THRAK: bignamino per il giovane ascoltatore dei King Crimson

Ieri i King Crimson hanno annunciato otto date italiane del loro tour europeo: è un avvenimento notevole, dato che in passato Robert Fripp, il leader della band (e creatore dei suoni di Windows Vista), aveva espresso un certo disprezzo nei confronti dell’Italia e soprattutto del pubblico italiano, a causa della sua mancanza di disciplina: l’ultimo concerto in Italia della band, nel 2003, si è concluso brutalmente a causa dei continui flash delle macchine fotografiche che diturbavano il Re Cremisi.

Ma precisamente, questi King Crimson, chi sono?

I King Crimson sono la più grande band di musica progressiva del mondo (scusate, Rush), parte della trinità del progressive inglese (assieme a Genesis e Yes), e probabilmente l’unica band del periodo progressivo classico a rimanere fedele al verbo per tutta la durata della sua carriera.
La musica progressiva, o progressive rock, o prog rock, o prog, è un genere di musica pop e rock emerso alla fine degli anni ’60, che combinava gli elementi più tradizionali del rock and roll con influenze di musica classica, jazz e folk di varia natura. Alcuni precursori del prog furono i Moody Blues e i Nice, e in Italia ci fu una fioritura notevole di band prog, anche se nessuna ha saputo reinventarsi fino ai giorni nostri, pur sopravvivendo in varie forme: il Banco del Mutuo Soccorso e la Premiata Forneria Marconi sono forse i nomi più conosciuti, ma hanno attraversato fasi prog anche Franco Battiato e (incredibile a dirsi) Alan Sorrenti, il cui Aria è considerato una pietra miliare del prog italiano. Sono artisti prog anche Steven Wilson e gli Opeth, dei quali ho parlato in passato qui su The Bottom Up, appartenenti rispettivamente alla categoria del post-prog e del prog metal (sempre con qualche aggiustamento di genere).
Il termine prog, purtroppo, è andato a definire un genere che non ha definizione per sua stessa natura: i Radiohead sono prog tanto quanto i Jethro Tull, per il semplice fatto che condividono lo stesso spirito musicalmente avventuroso pur producendo suoni completamente diversi tra loro.
In tutto questo, i nostri King Crimson hanno prodotto quello che da più parti viene definito come il primo “vero” disco prog, ovvero In the Court of the Crimson King. La band ha attraversato diverse incarnazioni, anche se possiamo dividerle principalmente in quattro fasi: la prima fase prog tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ‘70, la seconda fase prog dal ’72 al ‘74, la fase new wave dall’’81 all’’84, il periodo del doppio trio più la fase sperimentale dal 1995 in poi. Attualmente, di fatto, è in atto una quinta fase, che però ha dinamiche piuttosto simili alla quarta, con alcune differenze che vedremo.
Per darvi un’idea dell’etica lavorativa di Fripp, ecco cosa pensava il batterista Bill Bruford, che aveva appena lasciato gli Yes per entrare nei King Crimson:

“In Yes, there was an endless debate about should it be F natural in the bass with G sharp on top by the organ. In King Crimson … you were just supposed to know.”

Di seguito, casomai vi venisse voglia di andare a sentire i King Crimson a Milano, Firenze, Roma o Torino, una utile guida per orientarsi nella sterminata produzione crimsoniana, con qualche escursione per capire meglio chi erano ‘sti King Crimson.

  • King Crimson, In the Court of the Crimson King (1969)

L’esordio della band contiene già solo nel primo pezzo, “21st Century Schizoid Man”, tutto ciò che renderà grandi i King Crimson: chitarra e sax distortissimi, voce inquietante e dissonanze free jazz nel bridge. Tutti i brani dell’album, dalla dolce “I Talk to the Wind” alla conclusiva, epica title track, passando per la struggente “Epitaph”, con il mellotron (una specie di proto-sintetizzatore che utilizzava micronastri per simulare vari suoni) in primo piano e la voce di Greg Lake (quello di Emerson, Lake & Palmer) perfetta sublimazione dei testi sognanti di Pete Sinfield. A dirigere il tutto colui che è stato soprannominato Re Cremisi, il chitarrista Robert Fripp, l’unico membro fisso dei King Crimson, principale compositore e leader supremo.

