Basta bufale, di cosa parliamo quando parliamo di ISIS e terrorismo islamico?

Fatti come quelli che hanno sconvolto Parigi e l’intera Europa lo scorso 13 novembre scatenano un naturale bisogno di informazione, la necessità di comprendere, l’imperativo di conoscere. Si cercano risposte, febbrilmente, conferme ai propri dubbi, soluzioni ad un problema che, all’improvviso, è sotto gli occhi di tutti. E’ davvero così grave la situazione? Cosa significa che la Francia è in guerra? Che cos’è l’ISIS? E Daesh? Davvero sono la stessa cosa?
génération bataclan libération
La prima pagina di Libération dopo gli attacchi di Parigi
I media italiani hanno, purtroppo prevedibilmente, abboccato e costruito ad hoc notizie, notiziole, storielle, le “famose” bufale: sappiamo che esistono, ma questa consapevolezza ha attivato soltanto un circolo vizioso per cui il lettore medio non sa più dove informarsi e il “rischio bufala” è ovunque e non frena la diffusione delle notizie, accompagnate da frasi come “Forse è una bufala, ma intanto condivido”. Ecco spiegato come siamo finiti a credere alla storia di Zouheri, musulmano eroe che ha bloccato il kamikaze che voleva entrare allo Stade de France (ma davvero abbiamo bisogno di confermarci che i musulmani non sono tutti cattivi?). Come non fidarsi poi de Il Giornale e del Fatto Quotidiano che, già venerdì notte, hanno diffuso l’immagine di un terrorista imbottito di esplosivo che si fa una foto con il Corano (nuovissimo tecnologico modello di macchina fotografica, non lo sapevate eh?), peccato che fosse, prevedibilmente, un’altra bufala smontata da BuzzFeed. Per non parlare del panico scatenato dalla possibile fuga di una Seat, guidata dai terroristi, in Italia: terrore a Torino e tra tutti i possessori di una Seat nera. Tutto giustificato se non fosse che la macchina incriminata è stata trovata a Montreuil, periferia di Parigi, a “soli” 900 km da Ventimiglia.
Fact checking, questo sconosciuto, nel Belpaese e per fortuna che realtà giovani e molto attive sul web come ValigiaBlu, che ha lanciato proprio in questi giorni una campagna di autofinanziamento, e Pagella Politica, con cui abbiamo fatto due chiacchiere la scorsa estate, si sono prese la briga di completare un lavoro che, all’estero, è stato fatto da Le Monde, BuzzFeed, Motherboard.

Tutto ciò non soltanto per dire “attenzione!” e per invitare tutti a selezionare con cura le informazioni sui social media – la vecchia regola di prestare attenzione alle fonti non dovrebbe mai passare di moda, per giornalisti e, sempre di più, anche per chiunque si informi in maniera autonoma – ma anche per proporre una selezione di articoli pubblicati negli ultimi mesi che, almeno parzialmente, possono aiutarci a capire qualcosa in più sul terrorismo islamico, sulla sua strategia, sulla sua propaganda.

A proposito di bufale, sapevate che questa immagine NON è di Banksy ma del disegnatore Jean Julien?
Lo scorso giugno il Limes Club di Bologna ha fatto il punto sull’ISIS insieme a Federico Petroni, Gianandrea Gaiani, corrispondente di guerra delle Operazioni Militari condotte dall’Italia tra Kosovo, Afghanistan e Iraq, e direttore del mensile tematico AnalisiDifesa.it, e Yassine Lafram, coordinatore della Comunità Islamica di Bologna. Qui è possibile leggere le conclusioni a cui sono giunti gli ospiti della rivista di geopolitica
Qualche giorno dopo la strage nella redazione di Charlie Hedbo, invece, avevamo incontrato il professor Giampiero Giacomello, docente di Studi strategici ed European Security all’Alma mater. Insieme abbiamo discusso dell’assenza di un sistema di sicurezza europeo capace di far fronte alla minaccia terroristica. Ad una domanda sulla strumentalizzazione politica della paura, ha risposto così:

Mi pare ovvio che andrebbero rafforzati i controlli esterni [E non reinseriti quell’interni all’Unione Europea. ndr] Non solo, se si ripercorre la storia del terrorismo europeo durante la guerra fredda, ci si accorge che, in quel periodo, nonostante ci fossero delle frontiere controllatissime, c’erano comunque il terrorismo di estrema sinistra, di estrema destra e mediorientale. L’idea di tornare a una sorta di “età dell’oro” in cui tutti i paesi membri hanno il controllo delle frontiere è pura propaganda politica perché basta guardare alla storia europea del recente passato per capire che i gruppi terroristici nazionali avevano tranquillamente legami con gruppi terroristici simili in altri paesi.

