La riforma costituzionale in Turchia, in sintesi

Negli ultimi mesi si è sentito spesso parlare di diatribe tra la Turchia, rappresentata da 20 anni dal presidente Erdoğan, e i Paesi europei. Il leader turco ha usato termini duri contro Olanda e Germania, definendoli Paesi nazisti. Il casus belli è stato, in entrambi i frangenti, il divieto imposto dai due paesi europei ai diplomatici d’Anatolia di fare campagna elettorale per il referendum costituzionale del 16 aprile.
In quella data, infatti, si terrà una votazione popolare che potrebbe cambiare le sorti del paese e la carriera politica di Recep Tayyip Erdoğan. Di questa modifica costituzionale si è discusso e si discute ancora, ma raramente si è detto, da un punto di vista teorico e pratico, quali cambiamenti porterebbe.

Le modifiche costituzionali dal punto di vista giuridico

Il sistema turco, per strano che possa sembrare, è oggi molto simile a quello italiano. Esiste un Presidente della Repubblica (Erdoğan) che dovrebbe essere super partes e che dovrebbe svolgere un ruolo equiparabile a quello del nostro Mattarella. Credevate che Erdoğan fosse il Primo Ministro? Questo la dice lunga su come l’ex sindaco di Istanbul gestisca il suo ruolo.
Al di sotto vi è un Primo Ministro (ora Binali Yıldırım), che consiglia i nomi dei ministri al Presidente. È tuttavia abbastanza superfluo ricordare questo nome, perché, dovesse passare il referendum, il ruolo del Primo Ministro cesserebbe di esistere. Il nocciolo della riforma, infatti, è la trasformazione da Repubblica Parlamentare a Presidenziale.

Ecco, per punti, alcune delle modifiche introdotte dalla revisione costituzionale:

  • i parlamentari passeranno da 550 a 600;
  • il ruolo del Primo Ministro verrà abolito. Il potere esecutivo andrà al Presidente della Repubblica, che avrà 1 o 2 vicepresidenti;
  • potranno essere eletti all’Assemblea tutti i cittadini al di sopra dei 18 anni (oggi 25), a patto che non abbiamo legami con l’esercito;
  • il mandato presidenziale passa da 4 a 5 anni di durata (quello del parlamento è già di 5 anni);
  • il Presidente della Repubblica, o in alternativa i 3/5 dell’Assemblea, potrà sciogliere le Camere;
  • il Parlamento non potrà opporsi alla scelta dei ministri;
  • il Presidente della Repubblica non dovrà più recidere il rapporto con il suo partito;
  • i membri della Corte Costituzionale (oggi 17) diventeranno 15, di cui 12 scelti dal Presidente e 3 dall’Assemblea. I 2 posti persi saranno a discapito dei Tribunali Militari, che cesseranno di esistere (se non per giudicare in tempo di guerra);
  • il corrispettivo del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) sarà composto non più da 22 ma da 13 membri. 4 di loro saranno scelti dal Presidente, 7 dall’Assemblea, gli ultimi 2 saranno il Ministro della Giustizia e il suo vice;
  • il parlamento non potrà sfiduciare il Presidente ma potrà metterlo in stato di accusa (serviranno i 3/5 dei voti per far procedere il tribunale e i 2/3 dopo il giudizio);
  • lo stato di emergenza dovrà essere emanato dal Parlamento. Durante tale periodo tutti i decreti legge dovranno passare con la maggioranza assoluta (301) dei membri dell’Assemblea;
  • una volta emanato un decreto legge il Parlamento avrà 15 giorni per produrre un documento sullo stesso argomento. Qualora ciò dovesse avvenire il decreto diventa carta straccia, al contrario, il decreto diventa legge;
Il parlamento turco (Fonte: puntotv)

