Che fine ha fatto il WTO?

“E chi se ne importa?” potrebbe essere una risposta. Bene! Anzi, Male!, perché come dicono due vecchi adagi, “l’acqua cheta rovina i ponti” e comunque “non c’è mai limite al peggio”.

Se si guardano le cronache di politica ed economia internazionale degli scorsi mesi, è facile vedere come fiumi di inchiostro digitale siano stati versati per scrivere del famigerato TTIP  (se non sapete di cosa si parli, Andrea Armani vi aiuta a farvi una veloce idea qui). A proposito di questo sappiamo tutto sul fatto che non se ne sappia effettivamente nulla: né i dettagli dei settori che andrà a disciplinare, né chi sono le persone fisiche che stanno negoziando, né a che punto siano tali negoziati, sennonché Obama ha recentemente fatto capire che vorrebbe concludere la sua seconda presidenza con la firma del trattato. In effetti, anche i giornali sembrano brancolare un po’ nel buio: non più tardi di un mese fa si leggevano titoli sulla morte del TTIP, fino a quando il 2 maggio scorso Greenpeace ha pubblicato dei documenti riservati (consiglio a tutti di leggere le FAQ) che mostrano lo stato di avanzamento delle bozze, con Unione Europea e Stati Uniti impegnati in un lungo braccio di ferro, comma su comma, virgola su virgola. Trattative non molto rapide dunque, ma che personalmente credo giungeranno a una conclusione, a meno di eventuali capovolgimenti da consultazione referendaria.

In tutto questo, quello che è stato l’alfiere del neoliberismo su scala globale, ossia il WTO, sembra essere passato in secondo piano. Benché il numero dei membri continui a crescere (ben 162 a fine 2015), l’enorme impasse creatosi con il Doha round del 2005 e il topolino partorito dall’atteso meeting di Bali del 2013 hanno messo in crisi il sogno (di alcuni) di un sistema organico e multilaterale di commercio globale. Nei fatti, si stanno preferendo sempre di più accordi commerciali su base regionale (RTA, Regional Trade Agreement). Per intenderci, ne sono stati firmati oltre 200 dopo il 2005 contro i 124 tra il 1947 e il 1994. In questo modo è nata la famosa “spaghetti bowl”, un intrico di accordi bilaterali “dove è addirittura difficile dire chi sia membro di cosa” (Luis Abugattas Majluf).  Gli RTA sono permessi dal WTO dall’Articolo 24 dei trattati, nella misura in cui aiutino l’integrazione dei mercati secondo lo spirito originale del GATT (l’antenato del WTO). Secondo un interessante articolo di Richard Baldwin nonostante le difficoltà burocratiche gli stati preferirebbero gli RTA perché più facilmente adattabili ad una economia sempre più veloce, che lega sempre di più commercio, investimenti e servizi. Non a caso in questi trattati vi sono molte regole che non compaiono tra quelle del WTO o che le sorpassano. Inoltre gli analisti più attenti notano come delle negoziazione geograficamente più ristrette comportino delle conseguenze geopolitiche più immediate ed evidenti.

E qui si viene al punto. Sotto l’ombra, rassicurante e vaga, del suo stesso Articolo 24, il WTO sta venendo lentamente sorpassato, soprattutto per ragioni di opportunità politica. Alcuni, leggasi paesi in via di sviluppo, vorrebbero (con mille difficoltà interne e influenze internazionali) farlo a sinistra, sfruttando le definizioni vaghe date dall’articolo per creare dei blocchi commerciali meno permeabili dall’esterno. Altri, Stati Uniti in prima fila, vogliono sorpassare il WTO a destra, e con questo torniamo al TTIP. Un esempio molto chiaro di questo è il previsto arbitrato internazionale (ISDS) dove gli investitori potranno citare direttamente gli stati, qualcosa che il Dispute Settlement System del WTO non si sogna nemmeno, poiché solo gli stati sovrani possono ricorrervi.

Il multilateralismo commerciale è dunque moribondo: gli ottimisti vedono uno spazio per una riorganizzazione su base regionale degli scambi che sia più vicina al territorio, i pessimisti vi vedono invece un lento lavoro di ricamo da parte dei fautori del neoliberismo che non cambia in sostanza quanto visto nei vent’anni passati. Leggendo i giornali, il bicchiere sembra sempre di più mezzo vuoto.

Roberto Mantero 

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