ius soli cittadinanza

Lo Ius soli è (quasi) legge, dopo 13 anni di negoziazioni

Tra pochi giorni, precisamente il 15 giugno, si discuterà in Senato la legge che potrebbe introdurre, in Italia, una riforma del diritto alla cittadinanza fondato sul principio dello ius soli. Se approvata, si passerebbe dal principio di ius sanguinis, attualmente previsto dalla  legge 91/1992, secondo cui la cittadinanza italiana si “tramanda” di genitore in figlio. Il principio alla base dello ius soli, invece, attribuisce la cittadinanza per il fatto di essere nati sul territorio di un determinato paese.

Il dibattito tra ius soli e ius sanguinis, come il testo della legge in attesa di approvazione, risale all’ormai lontano 2003. Al tempo era stato elaborato un testo unico risultato da diverse proposte parlamentari sulla questione, che venne bloccato per la prima volta nel 2004 con la richiesta, che si riproporrà poi negli anni seguenti, di approfondimenti da parte della Camera. Lo stesso avvenne nel 2006 e nel 2008, quando il testo, apparentemente pronto per essere approvato, venne bloccato dall’interruzione della legislatura, vanificando quindi l’intero percorso fatto dalla legge fino a quel momento. Anche nel 2010 la richiesta di chiarimenti ha bloccato l’introduzione dello ius soli, mentre nel 2012 è stata la mancanza di un testo base a fare da ostacolo alle nuove modalità di acquisizione della cittadinanza. Solo nel 2013 la Camera ha ripreso i lavori  sulla legge che ha ottenuto nell’ottobre del 2015, dopo oltre dieci anni, l’approvazione per passare al Senato. Ora, ad anni e anni di distanza da quella prima proposta, si intravede la conclusione dell’iter legislativo e il riconoscimento del nuovo principio di attribuzione della cittadinanza.

Ciò che il testo della legge comporterebbe in caso di approvazione è uno ius soli “made in Italy” che prevede due diverse strade da percorrere per diventare cittadini:

  • Lo ius soli temperato. In questo caso, si può acquisire la cittadinanza italiana se almeno uno dei due genitori possiede il diritto di soggiorno illimitato o il permesso di soggiorno di lungo periodo, nel caso dei cittadini non comunitari;
  • Lo ius soli culturae, invece, è pensato in particolare per i minori stranieri, consente loro di ottenere la cittadinanza se sono arrivati in Italia prima di aver compiuto i 12 anni di età e se hanno frequentato un minimo di anni di scuola, che nel caso delle elementari deve aver avuto esito finale positivo.

Le procedure e le modalità per presentare la domanda, però abbondano di ostacoli e limitazioni: è necessario che i genitori portino la documentazione al comune di residenza entro il compimento della maggiore età del figlio interessato o, eventualmente, il figlio maggiorenne presenterà domanda in prima persona, ma avrà solo due anni di tempo per farlo. Chi ha più di vent’anni invece può appoggiarsi allo ius culturae, ma solo dopo aver dimostrato di aver risieduto in modo legale e continuativo in Italia negli ultimi cinque anni. Anche in questo caso il tempo per presentare la domanda è limitato: un solo anno e con l’obbligo di ricevere prima il nullaosta del Ministero che ha il compito di verificare l’assenza di eventuali richieste di allontanamento.

Per i figli di stranieri nati fuori dall’Italia e arrivati dopo il dodicesimo compleanno si applica ancora lo ius culturae, ma con alcune cautele. Il Ministero dell’Interno ha infatti il potere di selezionare le domande sulla base di alcuni criteri che fanno capo all’attuale legge del 1992, secondo cui per ottenere lo status di cittadino italiano bisogna essere incensurati, non bisogna essere un pericolo per la sicurezza nazionale e i maggiorenni devono avere un reddito e aver pagato regolarmente le tasse nell’ultimo anno.

ius soli temperato cittadinanza italiana
Fonte: Lettera43

Il testo di questa legge ha, quindi, una lunga storia alle spalle ed è ricco di complicazioni e di condizioni che limitano l’effettiva applicazione dello ius soli. Le polemiche in merito ovviamente non sono mancate, soprattutto da parte dell’agguerrita Lega Nord, che vede in questa intricata legge qualcosa di completamente “inopportuno” per non dire pericoloso. La loro accusa riguarda principalmente la nazionalità degli attori delle stragi compiute in Europa negli ultimi anni, nati e cresciuti nel vecchio continente e quindi liberi di circolarvi.

Nonostante la legge sia poco chiara e ancora poco inclusiva in alcuni passaggi, leggervi una minaccia di terrorismo sembra fuori luogo. Non è la cittadinanza di un soggetto ad avere il potere di determinare la possibilità che esso compia degli attentati. Piuttosto, questa legge, nonostante le lacune, rappresenta un passo importante e necessario dopo un iter durato ben oltre dieci anni. Significherebbe riconoscere la cittadinanza a tutti i cittadini a cui spetta e vorrebbe dire non vanificare anni e anni di discussione in Parlamento. È un passo avanti verso il riconoscimento formale di un diritto, e non verso il terrorismo che ha poco a che vedere con la cittadinanza del soggetto che compie l’atto e con il futuro di centinaia di bambini che nascono in Italia, parlano la nostra stessa lingua, frequentano le nostre stesse scuole e università, e sono a tutti gli effetti concittadini.

Elena Baro
@elena_baro

[L’immagine di copertina è tratta dal sito Possibile.com]

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