Gli accordi di pace in Colombia e l’eterno ritorno dello Zeitgeist

Nel 17 febbraio 1941 l’editore del TIME Henri Luce coniava, con grandiosa lungimiranza, il termine “secolo americano” a definire la prospettiva di buon samaritano che gli Stati Uniti d’America avevano intenzione di assumere nel post-II guerra mondiale. La dottrina Monroe di isolamento era stata progressivamente abbandonata dalla Guerra di Secessione ed i tempi erano maturi per incoronare l’America a mastino da guardia del mondo: la prospettiva dunque di polarizzare l’autorità sembrava la miglior soluzione alla complicatissima (e mai risolta) questione anarchico-internazionale.

Le conseguenze furono con il senno di poi ben diverse e controproducenti. Immaginando le sovranità nazionali come puri surrogati dell’esecutivo centrale (USA) inevitabilmente si era generata una escalation di conflitti e di guerriglie gestite dal partito di opposizione (URSS), scenario che a sua volta poteva spiegare perfettamente come si fosse passati agli scontri di età napoleonica, dove la guerra altri non era che la continuazione di un obbiettivo politico, alle ribellioni armate contro la politica. In parole povere l’intenzione era di giungere a considerare il mondo come un unico grande stato a guida americana con un unico governo imponente la propria politica tramite l’esportazione del modello economico capitalista.

Una conseguenza di questo nuovo assetto fu la proliferazione di organizzazioni di disobbedienza armata in ogni angolo del mondo come il FRELIMO in Mozambico, la SWAPO in Namibia e la vicina IRA in Irlanda del nord. Tutte queste lotte intestine e civili avrebbero poi conseguito una pace duratura solo a determinate condizioni: il vantaggio di una delle due parti, una leadership ricettiva alle richieste di pace e vari incentivi da parte della politica estera.

guerriglieri farc cedono le loro armi

Con il raggiungimento degli accordi di pace tra governo e forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (accordi i quali non dobbiamo dimenticare devono ancora essere ratificati tramite referendum popolare), si conclude finalmente l’ultimo e più longevo capitolo nella storia delle resistenze alle ingerenze degli Stati Uniti d’America nei confronti del terzo mondo, un conflitto interno che in 52 anni aveva reclamato un pegno in vite umane pari a quello di una vera e propria guerra: 8 milioni di morti, 6 milioni di sfollati e 142 mila desaparecidos. Sorge spontaneo chiedersi cosa sia potuto cambiare nell’equilibrio delle due parti in causa tale da giustificare la riconciliazione.

Nel caso della Colombia sembrava si fosse arrivati ad una riconciliazione già nel 1984, quando furono firmati  i cosidetti “Accordi della Uribe”  che riconoscevano peraltro la FARC come movimento politico. Questa mossa, tuttavia, si era ben presto rivelata una manovra tattica per stanare i leader politici fuori dalle giungle dove operavano per poi eliminarli fisicamente. La guerra fredda era ancora in vigore, i bocchi di potere non avevano alcuna intenzione di veder prevalere una delle due ideologie e l’ingerenza della CIA era più presente che mai.

Con l’elezione nel 2002 di Alvaro Ribe la situazione era poi peggiorata ulteriormente: il governo Colombiano si era sentito minacciato a causa della ascesa dell’ideologia post-socialista del presidente Hugo Chávez in Venezuela, un’ideologia che rimandava all’unità regionale contro l’amministrazione di George W. Bush. L’ascesa di Chávez aveva coinciso con un momento particolarmente propizio per i partiti di sinistra in America Latina e la loro egemonia metteva a rischio l’eccezione Colombiana governata dalla destra. Improvvisamente, lo stato colombiano si era ritrovato accerchiato all’esterno da governi che non condividevano la vicinanza agli USA e attaccato direttamente al suo interno dagli ormai veterani della FARC, tutte queste condizioni ancora una volta rendevano impossibile la fine degli scontri.

juan manuel santos calderon presidente colombia

Solamente con la nomina a Presidente della Colombia di Juan Manuel Santos Calderón nel 2012 sono potute iniziare le trattative di pace tra le parti, trattative che finalmente hanno trovato la coincidenza di una amministrazione americana meno intrusiva e più propensa alla riconciliazione; una concomitanza di elementi unica in 50 anni di storia dell’America Latina e finalmente in Colombia si respira un clima di cauto ottimismo.

La teoria delle relazioni internazionali ha sempre cercato di applicare il metodo scientifico per individuare i termini necessari alla ripetizione costante di certi avvenimenti. Effettivamente il caso colombiano, se analizzato con occhio attento e senza preconcetti politici, può essere considerato senza alcun dubbio l’eccezione che conferma la regola. La caduta del muro di Berlino con la conseguente fine della Guerra Fredda sembrava dover essere il fischio finale alla partita comunismo-capitalismo, ma in effetti si trattava solo della fine di un pretesto. Considerando invece che la maggior parte dei delitti avviene in ambito familiare, la globalizzazione ha incrementato esponenzialmente la tensione tra modi di vita un tempo distanti. Il modello liberale del secolo ventesimo è rimasto tuttora il più aggressivo e seducente ed ormai non più di dominio esclusivo dell’Occidente.

La lezione colombiana ci ha insegnato come combattere lo spirito del tempo altri non è che una causa persa; non resta quindi che accettare i cambiamenti dell’epoca o ancora meglio farli propri. Una lezione che probabilmente dovrà essere presa in esempio da altre zone di attrito del mondo come la Siria, dove un dittatore vecchio stampo rifiuta di tutelare le minoranze all’interno del proprio paese, ma anche in Arabia Saudita dove stanno aumentando esponenzialmente il numero di atei e di richieste di riconoscimento dei diritti individuali grazie alle informazioni giunte ai cittadini tramite Twitter ed in Corea del Nord dove la fame ed il clima angosciante stanno iniziando a causare le defezioni di alti nomi della nomenclatura comunista, un pessimo segnale considerando che fino ad ora gli unici a tentare di fuggire erano stati gli ultimi ed i dimenticati.

L’unica domanda che si pongono gli osservatori internazionali adesso rimane: fino a che punto sono intenzionate ad arrivare le anacronistiche dittature che si ostinano a combattere contro i mulini a vento?

Tommaso Ceccarelli

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