QOTSA, Villains (2017) – Funk su tela alt-rock

25 agosto 2017: a circa quattro anni di distanza dal meraviglioso Like Clockwork , dopo aver rischiato l’ira funesta del coreano più pacioccone e irritabile del mondo e dopo essersi ritirati dall’Accordo di Parigi sul clima, gli Stati Uniti, preziosamente rappresentati dai Queens of The Stone Age e dal loro nuovo lavoro Villains, tornano a proporre qualcosa di buono.

I Queens of The Stone Age sono, a mio avviso, un’ottima ragione per spendere un rene e mezzo per un concerto e finire sul ciglio di una strada. Sono talmente trascinanti, talentuosi e capaci di far ballare a tempo anche il più rigido pezzo di legno che non importa in quanti ti derideranno, sputeranno addosso o ti daranno del rincoglionito: tu saprai che ne è valsa la pena. Quattro anni fa io e i miei soliti due compagni di concerti, mio fratello e il buon Jack, ci siamo recati sotto il sole di un inizio estate in fiamme per ascoltarli.

Quando hanno suonato I sat by the ocean praticamente piangevo senza ritegno, seguendo il cerimoniale preciso di chi va a un concerto con l’intento di ascoltare live un determinato pezzo: hai il cuore in gola fino all’ultimo pensando che magari è proprio la canzone che non suoneranno, ogni volta che qualcuno sul palco fa per spostarsi pensi “Ecco, il concerto è finito e io non ho ascoltato [inserire determinato pezzo]” e quando finalmente, invece, il determinato pezzo viene eseguito sei così teso che lo riconosci solo a metà e a quel punto è finito. Questo non vuol dire che non te lo godi per niente, ma solo che forse bisognerebbe prendere l’abitudine di andare ai concerti solo dopo aver fatto amicizia con qualche spacciatore.

fonte: NME

Josh Homme, frontman dei QOTSA ha dichiarato in un’intervista a Virgin Radio che il titolo Villains non è una dichiarazione politica e non c’entra niente con Trump, il che è piuttosto consolante, considerando che dopo i 15 anni la semplificazione della realtà stile Green Day non ha niente di galvanizzante e ti fa venire voglia di cambiare canale e cercare nuovamente lo spacciatore di cui sopra. Villains, continua Homme ,è semplicemente 1) una parola fantastica e 2) un commento sulle tre versioni di ogni scenario: il tuo, il mio e quello che è successo davvero.»

Ecco quattro imprescindibili tracce per un ascolto.

1) The Way You Used To Do

Il singolo uscito in anteprima è sfavillante nella sua promessa di non lasciarti stare fermo nemmeno un istante. I QOTSA vantano una smaccata antipatia per sofisticherie, snobismi e autocompiacimenti strumentali vari: questo pezzo è stato descritto da Rolling Stone come “grisly and jumping” (macabro e saltellante) ed è decisamente così. Più allegra della maggior parte delle canzoni dei Queens Of The Stone Age, The Way You Used To Do strizza l’occhio al funk e alla dance, ma senza perdere la sua solida, rassicurante anima rock.

Is love mental disease or lucky fever dream?
Fine with either
Gave birth to monsters who will terrorize normalcy, yeah
They’ll terrorize

Una storia d’amore ed enfasi, l’ennesima potenza adolescenziale degli ormoni, l’angoscia della fine spazzata via da una presa salda e da baci roventi. Infatuarsi saltellando, innamorarsi della sensazione del dopo concerto: i Queens of The StoneAge.

2) Feet Don’t Fail Me

Feet Don’t Fail Me è il primo pezzo che ho ascoltato dell’album, un po’ perché ritengo che i singoli non rendano fino in fondo l’idea. Ricorda un po’ uno dei pezzi storici dei QOTSA, tipo Gone with the flow, o magari addirittura Little sister. Il bello di Feet Don’t Fail Me è che non indulge nel pop-rock, ma vanta atmosfere cupe, e il senso funk che si propaga con le battute d’inizio è un minuscolo elemento marginale di un ottimo lavoro.

Life is hard, that’s why no one survives
I’m much older than I thought I’d be
Feel like a fool, yeah, like a dancing fool, yeah
Foot loose and fancy free

3) Hideaway

Malinconia in accordi perfetti e un testo graffiante, qualcosa che ricorda il celebre “se arrivo prima io faccio un segno col gessetto, se arrivi prima tu lo cancelli”.

The first hands,
the backhands,
the bruises, the bites
The painful spoonful
the hustle invites
Speak my name and I’ll appear

Una dinamica sentimentale fra preda e predatore, qualcosa che ricorda più un esercizio di potere che una dedica romantica, ricca di allusioni all’iniquità di ogni storia d’amore che si rispetti, con manipolazioni psicologiche, senso di colpa, dipendenza affettiva . In fondo la musica è un modo come un altro di anestetizzare la sofferenza e la nostalgia, qualcosa di più efficace del lasciare un messaggio Whatsapp per dire: “Ferirmi così era proprio necessario?”

4) The Evil Has Landed

Qui le influenze rockabilly sono evidenti, gli assoli di chitarra ondeggiano fra il glamour necessario e la cornice strumentale a un testo che ricorda l’Invito a una decapitazione di Vladimir Nabokov

Going on a living spree
Plenty wanna come with me
You don’t wanna miss your chance
Near-life experience
Faces making noise
Say, be good girls and boys
It ain’t half empty or full
You can break the glass, or drink it all
Dig it

Fra i rumori inquietanti dei volti e l’assurdo assunto del bicchiere/pieno o vuoto, siamo tutti invitati a una sorta di cerimonia di iniziazione talmente vorticosa da riuscire a trascendere il colpevole dettaglio che questo album è stato prodotto da Mark Ronson.

Sofia Torre

Immagine di copertina: consequenceofsound

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