Le modifiche costituzionali dal punto di vista pratico

Il sistema elettorale turco è proporzionale, con una soglia di sbarramento del 10%. Il sogno di Erdoğan era quello di ottenere una maggioranza assoluta, in modo tale da poter proporre una modifica costituzionale in autonomia. Ciò non è avvenuto, e dunque ha dovuto cercare appoggi parlamentari.
In primis, ha tentato di ottenere il supporto dei curdi. Successivamente ha trovato e consolidato l’alleanza con Devlet Bahçeli, leader del partito nazionalista di estrema destra Milliyetçi Hareket Partisi (MHP) e braccio politico del gruppo fascista e paramilitare-terroristico dei Lupi Grigi. Bahçeli ha sostanzialmente barattato la riforma costituzionale con un atteggiamento più intollerante verso le minoranze etniche e linguistiche (non è un caso se oggi il PKK curdo venga considerato dalla Turchia più pericoloso dell’ISIS). La riforma costituzionale renderà di fatto il Presidente della Repubblica un sovrano assoluto. Non dovendo più recidere il rapporto col suo partito, infatti, cesserà di essere super partes. Se prima il Primo Ministro era un primus inter pares, ora egli sarà al di sopra dei ministri da lui scelti. Allungando il mandato da 4 a 5 anni, inoltre, le elezioni presidenziali e parlamentari combaceranno, e dunque non è difficile immaginare che il candidato presidente sarà anche il capo del partito che si presenterà alle elezioni. Di fatto, dunque, il ruolo del controllore e del controllato  andranno a sovrapporsi. L’unico organo che potrebbe contenere il ruolo del Presidente è la Corte Costituzionale, la quale sarà però all’80% scelta dallo stesso. Anche l’esercito, in Turchia protettore della laicità dello Stato, ne uscirà molto indebolito. Il Presidente potrà scegliere e rimuovere ministri a suo piacimento e al parlamento verrà tolta la possibilità di sfiduciarlo. Inoltre dopo la riforma costituzionale il conteggio dei mandati verrà azzerato e dunque Erdoğan sarebbe libero dal vincolo dei due mandati, potendo candidarsi fino al 2029.

Va infine notato che la campagna elettorale referendaria non è condotta in maniera equa: molti giornalisti sono stati incarcerati (si veda, per esempio, Cumhuriyet Gazetesi) e lo stesso trattamento è applicato alle opposizioni politiche. Inoltre la Turchia è da luglio in stato di emergenza (in risposta al tentato Golpe, vero o presunto che fosse, dell’esercito), di conseguenza le manifestazioni per il NO vengono sistematicamente bloccate o comunque ostacolate.

Molto spesso sentiamo dire che questa riforma renderebbe Erdoğan un dittatore.  In realtà è assai complicato stabilire chi sia un dittatore, dal momento che il concetto di dittatura è assai labile. Se usassimo come definizione è dittatore quel capo dello Stato che seda le opposizioni con la violenza, abusa del suo ruolo e fa imprigionare chi cerca di diffondere notizie su questa situazione, allora Erdoğan non diventerebbe un dittatore a seguito della riforma, per il semplice motivo che lo è già. Ma si sta sempre più diffondendo in Europa una sorta di feticismo per la teoria dalla quale deriva la definizione è dittatore chi nega le elezioni. In questo caso, invece, da un punto di vista teorico, Erdoğan non sarebbe un dittatore. Il tempo delle tirannie senza elezioni, infatti, è finito. Con la presenza di mezzi di comunicazione e l’importanza che ha l’immagine internazionale è molto più intelligente mantenere una parvenza democratica e inscenare elezioni farsa piuttosto che imporsi come dittatori totalitari, mettendo in imbarazzo gli alleati stranieri e rendendo chiaro anche ai cittadini più disattenti la realtà. Ciononostante, la presenza di elezioni non renderebbe certo Erdoğan un presidente democratico.

Quando andai in Russia uno dei miei traduttori mi disse che nel suo paesino Vladimir Putin, considerato da molti italiani il simbolo di una nuova democrazia più efficiente ed efficace, prese 400 voti. Il problema è che in tutto il villaggio c’erano solo 200 abitanti. Facciamo attenzione quando parliamo: la realtà conta più dei tecnicismi.

Alessandro Maffei

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