rientro nel loro paese. Nel caso in cui la Commissione prenda una decisione negativa, possono, come prima, fare ricorso in tribunale. I tribunali, però, si doteranno di sezioni specializzate in materia di immigrazione, che si occuperanno di tali ricorsi. Se il tribunale deciderà a sua volta di negare la protezione, tale giudizio sarà impugnabile solo in Cassazione.

In questo modo, il decreto Minniti-Orlando abolisce il diritto d’appello in secondo grado per i richiedenti asilo. I due gradi di giudizio, più il giudizio in Cassazione, sono sostituiti da un unico grado di giudizio, più la Cassazione. Perché? Per snellire la procedura, che è troppo lunga.
Che il procedimento giudiziario in Italia sia lungo, è innegabile. È lungo per crimini gravi come l’omicidio e per reati cosiddetti minori come la diffamazione. Ma perché una persona accusata di danneggiamento o di invasione di proprietà altrui dovrebbe avere il diritto al giudizio di tre tribunali, mentre un richiedente asilo ne meriterebbe solo due? Questa è la domanda per cui Minniti ed il Partito Democratico non hanno una risposta. Dicono che molti altri paesi europei hanno solo due gradi di giudizio, ma questo non risponde alla domanda: perché per i richiedenti asilo sì e per gli altri no? Dicono che la decisione della Commissione Territoriale sarebbe equivalente ad un primo grado di giudizio: perché allora in Commissione non c’è il difensore di fiducia e i commissari non sono giudici, ma personale vario di questure e prefetture e membri della giunta locale?

Chi ha steso il decreto dice molte cose, ma a questa domanda semplice, quasi pedante, non da risposta. La risposta c’è, purtroppo, e a sua volta è banale in modo sconcertante: perché i richiedenti asilo sono gli ultimi. Sono gli altri, i non-cittadini, i poveri, gli straccioni. Sono quelli che non votano e che quindi non sono rappresentati. Sono quelli che tanto se si arrabbiano non possono gridare e che non hanno nessuno che gridi per loro in parlamento. Con un decreto da burocrati, poco eclatante e nascosto sotto un tappeto di polverosi termini tecnici, il Partito Democratico fa un ulteriore passo verso il centro sulla pelle di chi tanto non può punire con il voto.

sicurezza urbana italia
Fonte: vivicentro.it

Questa immagine sfocata del PD si fa più nitida guardando il risultato sulla sicurezza cittadina portato a casa dal Ministero dell’Interno. Il “decreto Minniti sulla sicurezza urbana” stabilisce sanzioni e strumenti nelle mani dei sindaci che possano aiutarli attivamente nel garantire ai cittadini il bene pubblico della sicurezza urbana, definito come “vivibilità e decoro delle città”.

Il succo del decreto sta nelle nuove disposizioni di collaborazione tra enti locali, regionali e nazionali (sicurezza integrata) per gestire meglio i fenomeni di criminalità e nelle nuove frecce nella faretra municipale per garantire ai centri città di godere della pace e della tranquillità che una meta turistica merita. In quest’ottica è stato fatto un lavoro discreto di identificazione dei colpevoli: vandali, spacciatori, accattoni, abusivi, ubriachi e tossici. Stupisce in parte che non sia stata usata la parola straccioni, o un generico poveracci. Non stupisce, invece, che la legge sia a firma Partito Democratico, sempre più a destra nello spettro politico del Paese.

Il combinato sicurezza-immigrazione sembra rappresentare, infatti, il “cavallo di Troia” del PD per accattivarsi una sempre maggiore fetta di elettorato di centrodestra che inizia a riconoscersi nel severo e irreprensibile ministro Minniti, l’uomo forte di questo debole governo. Quella sulla sicurezza urbana non è una legge di cui si sentisse particolare bisogno, d’altronde, soprattutto per come è formulata. Non sfugge, in particolare, l’ironia delle misure contro il deturpamento e l’imbrattamento di immobili pubblici e mezzi di trasporto, con sanzioni e obbligo di ripristino per i vandali che scrivono sui muri. Gli stessi muri che i sindaci, in particolare quelli espressione della stessa parte politica del ministro, decidono poi di staccare e di mettere in mostra nei locali di una fondazione privata per “amore dell’arte libera”.

Questo decreto, in combinazione con il “ramo immigrazione”, è un attestato di rinuncia alla lotta alle marginalità per una più semplice lotta agli emarginati. Il così chiamato “daspo urbano” è il capolavoro di tutta questa architettura: l’allontanamento per 48 ore (mesi in caso di recidiva, anni se deciso dal questore nei casi più gravi) è solo l’atto ufficiale di chi dichiara la propria incapacità ad arginare i problemi e preferisce nasconderne i sintomi. La sicurezza urbana non è più, dunque, un fatto di tutela delle persone e dei cittadini, non è più il complesso disegno di società e protezione che fa di una città una comunità in cui vivere serenamente, è lo statuto di un club d’elite in cui si viene ammessi solo da una certa soglia di decoro in poi, in barba a welfare, servizi sociali e buon senso. Invece di legare gli emarginati alla società, invece di proporgli una comunità coesa e accogliente che sappia proteggerli dalla più triste condizione di solitudine e rancore, si preferisce spingerli verso una marginalità che è anche topologica, uno spazio preciso. Prima o dopo, forse, ce ne pentiremo?

Angela Tognolini
@angelatognolini

Luca Sandrini
@lucasandrini8

 

[La fotografia di copertina è tratta da italia-notizie.it/FILIPPO MONTEFORTE/AFP/Getty Images]

 

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