Il modus operandi dell’ISIS e delle altre formazioni islamiste come Al Qaeda paga un forte debito strategico al pensiero di Anwar Al Awlaki, ucciso da un drone statunitense nel 2011 e meglio noto come “sceicco di Facebook”. L’obiettivo di “dissanguare il nemico” viene perseguito non più attraverso attentati eclatanti e frontali come quello delle Torri Gemelle, ma attraverso atti di micro-terrorismo, diffusi e perpetrabili anche da “simpatizzanti” ben lontani dai nuclei operativi centrali dell’organizzazioni.
Inoltre, forse non tutti ricordano che, a febbraio, Omar Abdel Hamid El-Hussein, un giovane danese, ha aperto il fuoco contro un café della capitale nordica uccidendo un uomo e ferendone altri tre. In quella stessa occasione, abbiamo pubblicato una riflessione su come la religione possa diventare àncora di salvezza in una società, per dirla alla Bauman, sempre più liquida.
Discorso a sé meritano i foreign fighters, quei “figli dell’Occidente” a cui esso non è più capace di parlare: sono persone dotate di ampia libertà di movimento e dell’addestramento militare necessario a compiere attentati in Europa o in America. Insomma, sono delle mine vaganti nel senso più letterale del termine. Abbiamo raccontato il fenomeno, cercando di capire chi sono, in questo articolo:

Parlando di foreign fighters ci riferiamo a persone con connotati abbastanza ben definiti. Infatti si tratta principalmente di maschi (ma vi sono anche non poche ragazze), in giovane età, istruiti; molti di loro non hanno precedenti con la giustizia e provengono dalla media borghesia di diversi paesi del mondo. In numerosi casi si tratta poi di convertiti che non conoscono nessun dialetto arabo. Usano il web con frequenza ed è lì che trovano contatti, informazioni, motivazioni. Il proselitismo (chiamato anche la “jihad della parola”) si serve infatti di due strumenti per coinvolgere nuovi accoliti: il web e le moschee. Il primo è molto usato per gli approcci iniziali con l’aspirante jihadista, serve a fargli conoscere le gesta delle organizzazioni terroristiche, fornisce i precetti per cominciare a muoversi nella visione distorta della religione islamica predicata dagli estremisti e aiuta a intaccare le certezze legate alla propria cultura d’origine. Vengono usati sia i social network sia comunicazioni riservate veicolate da sistemi di comunicazione informatica anonima come Tor. 

foreign fighters syria europe
Ci siamo interrogati anche su come la società possa curare questo male che sembra crescerle in seno. Gli esempi positivi e di successo non mancano, sia nel mondo arabo che non troppo lontano da noi. In Canada è nata “Mothers for life”, una rete internazionale di genitori cui si aggrappano madri e padri di giovani aspiranti jihadisti nel tentativo di dissuaderli dalla fuga verso l’ISIS. Esistono anche dei veri e proprio centri di rehab che, utilizzando gli stessi metodi applicati per le tossicodipendenze, agiscono nel processo di reinserimento di foreign fighters e soggetti radicalizzati disinnescando la miccia del fondamentalismo.
Si è parlato a lungo anche dell’efficacia della propaganda jihadista, in particolare della capillarità e pervasività dell’impianto di comunicazione dell’ISIS. Video holliwoodiani, magazine in inglese, campagne a suon di hashtags, messaggi diffusi online sono tutti strumenti di una narrazione su più livelli che, per l’ISIS come per ogni attore terroristico, ricopreno un ruolo fondamentale per la definizione stessa della propria identità. Cosa resta di un’organizzazione terroristica senza uno sviluppato sistema di propaganda?

La principale sfida è capire come raccontare quello che sta succedendo tra Siria ed Iraq. Online è possibile accedere ad una varietà di materiali: dai video delle decapitazioni alle immagini di gattini pubblicate dalle donne che vivono nel “califfato” e che vengono sfruttate per prendere parte alla macchina della propaganda. Utilizzare la cornice dello scontro di civiltà, secondo il giornalista Fabio Chiusi, porta a confermare l’idea promossa dall’ISIS stesso che la battaglia finale tra mondo islamico ed “infedeli” sia sempre più imminente e, di conseguenza, si fornisce un quadro di senso anche al richiamo alle armi attorno alla bandiera nera. Tuttavia nemmeno la rimozione delle immagini è sufficiente: c’è bisogno di una vera e propria contro-narrazione capace, tra le altre cose, di evidenziare il gap tra realtà mediatica e realtà concreta che, in questo caso, appare sempre più evidente. Un esempio tra tanti è la forbice sempre più ampia tra le sconfitte militari di Kobane e Tikrit e la retorica di conquista promossa a più livelli. 

Infine, si è parlato in questi giorni, con “soli” sette mesi di ritardo, della strage di Al Shabaab all’Università di Garissa in Kenya: avevamo provato a spiegare le ragioni dell’attentato in questo articolo. Così come ci siamo occupati di Boko Haram e delle migliaia di vittime, “troppe per essere contate”, della violenza islamista in Nigeria. Senza dimenticare che il primo obiettivo dell’ISIS restano gli “infedeli” musulmani: l’attentato nel centro di Beirut, per esempio, voleva colpireHezbollah, organizzazione sciita che, in Siria, combatte insieme ad Assad. La Tunisia, invece, rappresenta tutto ciò che il Al Baghdadi teme di più: un paese di religione musulmana avviato verso un processo di democratizzazione interna e guidato da un partito islamico moderato.

La risposta alle barbarie del terrorismo non può essere la paralisi e la paura che non sono altro che il principale obiettivo di chi è pronto a morire per la sua causa. Dati, informazioni, notizie sono strumenti che noi tutti singolarmente possiamo utilizzare ed implementare per prendere parte a questa (che non mi piace chiamare) guerra o battaglia, ma in cui siamo coinvolti.
I morti del Bataclan potevamo essere noi, la  génération Balaclan siamo noi.

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