La sanguinaria lotta alla droga di Rodrigo Duterte

“Si entra in casa, ovviamente senza autorizzazione. Si portano i familiari in un’altra stanza. Si picchiano i sospettati fino ad ucciderli. Si ruba tutto ciò che c’è di valore. Si caricano le vittime su un camion e il corpo sparisce per sempre”. Questo è ciò che accade ogni giorno da circa 7 mesi, ovvero da quando Rodrigo Duterte è stato eletto Presidente delle Filippine. La nuova quotidianità è scandita da violenze, omicidi extragiudiziali e terrore, il fiore all’occhiello del neoeletto Governo, impegnato in una lotta alla droga che non conosce limiti, regole e né tanto meno pietà. A raccontarlo è Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, che incontro per approfondire i risultati dell’ultimo Report pubblicato dalla ONG.

Duterte è un po’ il precursore di Trump”. Se c’è un modello a cui il Tycoon si è ispirato, secondo Riccardo Noury, è proprio lui: i suoi discorsi di odio, la minacce di provvedimenti autoritari contrari a diritti umani ne sono l’emblema. Il Presidente filippino sembra essere andato un “tantino” oltre. La sua campagna contro i narcotrafficanti invece di liberare le strade dalla criminalità, ha finito per riempirle di cadaveri. Sarebbero 7000 negli ultimi sette mesi, mille al mese, le vittime di questa politica a “tolleranza zero”. I primi a “lamentarsi” sono gli stessi agenti di polizia, costretti a turni massacranti. Un’escalation senza precedenti, in un paese dove il narcotraffico è considerato da sempre una piaga sociale.

La storia di Rodrigo Duterte, così come quella delle Filippine, è molto particolare; entrambe sono segnate dal colonialismo, prima spagnolo e poi a stelle e strisce. La sua non è voglia di protagonismo, né incoscienza politica. È il prodotto di una relazione, quella con gli Stati Uniti, che ancora oggi divide il paese ed è percepita diffusamente come un retaggio di un passato che il Presidente filippino vuole assolutamente cancellare. Nel 1944, infatti, il paese divenne un’importante base operativa americana contro le mire espansionistiche giapponesi, una relazione speciale “conclusa” soltanto nel 1991, con la decisione delle Filippine di non rinnovare il leasing agli americani per le basi militari (rinnovato poi nel 2016 a causa dell’aumento delle tensioni nel Mar Cinese Meridionale).

Discendente di un’importante dinastia politica e fiero comunista, Duterte ha scelto di seguire le orme del padre facendo per 21 anni il Sindaco di Davao. In città la sua amministrazione aveva un tratto distintivo: la violenza utilizzata per raggiungere qualsiasi obiettivo. Infatti, proprio durante la sua esperienza come sindaco è cresciuto il fenomeno degli squadroni della morte (Dds), gruppi armati e violenti impiegati a “combattere il crimine”, i quali eccellevano per durezza e brutalità.

Proprio da questi gruppi inizia così la campagna elettorale di Rodrigo Duterte, partita come una vera e propria dichiarazione di guerra. Era il 2013, Duterte, ancora incerto del suo destino politico a livello nazionale, si premurò ugualmente di annunciare che “il sangue avrebbe imbrattato le vie della capitale”. Il partito che in seguito lo ha appoggiato, è il Pdp-Laban, un carrozzone che si era opposto invano al regime di Marcos negli Ottanta. Senza una struttura organizzativa alle spalle e, soprattutto, senza un soldo da investire nella campagna elettorale presidenziale, Duterte è comunque riuscito a fare breccia nel cuore, o forse nella pancia, dei suoi concittadini. La strategia era chiara e semplice: resuscitare i vecchi slogan che lo hanno fatto diventare Sindaco. Tanto è bastato a convincere un popolo ostaggio della shabu (una metanfetamina usata dai conduttori di risciò e dai lavoratori a giornata per lavorare di più). 

