Il business della guerra: la tratta delle armi italiane dalla Sardegna allo Yemen

L’industria bellica, si sa, è un mercato che non conosce crisi. Dietro la quasi totalità dei conflitti armati si celano importanti interessi economici e politici, che alimentano “giri” di denaro di proporzioni inimmaginabili. Non è un caso che, nello scenario mondiale post-crollo economico del 2008, uno dei pochi mercati a resistere sia stato proprio quello delle armi, che ha rilevato una crescita del 14% nei cinque anni immediatamente successivi al “crack”, come rivelato da un rapporto del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute). Anche il mercato italiano non ha fatto eccezione, pur accusando la generale flessione europea, causa di un rallentamento nella crescita. L’anno 2016 ha siglato il vero “ritorno alle armi” del Bel Paese (con buona pace di Hemingway), che ha visto un incremento pari all’85% del valore delle licenze di esportazione: ben quattordici miliardi di euro, al fronte dei “soli” sette miliardi del 2015, con un valore globale complessivo pari a circa due volte quello del 2011 e cinque volte quello del 2013.

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Fonte: Camera.it

A quasi un anno di distanza dal “boom” delle armi, l’industria bellica italiana continua a godere di ottima salute. Mentre Finmeccanica occupa saldamente la posizione numero 9 nella classifica delle 100 maggiori aziende per la produzione di armi e servizi militari redatta dal SIPRI, un’altra azienda si sta rapidamente facendo strada dal basso: la tedesca Rheinmetall. Cosa abbia a che vedere un’impresa tedesca con lo stato di salute del mercato italiano, è presto detto. La società Rheinmetall Waffe Munition GmbH, nata nel 2010 a Monaco di Baviera, possiede infatti una divisione italiana con sede a Ghedi (BS). La produzione è affidata ad uno stabilimento situato a Domusnovas, nella Sardegna meridionale. E’ qui, nel cuore del Mediterraneo, che il colosso tedesco fabbrica armi per centinaia di milioni di euro e le esporta in tutto il mondo, in particolare nel Medio Oriente. Tra i suoi maggiori clienti figura l’Arabia Saudita, che nel solo 2016 ha importato armi dalla Sardegna per quaranta milioni di dollari. In particolare, la produzione nello stabilimento sardo riguarda le bombe MK82, MK83 e MK84, largamente impiegate dall’esercito del re Salman per bombardare lo Yemen.

Dal 19 Marzo 2015 l’Arabia Saudita guida una coalizione formata da Kuwait, Qatar, Giordania, Sudan ed Emirati Arabi Uniti (supportata da Regno Unito e Stati Uniti) nella guerra contro i ribelli Houti, affiancati dal presidente Ali Abdullah Saleh e dall’Iran. A dare il via ai bombardamenti è stato proprio il Paese dell’Asia Occidentale, scatenando un sanguinoso conflitto che tarderà a trovare una fine e ha già causato quasi diecimila vittime civili. I bombardamenti verso obiettivi sensibili come ospedali, scuole e strutture per gli aiuti umanitari sono quasi all’ordine del giorno. Secondo i dati raccolti dall’OHCHR, negli ultimi due anni oltre 6000 strutture sarebbero state costrette a chiudere a causa di danni provocati dai conflitti, mancanza di materiali e di personale. Come riportato nel World Report 2017 redatto da Human Rights Watch, oltre l’80% della popolazione yemenita (pari a circa diciotto milioni di persone) necessiterebbe di aiuti umanitari. Più di due milioni di bambini non hanno la possibilità di andare a scuola, gli sfollati sono tre milioni. Come se non bastasse, una delle peggiori epidemie di colera di sempre sembra voler dare il colpo di grazia ad un Paese ormai moribondo.

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Bomba MK83 siglata RWM Italia a Sa’dah, Yemen. Foto di Ole Solvang per Human Rights Watch.

È in questo drammatico quadro che il rifiorire del “mercato della morte” in Italia e le vite degli yemeniti si uniscono, stretti da un filo rosso sangue. Le prove che le bombe che cadono per le strade della capitale yemenita siano anche italiane, sono ormai note. Un giornalista americano, Malachy Brown, ha condotto un’approfondita inchiesta a riguardo per il sito Reported.ly, completa di documenti “leaked” riportanti autorizzazioni per la spedizione in Arabia Saudita di carichi italiani. Con la collaborazione di un collega italiano, il giornalista è riuscito a ricostruire il percorso di un carico di bombe MK83 dalla fabbrica di Domusnovas fino all’Arabia Saudita. Il caso ha sollevato un grosso polverone, riportando alla luce il problema etico della produzione di armi. Le foto realizzate ad alcune bombe riportanti la sigla RWM Italia in Yemen dall’operatore di Human Rights Watch Ole Solvang nel Maggio scorso hanno contribuito a confermare il lavoro del sito americano, che ha spinto associazioni come Rete Disarmo a presentare esposti alle procure di Roma e Brescia.

Export di armi: fino a che punto è legale in Italia?

L’esportazione di armi in Italia è regolata dalla legge 185 del 9 luglio 1990. Il provvedimento vieta l’export, tra gli altri, anche ai Paesi che conducono politiche in contrasto con l’articolo 11 della Costituzione o violano gravemente le convenzioni internazionali per i diritti umani:

L’esportazione, il transito, il trasferimento intracomunitario e l’intermediazione di materiali di armamento sono altresì vietati:
[…]
verso i Paesi in stato di conflitto armato, in contrasto con i princìpi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, fatto salvo il rispetto degli obblighi internazionali dell’Italia o le diverse deliberazioni del Consiglio dei ministri, da adottare previo parere delle Camere; verso Paesi la cui politica contrasti con i princìpi dell’articolo 11 della Costituzione; […]  verso i Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, accertate dai competenti organi delle Nazioni Unite, dell’UE o del Consiglio d’Europa;

Se la normativa venisse rispettata alla lettera, l’Arabia Saudita figurerebbe nella “lista nera” dei Paesi in cui l’export è vietato. Se non per la partecipazione al conflitto in Yemen, quantomeno per le violazioni dei diritti umani. L’ultimo rapporto di Amnesty International denuncia le gravi infrazioni del governo saudita: dalla limitazione della libertà d’espressione e di associazione agli arresti arbitrari, dalla tortura alla discriminazione nei confronti delle donne.  Tutti fattori che passano in secondo piano di fronte agli interessi economici, favoriti dalla mancanza di un reale metodo di verifica dei requisiti dei Paesi importatori e di un embargo ordinato dalle Nazioni Unite, essenziale per fermare le esportazioni.

La tratta delle armi continua così indisturbata. La Rheinmetall, che nel 2016 ha ottenuto 45 nuove autorizzazioni, avrebbe già in programma un ampliamento dello stabilimento di Domusnovas, per il quale avrebbe stanziato un finanziamento da circa quaranta milioni di euro. Anche la Francia avrebbe mostrato interesse per la società tedesca con sede produttiva in Sardegna, affidandole produzioni per oltre duecento milioni di euro, senza rendere nota la destinazione dei prodotti, né la loro qualità. E mentre sullo Yemen continuano a cadere bombe italiane, la Sardegna si immola alla causa, costretta dalla crisi economica a macchiarsi del sangue innocente di chi si chiede solo da dove provenga la morte che viene dal cielo.

Ilaria Palmas

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