In Afghanistan c’è ancora tempo per una nuova guerra

Recentemente, dopo un lungo periodo di assenza del paese dai nostri notiziari, l’Afghanistan ha fatto di nuovo parlare di sé.
Il 28 settembre i taliban hanno infatti conquistato la città di Kunduz, nel nordest del paese, dalla quale si sono ritirati il 13 ottobre, dopo quindici giorni di aspri combattimenti. Negli scontri è stato bombardato perfino un ospedale di Medici senza frontiere, dove sono morte 22 persone fra personale sanitario e pazienti.

La seconda notizia che riguarda il paese è la dichiarazione del presidente Obama, con la quale si annuncia che un contingente americano rimarrà in Afghanistan per continuare la missione di addestramento dell’esercito locale e di contrasto al terrorismo.

Queste notizie suonano come una tragica conferma dei tanti errori commessi dalle varie amministrazioni americane nella gestione del conflitto. Errori tra i quali si può annoverare proprio l’utilizzo di raid aerei per eliminare i “nemici” per evitare di dover dispiegare truppe sul campo.
kunduz hospital
L’ospedale MSF di Kunduz dopo il bombardamento statunitense
Il fallimento del processo di state building ha costretto gli USA (o forse sarebbe meglio dire: il Pentagono) a ripiegare sugli eserciti nazionali e a intensificare quasi tutti gli sforzi su questo obbiettivo, lasciando indietro gli altri settori di vitale importanza per un qualsiasi paese, come l’economia, l’istruzione, la società nel suo insieme, i diritti umani. Dunque, oggi si può dire che l’approccio americano ha creato un nuovo tipo di Stato, uno Stato militare. Del resto, un approccio quasi esclusivamente militare al problema di uno Stato fallito non può che creare uno Stato militare come soluzione.
Un esito che si ricollega alla narrazione dell’Afghanistan che oggi ci giunge – tra l’altro sempre più sporadicamente – dai principali canali comunicativi. Infatti, demandando in toto agli eserciti di occuparsi della faccenda, è impossibile pensare che del paese sia data una narrazione diversa da quella di una regione popolata di eserciti, di paura e di violenza. Una narrazione, si badi bene, cominciata molto prima del 2001 ma oramai pervasiva e consolidatasi nell’immaginario comune dell’intera opinione pubblica. Una bomba che esplode in Afghanistan è solo un’altra bomba che esplode in Afghanistan. E così, per via di una sorta di gioco cinico e perversamente ironico, si ha l’impressione che particolari picchi di attenzione si registrino qualora si abbiano lievi variazioni però sempre sullo stesso tema, ad esempio: bomba in Afghanistan che esplode su un ospedale.

L’effetto di questo enorme meccanismo-trappola è duplice: non solo anestetizza l’opinione pubblica rendendola assuefatta – se non del tutto sorda – alle notizie violente che occasionalmente riescono a oltrepassare i confini del paese. Ma esclude automaticamente tutte le altre narrazioni (soluzioni) al problema e cristallizza la situazione in un eterno presente. Si profila così un gioco senza vie d’uscita, uno scenario bloccato, una sorta di “Comma 22” elevato alla scala di un intero Stato: si cerca di ottenere la pace ma solo sparando e al contempo non vi può essere pace finché si continua a  sparare. Difatti, nelle scelte politico-militari di Washington, traspare con tutta la sua terrificante potenza l’assoluta mancanza di un piano che si possa misurare sul lungo periodo. Nessuno sembra porsi in un’ottica realistica sul futuro del paese provando ad elaborare scenari che tengano conto della concreta (per quanto decisamente tragica) situazione sul campo. E spostare – di nuovo – la data del ritiro dall’Afghanistan di un anno, alla luce dei fatti attuali, non pare un indicatore di un significativo cambio di strategia.

Tuttavia bisogna anche fare attenzione a non leggere la situazione di oggi con i parametri d’analisi di qualche anno fa. Infatti diversi fattori non possono più essere considerati validi e alcune nuove pedine si sono affacciate sul palcoscenico. 
In ordine sparso: l’ISIS continua a infiltrarsi liberamente nel paese e minaccia il ruolo e il predominio dei talebani alimentando il conflitto col ritorno in patria di tutti quegli afgani che hanno lottato per lo Stato islamico in Siria e in Iraq. Al contempo l’Iran, che si sta ritagliando un nuovo ruolo nella regione dopo aver siglato l’accordo sul nucleare, guarda con preoccupazione ai confini che divide con l’Afghanistan e alle turbolenze che lo attraversano, minacciando di estendersi agli altri paesi centroasiatici. E poi la morte del Mullah Omar e la salita al potere del suo braccio destro, Mullah Mansour. Una successione non priva di scontri all’interno del movimento talebano e che pare aver decretato la fine dei colloqui di pace avviati in gran segreto in Qatar anni fa. Del resto non si capisce perché i talebani dovrebbero sedersi al tavolo proprio ora che stanno vincendo sul campo di battaglia.
Quindi, di fronte a questa situazione sempre più grave, è quanto mai impellente la necessità di chiedersi: fino a che punto si potrà andare avanti così?
Una nazione – e un’intera società al suo interno – tanto ripiegata sull’esercito e sostenuta da un unico pilastro (la sicurezza interna) è continuamente a rischio implosione e non può che avere un oscuro futuro di fonte a sé. Non è un caso che dopo oltre un anno dall’insediamento di Ashraf Ghani come nuovo presidente non sia ancora stato nominato proprio il ministro della difesa. In un simile contesto “governo centrale” sembra essere solo un’etichetta posticcia attaccata su quella che in realtà è una lotta intestina fra pochi oligarchi e le loro pletore di cortigiani ed eserciti privati, tutti scarsamente interessati alle sorti del resto della popolazione e tutti con un ridottissimo controllo del territorio (lo stesso Hamid Karzai era ironicamente definito “il sindaco di Kabul”).
Una simile frammentazione potrà solo agevolare l’azione dei fondamentalisti islamici di tutti i tipi e formazioni, veterani motivati e galvanizzati dalle recenti vittorie. L’unica insidia alla loro avanzata può provenire da un competitor esterno (l’ISIS? L’Iran?) o interno al movimento talebano stesso.
Tutto questo non metterà fine alla guerra attuale, anzi la alimenterà ulteriormente provocando ancora sofferenza, ancora distruzioni, ancora sete di vendetta, ancora esodi verso l’Europa.
E gli Stati Uniti? Sarà estremamente difficile salvare la situazione (e la faccia). Soprattutto poiché, sfumate le occasioni della ricostruzione economica e dell’accordo di pace, la continuazione di un conflitto impossibile da vincere sembra oramai una strada obbligata. Ancora più difficile da valutare è se la lezione è stata finalmente recepita dal Pentagono: l’interventismo miliare è difficile da sostenere, soprattutto sul lungo periodo e soprattutto se è assunto come unico mezzo a supporto della risoluzione di un conflitto.
Alla luce di tutte queste riflessioni e ritornando al punto sulla scomparsa-“assuefazione narrativa” del paese sembrano più chiare le conclusioni da trarre. L’Afghanistan deve sparire, essere relegato in un angolo della nostra memoria collettiva, là dove non possa più nuocere alle prossime mosse in programma: Cina, Asia, Pacifico.
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