Gipi in bianco e nero: note su “La terra dei figli”

Quando si dice che un libro non si giudica dalla copertina finisco quasi sempre per storcere il naso; so benissimo che questo potrebbe costarmi sguardi di sdegno e dita puntate contro la mia presunta o lampante superficialità, tuttavia il significato che intendo qui è proprio quello letterale, perché è dalla copertina che ho prestato occhio, e tutto ciò che ne consegue, al libro di cui sto per parlare: La terra dei figli (edizioni Coconino) di Gipi.
Per chi non lo sapesse, Gipi (Gian-Alfonso Pacinotti) classe ’63 (e da vendere) è un fumettista, illustratore e regista italiano attivo dal 2003. Per Coconino Press ha pubblicato tutti i suoi libri, fra cui unastoria, finalista al Premio Strega 2014, prima volta per un fumetto.
Ritorniamo però a La Terra dei figli: un corpulento cartonato nero con al centro un cerchio bianco nel quale campeggia, in maiuscolo, il titolo. Mi ha colpita subito, mi ha fatto pensare ad un pozzo, alla terra, alla luna, a un numero di Dylan Dog (#359 per essere precisi), spingendomi a cercare in giro quante più notizie possibili. È stato proprio grazie a una presentazione video dello stesso autore (“anche nella splendida cover variant”) che mi sono detta di volerlo leggere. Ed è successo: puntuale come i chili di troppo a Natale, è arrivato anche lui, il mio libro.

Adesso vorrei ergermi a massima esperta di graphic novel ma vi mentirei, la verità è che mi piace nutrirmi di storie, poco importa come siano declinate. Così, la prima domenica utile di gennaio, mi sono decisa, mi sono sporta su quel pozzo bianco (perchè per me è rimasto un pozzo, chissà che per voi non sia la luna, un cerchio, la terra stessa o una palla) vedendo la storia prendere forma davanti a me, in un tripudio di bianco e nero. 
Sembra strano parlare di tripudio, soprattutto se si fa riferimento a soli due colori, ma questo è quello che ho visto: ampie distese selvagge, il silenzio e poi loro, i due fratelli protagonisti, fragili e forti come solo i sopravvissuti sanno essere. É chiaro che si sta iniziando dalla fine e non è dato sapere dove si arriverà. 
La loro relazione col padre si presenta sin da subito come complicata e spigolosa, i silenzi e il non detto fanno da padroni; il loro difficile legame è quindi uno dei leitmotiv del racconto, insieme all’ostinato tentativo dei due ragazzi di capire cosa ci sia oltre quel lembo di terra malconcia, oltre i dettami imposti dalla necessità, oltre l’ostilità di certe situazioni per loro assolutamente normali: è il mondo così come lo hanno trovato e conosciuto, lasciandoci – proprio per via di questo scarto – un senso di scoramento che è stato il mio personalissimo compagno di lettura.

gipi
La terra dei figli – Fonte: zero.eu

La loro vita scorre così, tra piccoli gesti di ordinaria rudezza, fino ad arrivare laddove la curiosità li ha spinti, in un altrove che, se spogliato di certe caratteristiche, non è poi così diverso dalle dinamiche della società nella quale siamo immersi, spesso a testa in giù e con i piedi legati da una corda (potrei o no aver usato “impropriamente” un’immagine del libro, scusa Gipi); una società evoluta, a suo modo colta, ma che richiama modelli arcaici, tipici dei popoli tribali di cui ci diciamo naturale evoluzione (?), di cui ci sentiamo un calco rivisitato e corretto.
Cosa succede poi? Chi altro si muove nella scena? E infine: si tratta di un pozzo, di una palla o della luna? Io non posso dirlo, lo spoiler è un crimine, ammettiamolo. Posso però dire con assoluta certezza che mai avrei pensato al bianco come a un colore tanto rumoroso, così forte e ovattato; e che certi “quaderni” riescono a dire tantissimo pur non avendo alcuna bocca.

Marika Lanza

Fonte immagine di copertina: bestmovie.it

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