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Yemen, una guerra dimenticata ed un’epidemia impossibile da fermare

Quando nel 2011 in Nordafrica e Medio Oriente cominciavano le “Primavere arabe”, i media internazionali volsero la propria attenzione soprattutto verso la Tunisia, il Marocco, la Libia, l’Egitto e la Siria, paese in cui ancora oggi è in corso una sanguinosa guerra civile che vede coinvolti numerosi attori e che non trova spiragli di risoluzione. In Occidente, negli ultimi anni, di Siria se ne è parlato, sebbene le informazioni a riguardo siano spesso state parziali e confuse. C’è un altro paese, però, in cui è tuttora in corso un conflitto violento e terribile, reso tale anche dall’incuranza della comunità internazionale.

Sono passati infatti oltre sei anni da quando il tunisino Mohamed Bouazizi si diede fuoco in segno di protesta contro il governo di Tunisi, costituendo così la scintilla degli eventi che ricordiamo come “Primavere arabe”, ma in Yemen la situazione è ancora un grande e pericoloso punto interrogativo. Qui si celebrano, se così si può dire, i due anni dall’intervento militare dell’Arabia Saudita (marzo 2015) contro i ribelli houthi. Nell’assoluta indifferenza occidentale, in Yemen si continua a combattere e a morire: più di 12 mila i morti dall’inizio del conflitto, oltre 3 milioni invece gli sfollati. Per un paese di queste dimensioni, tali cifre forniscono il quadro di un disastro umanitario molto serio.

Negli ultimi mesi, poi, l’intero contesto è stato ulteriormente complicato dall’esplosione di una gravissima epidemia di colera: i dati forniti dal report più recente del WHO – datato 8 giugno – parlano di oltre 100 mila casi sospetti. I più colpiti sono i bambini sotto i 15 anni e gli anziani sopra i 60. Dopo due anni di costanti e pesanti bombardamenti sauditi, le strutture sanitarie yemenite sono totalmente al collasso e le condizioni in cui si trovano ad operare le Ong internazionali sono estremamente precarie.

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Fonte: The Japan Times

Le origini del conflitto

Le proteste anti-governative iniziate nel 2011 avevano portato alle dimissioni di Ali Abdullah Saleh, presidente dal 1992. Alcuni mesi dopo, nel febbraio del 2012, le elezioni avevano visto la vittoria – ottenuta con percentuali plebiscitarie – di Abd Rabu Mansur Hadi, a lungo vice dell’ex presidente yemenita. La vittoria di Hadi, tuttavia, non fu accettata dalla minoranza sciita zaidita degli Houthi e fu allora che il paese cominciò ad entrare nel caos. Proprio nei mesi successivi all’elezione di Hadi, cominciò a manifestarsi con più vigore il risentimento sciita nei confronti del governo.

Dopo anni di conflitto e scontri, le forze di Ansarullah, il movimento degli houthi yemeniti, riescono a raggiungere la capitale Sana’a soltanto nel 2014 e – con la preziosa collaborazione dell’ex presidente Saleh (una volta loro acerrimo nemico) – prendono le redini del governo, spodestando Hadi (che ad oggi è il presidente riconosciuto).

È esattamente in quel momento che il conflitto yemenita assume rilevanza per l’Arabia Saudita. Per i sauditi, infatti, gli houthi sono un gruppo di impostori e terroristi: il loro destino è segnato. Siamo nel 2015 e l’Arabia Saudita del nuovo re Salman, ansioso di dimostrare alla comunità internazionale il suo pugno di ferro nei confronti degli sciiti, inizia a bombardare Sana’a. Da allora, i sauditi guidano una coalizione composta da dieci paesi (di cui fanno parte Marocco, Egitto, Giordania, Bahrein ed Emirati) in un’operazione dell’emblematico nome di “Tempesta Decisiva”. Finora, però, i raid aerei e le operazioni terresti – per la prima volta, infatti, le monarchie del Golfo hanno deciso di intervenire direttamente sul campo di battaglia  – si sono rivelati inefficaci per i fini sauditi. Ansarullah non ha desistito ed i bombardamenti hanno contribuito ad acuire ulteriormente la profonda crisi yemenita, rendendo impossibile la vita dei civili.