Spacciatori al dettaglio e consumatori sono il target principale della pulizia sociale di Duterte; ma poveri e bambini di strada sono spesso le vittime collaterali. Come promesso in campagna elettorale, infatti, gli sfortunati malcapitati finiscono nella rete della morte dei vigilantes (figure non troppo lontane dagli squadroni della morte di Davao): sicari non meglio identificati, assoldati dal Governo per ripulire il paese dalla “feccia umana”, così Duterte ama definire le sue vittime. Ma la droga è soltanto un parafulmine dietro al quale si nasconde un profondo disprezzo per la vita.

Agenti di polizia, Ministeri e il Presidente: è questa la catena di comando che, secondo Amnesty International, decide e mette in atto gli omicidi. I nomi, invece, provengono direttamente da liste pubbliche. Nessuno può permettersi di contestare le accuse, frutto spesso di falsi rapporti di polizia. Riccardo Noury mi parla di una vera e propria “economia degli omicidi” che muove questa macchina di morte. Esiste un tariffario ben preciso, ad ogni “indesiderato” lasciato a terra in una pozza di sangue corrisponde una cifra in denaro che l’assassino si intasca. 

Il business non si ferma qui. Anche i funerali sono diventi una gallina dalle uova d’oro per sicari e poliziotti. Anche per riavere indietro i corpi dei propri cari uccisi bisogna pagare (per evitare che marciscano in una discarica o buttati chissà dove). Una situazione difficile da credere, soprattutto in un paese dove la democrazia, seppur a fasi alterne, poggia su un sistema di contrappesi in linea con lo stato di diritto. Riccardo Noury, infatti, conferma che le ultime elezioni si sono svolte in maniera regolare, che la stampa è libera e anche molto audace e che il Senato ha istituito varie commissioni riguardo i casi di tortura.

Già, la tortura. Noury storce la bocca quando gli chiedo se esistano delle prove. Mi dice che quello della tortura, al pari della metanafetamina, è un problema endemico. Racconta anche di una strana “usanza”, di moda qualche anno fa; un gioco simile al nostro programma televisivo La Ruota della Fortuna, con l’unica differenza è che al posto dei soldi come premio ci sono diversi tipi di percosse. La più famosa si chiama Manny Pacquiao dal nome di un noto pugile filippino: quando la ruota di ferma sul simbolo corrispondente, si “vincono” 20 secondi di pugni in faccia.

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Fonte: Blitzquotidiano.it

La cosa che colpisce, oltre all’indifferenza con cui la Comunità internazionale sta affrontando la questione, è l’enorme consenso di cui Duterte gode tra la popolazione. Al netto del terrore che ha impresso nelle menti dei filippini, c’è una maggioranza che vede di buon occhio questa strategia politica. Il portavoce di Amnesty International Italia, a proposito, riflette su come politiche a tolleranza zero in alcuni momenti storici riscuotono molto successo. Non è una novità: “È successo anche in Italia, aggiunge, quando è stato dichiarato lo stato d’emergenza tout court nei confronti dei rom.” All’epoca le reazioni della gente, in effetti, erano condizionate dall’errata convinzione che in questo modo si potesse ripristinare un presunto senso di sicurezza perduto. 

Prima di salutare, chiedo un’ultima cosa. Mi incuriosisce sapere quali effetti ha prodotto il rapporto di Amnesty International sul Presidente. La sua risposta mi lascia un po’ interdetto. La conseguenza più immediata è stata una dichiarazione pubblica, nella quale il Presidente filippino assicurava che non avrebbe più consentito un tale livello di violenza

Tuttavia, al di là delle dichiarazioni di facciata, il segnale, evidente, che la situazione nel paese è davvero tragica, secondo Noury, arriva qualche settima fa. Ed ha a che fare con la decisione di arrestare un ricco uomo d’affari sud coreano accusato, a quanto pare ingiustamente, di spaccio internazionale di stupefacenti. Segnale che Duterte è una scheggia impazzita. Rimane solo da capire, aggiunge ancora il portavoce di Amnesty International, se sia l’ONU a finanziare la sua campagna omicida.

Mattia Bagnato

[La foto di copertina è tratta dalla CNN]

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