Duterte, il nuovo controverso presidente delle Filippine

Il 9 maggio, Rodrigo Duterte si è aggiudicato la presidenza delle Filippine con il 39% di voti, contro il 23% del suo avversario. La sua controversa attività di sindaco, che lo ha contraddistinto negli anni passati, gli ha permesso di vincere le elezioni, ma proprio a causa del suo modo di amministrare potrebbe non essere adatto alle sfide che le Filippine devono affrontare.

Duterte è stato sindaco di Davao, una città nel sud del paese che, a fine anni Ottanta, era tristemente conosciuta come la Nicaragua dell’Asia, a causa dell’alto tasso di criminalità. Prima dell’insediamento di Duterte (avvenuto nel 1988 e durato 22 anni consecutivi), Davao era flagellata da continue lotte tra gruppi armati di ogni genere: fronde comuniste, criminalità organizzata e guerriglia. Con le sue politiche rigide e prossime alla tolleranza zero, Duterte è riuscito a diminuire i reati in modo esponenziale, rendendo Davao una delle città più sicure al mondo.

Tuttavia, l’incorruttibilità di Duterte ha avuto un costo sociale elevato per Davao. Il sito Numbeo (link sopra) segnala un ridotto livello di criminalità, ma le sue 700 testimonianze sono relativamente poche, in termini statistici, per una città di 1.4 milioni di abitanti. Ma quello in discussione non è solo il dato statistico in sé, ma anche il metodo con cui Duterte ha ridotto la criminalità negli anni. Infatti, l’ex sindaco si è spesso autoelogiato in diverse dichiarazioni, sostenendo di supportare la violenza contro criminali attraverso ardite pratiche extra-giudiziarie. Spesso queste attività extra-giudiziarie sono perpetrate dalle squadre della morte di Davao, collegate a Duterte, che nei due decenni passati hanno ucciso più di 1.400 persone, tra cui anche diversi minori.

Non ci è voluto molto prima che qualche organizzazione internazionale si occupasse del caso, così nel 2009 la Human Rights Watch ha redatto un lungo report, titolato “You Can Die Any Time. Il report rende noto un disegno macabro per contrastare la criminalità: prima di tutto, i presunti criminali che entrano nella “lista dei sospettati” vengono annunciati dal sindaco in diretta tv e radio; poi, nella maggior parte dei casi, le persone vengono uccise dalle squadre della morte. I dubbi riguardanti le pratiche di Duterte erano già sorte in un articolo del Time nel 2003, dove l’ex sindaco era stato ritratto nella sua giornata tipo: sempre con la pistola in bella vista, scortato dalle sue guardie del corpo armate di mitra mentre controlla la città, senza perdere occasione di flirtare pubblicamente con più donne possibili. Ad ogni modo, queste pratiche sono lontane dal poter essere giudicate efficaci, non solo perché è un paradosso contrastare la criminalità attraverso la criminalità stessa, ma anche perché il report di HRW ha accertato che alcune persone sono state uccise per sbaglio, anche per semplici fraintendimenti. Inutile dire, che anche nel peggiore dei reati, un processo equo è un diritto innegabile in una società che vuole essere considerata democratica agli occhi del mondo. Ma ora che Duterte è stato eletto presidente del paese c’è il rischio che questa barbarie possa essere perpetuata anche a livello nazionale. Infine, rimane il dubbio che il modello di Duterte a Davao possa essere efficacemente replicato in scala maggiore, a causa della complessità dell’amministrazione pubblica filippina.

A oggi, le sfide delle Filippine non sono solo di carattere interno o legate alla criminalità. Infatti, nel Mar Cinese Meridionale è in corso una disputa marittima che coinvolge diversi paesi dell’area. La Cina con la sua forza, militare e economica, padroneggia l’area e reclama la gran parte delle isole e della superficie marittima, dall’altra ci sono paesi come Vietnam, Filippine, Malesia e Taiwan con capacità inferiori. L’area non è di vitale importanza solo per questi paesi, come già spiegato in un articolo precedente: il Mar Cinese Meridionale è l’anticamera per lo Stretto di Malacca da cui passa metà del traffico commerciale mondiale, rendendola una delle zone più delicate sul globo; inoltre in zona è spesso di passaggio la 7° Flotta della US Navy.

South_China_Sea_claims_map
Wikicommons

Il nuovo presidente, anche a causa della posizione geografica delle Filippine, si troverà già in una situazione delicata da gestire. Proprio ad Aprile (ricordiamo che l’insediamento di Duterte avverrà il 30 giugno), Stati Uniti e Filippine hanno ulteriormente cementato la loro alleanza attraverso l’annuale esercitazione militare. L’evento è stato anche una nuova occasione per condividere i timori sulla forte presenza cinese nel Mar Cinese Meridionale. In aggiunta, gli Stati Uniti si sono offerti di costruire nuovi basi sul territorio filippino, creando una nuova e possibile fonte di attrito sia per Washington che per Manila, nonostante rientri nella dottrina di Obama del Pivot to Asia. Nonostante questo, in un dibattito televisivo Duterte si è reso disponibile a collaborare con la Cina, dichiarando di essere pronto anche a condividere le risorse di gas e petrolio che risiedono sotto il fondale marino. Ad ogni modo, la Cina non è solamente alla ricerca di risorse naturali nel Mar Cinese Meridionale, la questione è ben più articolata di così, e semplificandola il più possibile si può dire che queste rivendicazioni seguano una vecchia dichiarazione politica del 1947 riguardante la Nine-dash line. Ma Duterte è riuscito smentirsi subito dopo, con uno dei suoi caratteristici interventi, reclamando di essere pronto a piantare una bandiera sulle isole contese, anche a costo di andarci con una moto d’acqua. Nonostante le dichiarazioni, un punto di svolta potrebbe essere raggiunto attraverso gli organi internazionali, come con la Corte permanente di Arbitrato delle Nazioni Unite, con una soluzione abbracciata da tutti gli stati che si affacciano sul Mar Cinese Meridionale, ma non dalla Cina che per ovvi motivi non ha intenzione di riconoscere all’Arbitrato le facoltà di giudizio su questa disputa, che con ogni probabilità potrebbe dar ragione alle Filippine rendendo le occupazioni cinesi illegali.

Nonostante le diversità rispetto al presidente uscente Aquino, Duterte ha dato già dato segni di continuità con la precedente amministrazione in campo economico. Infatti, le Filippine sono uno dei paesi con il più alto tasso di crescita nella regione asiatica, il paese fa registrare una crescita del PIL medio del 5% da ormai 25 anni. Durante la campagna elettorale i mercati avevano lanciato segnali di timore per il vantaggio dell’ex sindaco sull’avversario, ma il responsabile economico di Duterte ha subito rassicurato che il nuovo presidente continuerà l’agenda economica della passata presidenza, concentrandosi su: lotta alla corruzione,  nuove infrastrutture, educazione e lotta alla povertà.

Concludendo, Duterte si è presentato ai Filippini come una persona dotato di esperienza e polso, grazie anche ai suoi discutibili risultati contro la criminalità a Davao. Ma un conto è saper gestire una città con durezza, un altro è amministrare uno stato e la sua enorme macchina burocratica; in particolar modo la politica estera, la quale è un’arte che necessità conoscenza, pazienza e sopratutto diplomazia. Duterte ha dalla sua caratteristiche che possono essere un vantaggio e anche un tallone d’Achille, ad ogni modo il suo mandato presidenziale è appena iniziato ed è presto fare delle previsioni.

Riccardo Casarini

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