  • King Crimson, Larks’ Tongues in Aspic (1973)

Dopo altri due dischi con la formazione (vagamente modificata) di In the Court, Fripp si scontra con i colleghi e di fatto scioglie i King Crimson, che vengono dati per spacciati un po’ troppo in fretta: pochi mesi dopo, la band si riforma e produce un disco forte e avventuroso (il titolo significa “lingue di allodola in salamoia”, per dire). Oltre a Fripp, nella band entrano Bill Bruford, batterista transfuga dagli Yes (dove si era stufato di litigare continuamente con Jon Anderson e Chris Squire), che qualche anno dopo (nel 1976) avrebbe preso il posto di Phil Collins alla batteria nel tour per promuovere A Trick of the Tail dei Genesis (ne resta una testimonianza sul doppio live Seconds Out e nel video Genesis: In Concert), John Wetton al basso e voce, David Cross al violino e tastiere e Jamie Muir alle percussioni. La title track è divisa in due parti, in apertura e chiusura del disco: la seconda parte, con il suo riff proto-prog metal, è diventata uno dei brani più famosi della band.

  • King Crimson, Red (1974)

Il terzo (e ultimo) album della seconda fase progressive viaggia sostenuto dalla sala macchine in sezione ritmica: secondo lo stesso Fripp, Bruford e Wetton sono “un muro di mattoni che vola”. Eccezion fatta per qualche ospite al violino e al sax, i King Crimson sono un trio su questo album che regala alcune delle cose più belle della band, in particolare la potente title track strumentale e l’epica, struggente, potentissima conclusione di “Starless”. Dopo il tour per promuovere Red, Fripp scioglie i King Crimson, e anche stavolta vengono dati per spacciati, forse un po’ più a ragione, dato che ci vorranno più di cinque anni per ritrovarne una nuova formazione. Nel frattempo, comunque, tutti si danno da fare…

  • Peter Gabriel, Peter Gabriel [I/Car] (1977)

Sul primo disco solista di Peter Gabriel, che aveva appena lasciato i Genesis, si incontrano Robert Fripp (che qui suona le chitarre, mentre su II/Scratch sarà anche produttore) e Tony Levin, suonatore di basso e Chapman Stick (uno strano strumento che è una specie di basso a 12 corde che si suona in tapping), che suona su tutti i dischi di Peter Gabriel, oltre a essere un po’ ovunque come session man, inclusi Claudio Baglioni e Ivano Fossati. C’è anche un aneddoto mai verificato in cui un intervistatore (si dice Pippo Baudo) gli chiede, mentre si prepara a suonare con Baglioni, perché il suo basso abbia solo due corde: “non me ne servono di più per suonare questi pezzi”, avrebbe risposto Levin.

  • David Bowie, “Heroes” (1977)

Nel 1977, Fripp si considerava ritirato, ma Brian Eno lo convinse a suonare su quello che sarebbe diventato il disco più famoso di David Bowie. La sua parte di chitarra su “Beauty and the Beast” fu registrata poco dopo il suo arrivo a New York, ancora in pieno jet lag, al primo take, che è quello presente sull’album. Anche tutte le altre parti di chitarra solista sul disco sono opera sua.

  • Frank Zappa, Sheik Yerbouti (1979)

Su questo album di Frank Zappa conosciamo il secondo personaggio durato più a lungo alla corte del Re Cremisi: il chitarrista e cantante Adrian Belew, che resterà nella band dal 1981 al 1984 e dal 1994 al 2013. Belew è un chitarrista innovativo, che qui è alla sua prima collaborazione con un artista importante, come chitarrista ritmico e (meno spesso) solista, e cantando in “Jones Crusher” e “City of Tiny Lites”. Adrian è forse il più prolifico di tutti i membri dei King Crimson: durante il tour con Zappa viene avvicinato da David Bowie, che lo assumerà per suonare con lui dal vivo (provocando l’ira di Zappa, peraltro): in seguito Belew lavorerà anche con Paul Simon, i Talking Heads e i Nine Inch Nails.