Disillusi da un’operazione che ritenevano rapida, indolore ed in grado di fornir loro prestigio internazionale, i sauditi hanno iniziato a bombardare piazze, mercati, ospedali e scuole. Una ricerca effettuata dallo Yemen Data Project ad agosto 2016 ha rivelato che un bombardamento su tre colpisce direttamente alla popolazione civile. Tali dati non necessitano di commenti.

Nel frattempo, tuttavia, prosegue l’assordante silenzio dei media e dell’opinione pubblica occidentale. Di Yemen non si parla mai e – nelle poche occasioni in cui lo si fa – le analisi tendono ad essere eccessivamente semplicistiche. Il messaggio trasmesso in Occidente è quello del sempiterno, quanto inspiegabile agli occhi dell’osservatore occidentale, scontro confessionale tra sunniti e sciiti. Nonostante ciò, però, un’analisi più approfondita rivela una realtà di gran lunga più complessa. Come illustrato da Eleonora Ardemagni di ISPI, il conflitto nello Yemen è scontro tra nord e sud (fino al 1990 i due paesi erano divisi), tra centro e periferia (tra una capitale, Sana’a, che tende ad accentrare ogni scelta politica ed una periferia sempre più esclusa dal processo di decision making), tra sciiti e sunniti nonché tra Arabia Saudita ed Iran (che insieme ad Hezbollah supporta l’insurrezione degli houthi). Quella dello Yemen è anche una guerra di procura ed è qui che si gioca una piccola parte degli equilibri mediorientali.

I problemi strutturali dello Yemen

I problemi che affliggono il paese sono molto più profondi di quanto possa sembrare. Già dall’epoca della riunificazione del 1990, si sono rivelate nette differenze tra lo Yemen del Nord e lo Yemen del Sud. Differenze che trascendono la sola suddivisione religiosa tra sunniti e sciiti e che abbracciano la sfera economica, politica, sociale. La necessità di una riforma in senso federale sarà uno dei punti di discussione quando – e se – il conflitto volgerà al termine. Maggiore autonomia è quanto richiesto da diverse province ed in assenza di cambiamenti radicali, non è pensabile una soluzione concreta al conflitto. La guerra, insomma, non potrà concludersi con una netta vittoria di una delle due parti, a meno che non si voglia posticipare la vera soluzione alla crisi successiva.

In tale contesto, inoltre, non bisogna dimenticare la fragilità ed estrema porosità dei confini: è proprio in queste faglie che vanno insinuandosi gruppi jihadisti come AQAP, Al-Qaeda nella Penisola Arabica.

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Fonte: AlWaght.com

L’epidemia di colera

La velocità a cui si sta diffondendo l’epidemia è sconvolgente. L’incessante incedere del conflitto ha contribuito ad aggravare situazioni di carestia, malnutrizione ed indigenza: tutti questi fattori hanno spianato la via alla diffusione dell’epidemia. Date le condizioni attuali, il rischio è quello di esportare il colera anche al di fuori dei confini yemeniti, contribuendo così a rendere ancora più instabile l’intera regione.

Pochi giorni fa Geert Cappelaere, direttore generale di Unicef in Medio Oriente, ha parlato di una “situazione senza precedenti” e si è appellato alla comunità internazionale al fine di ricevere i fondi necessari per contrastare l’epidemia. I cittadini, soprattutto i bambini, dello Yemen stanno soffrendo: sono stremati, moribondi, vittime di una guerra dimenticata. E adesso, di un’epidemia che – allo stato attuale – non può essere contrastata.

Tutto ciò nell’indifferenza occidentale. Non si tratta di fare la voce fuori dal coro o di semplice benaltrismo. In Yemen, un paese per noi così insignificante, si continua a combattere e a morire di colera. Forse, è giusto che se ne parli.

 

Gianmarco Maggio

[La fotografia di copertina è tratta da Amnesty International]

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