  • King Crimson, Discipline (1981)

A sorpresa, Fripp resuscita il Re Cremisi una volta di più nel 1981, con il solo Bruford dei membri storici, e Levin e Belew nuovi acquisti: l’album è molto influenzato dalle sonorità dell’allora imperante new wave, soprattutto i Talking Heads, ma con elementi jazz più vicini al solito Fripp. I brani sono relativamente semplici nella costruzione, e mostrano un Belew molto a suo agio come frontman, per nulla oscurato dal carismatico band leader: inoltre per la prima volta un secondo chitarrista farà da sponda agli intrecci di Fripp, creando paesaggi musicali più avventurosi che mai. Questa terza fase della band durerà poco più di 3 anni, con il successivo Beat del 1982 e Three of a Perfect Pair del 1984.

  • King Crimson, THRAK (1995)

Con questo album (anche se tecnicamente c’era già stato l’EP VROOM dell’anno precedente) si inaugura la quarta fase dei Crimson, che comincia con il “doppio trio”: Sempre Fripp e Belew alle chitarre, ma a Tony Levin si aggiunge Trey Gunn allo stick e alla warr guitar, uno strumento che non ho mai capito bene cosa fa dei rumori bellissimi e a Bill Bruford si aggiunge Pat Mastellotto alla seconda batteria.

Le sonorità sono più moderne, anche vicine al metal, forse più asciutte, e il disco contiene forse il miglior pezzo dei King Crimson dal ’94 in poi: “Dinosaur”, che racconta forse cos’è successo all’uomo schizoide del ventunesimo secolo un quarto di secolo dopo, come suggerito in Playlist di Luca Sofri.

  • King Crimson, Live in Toronto (2016)

Inevitabilmente il bignamino si conclude con un documento dell’ultima (per ora) incarnazione della band: Live in Toronto è stato registrato durante l’inaspettato tour del 2014/2015 (inaspettato perché poco tempo prima Fripp aveva affermato di volersi ritirare dal mondo della musica), e mostra la line-up più numerosa e interessante: ci sono tre batteristi (Pat Mastellotto e Gavin Harrison, quest’ultimo batterista dei Porcupine Tree e session man, tra gli altri, di Baglioni e Battiato, entrato alla corte del Re Cremisi nel 2008, più Bill Rieflin, batterista degli R.E.M. dal 2003 allo scioglimento; attualmente Rieflin è in pausa, sostituito da Jeremy Stacey, batterista dal vivo degli High Flying Birds di Noel Gallagher), Tony Levin, il sassofonista Mel Collins (membro di diverse incarnazioni dei Crimson tra il ’69 e il ’74), il chitarrista e cantante Jakko Jakszyk (che a me fa sempre venire in mente quello degli Animaniacs) e il solito Fripp. Curiosamente, dal vivo le batterie sono in prima fila mentre gli altri quattro musicisti sono dietro, su una pedana rialzata.
Il live contiene classici dal primo, secondo (’69-’74) e quarto (’94-2013) periodo della band, saltando completamente gli album degli anni ’80, probabilmente per via dell’assenza di Belew, per la prima volta in un tour dei King Crimson da quando ci è entrato. Ci sono anche degli interessanti brani nuovi che fanno ben sperare anche per la continuazione dell’attività in studio, a breve.

I King Crimson saranno in Italia:
il 5 e 6 novembre al Teatro degli Arcimboldi di Milano;
l’8 e il 9 novembre al Teatro Verdi di Firenze;
l’11 e il 12 novembre all’Auditorium della Conciliazione di Roma;
il 14 e il 15 novembre al Teatro Colosseo di Torino.

Guglielmo De Monte
@BufoHypnoticus

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