Saliou Lassissi, sfortuna e spreco

Settimana scorsa, qui, abbiamo visto come basti pochissimo, una semplice coincidenza, una scelta apparentemente senza peso, per uscire dal sentiero che porta all’Olimpo ed imboccarne uno fatto di calcio dilettantistico, di anonimato o magari pure di scarpini al chiodo. Un altro esempio di quei giocatori che sembravano essere arrivati ma che alla fine, vuoi per la sfortuna, vuoi per un carattere non proprio facile o professionale (ed in alcuni casi entrambi), hanno imboccato la strada sbagliata è un difensore ivoriano, che nel 2001 è sulla rampa di lancio per diventare grande. È già il nuovo Thuram, nonostante Lilian sia ancora in piena attività, anzi, l’apice forse lo debba ancora raggiungere. E Saliou Lassissi l’apice non lo raggiungerà mai, vuoi per un grave infortunio, vuoi per una testa mai veramente a posto, vuoi per entrambi.

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1998. Il Parma decide di puntare un bel gruzzoletto sul difensorone nero del Rennes, incurante che già la Juventus avesse mollato la presa. Un anno prima infatti Moggi aveva preparato il contratto a nome Lassissi, firmato dal giocatore, scoprendo solo in un secondo momento che Saliou ne aveva già firmato un con il Rennes. Ahi ahi. Sarà un errore di gioventù, ha solo 19 anni. Ma la Juve passa, e subentra il Parma. Praticamente appena arrivato, Lassissi viene spedito a Genova, sponda blucerchiata. È titolare, gioca bene, ma quel giovane lì, quel Lassissi, è un po’ fallosetto. Dovrà adattarsi. Poi però arriva novembre, e si becca tre giornate di squalifica per aver spintonato Gennaro Gattuso, in maglia Salernitana, a gioco fermo. Segna una rete, in una sconfitta contro la Roma (tenete a mente) e farà in tempo a beccarsi ancora tre giornate di squalifica contro l’Inter. Risultato finale, Samp in B e Saliou di nuovo al Parma.

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Ecco, nel Parma a cavallo tra due secoli e due millenni non è proprio proprio facile farsi spazio. Qualche nome? Buffon, i fratelli Cannavaro, Thuram, Baggio, Dabo, Sousa, Walem, Amoroso, Crespo, Di Vaio. E c’è pure Johnnier Montano, di cui abbiamo parlato settimana scorsa. In ogni caso Saliou arriva e fa la riserva. A fine anno saranno 14 le presenze, che gli valgono la chiamata della Fiorentina.

Contemporaneamente, ha qualche guaio in Nazionale. Con già otto partite sulle spalle, viene convocato per un ritiro in Guinea. Lì, durante un allenamento, si prende a male parole con un compagno, Blaise Kouassi, e gli spacca un labbro con una pallonata. Il ct lo allontana, e non appena rientra in Costa d’Avorio viene fermato dalla polizia militare, che gli fa passare la notte in carcere. Non tornerà mai più in Nazionale.

Diventa però il primo giocatore africano ad indossare la maglia viola, ma anche qui vede più il campo che la panchina. E cominciano pure le disavventure lontano dal campo. Una notte, in auto, centra in pieno un bidone dell’immondizia. Oh, sono cose che capitano. Solo che viene denunciato dalla vigilessa che accorre sul posto per tentata aggressione. Cose che capitano più raramente.

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Fine prestito e ritorno a Parma. Ma lì le cose si muovono in fretta, e viene organizzato un triplo scambio sull’asse Emilia – Roma. Il bielorusso Sjarhej Hurenka (cinque presenze in due anni in giallorosso, e tre in una stagione al Parma), Amedeo Mangone e Paolo Poggi partono alla volta di Parma, mentre Diego Fuser, Raffaele Longo ed il Nostro vanno a Roma. Con il senno di poi, questo scambio non farà bene a nessuno dei sei, che giocheranno meno nella nuova squadra che in quella vecchia.

Anche Lassissi non fa eccezione, ma a sua discolpa di traverso ci si mette la Sfortuna, interpretata dalla gamba di Antonio Barijho. Amichevole agostina con il Boca Juniors. Lassissi riceve palla, si gira verso la porta e mentre sta per passare irrompe Antonio, che con un sol colpo rompe tibia e perone a Saliou. Barella, corsa in ospedale, e prognosi durissima. Almeno sei mesi di stop.

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Un mese dopo, però, esce dalla clinica, firmando autonomamente tutte le carte e sfuggendo ai medici della società. La spiegazione è che gli danno le medicine sbagliate. Va a casa, dove passa il tempo alla televisione, abbandonando completamente la riabilitazione. Ad essere leso è un nervo della gamba, che gli provoca dolori fortissimi, impedendogli anche di dormire. Il procuratore incolpa la società, la società incolpa Lassissi, logorando i rapporti già sfilacciati tra le parti. Ad un certo punto però i fortissimi dolori passano, permettendo nuovamente il prosieguo della riabilitazione, ma i rapporti rimangono distrutti, tanto che in tre anni in giallorosso Saliou non giocherà mai. Nemmeno con la Primavera, nonostante Capello volesse testarlo.

Lassissi darà la colpa della decisione a Sensi, che approfittò della conclamata indisponibilità per non pagarlo. I due finirono in tribunale, e Lassissi venne dichiarato nel giusto. Ma i soldi comunque non arrivano, e alla fine del contratto nessuno neanche pensa di rinnovarlo.

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Si perde un anno tra le strade di Parigi, poi giochicchia qua e la. E’ probabilmente in questo momento che comincia a parlare di sé in terza persona. Torna in Costa d’Avorio, finchè nel 2007 riemerge, anche se non certo dalla porta principale. Lo mette sotto contratto il Bellinzona, allenato da Vladimir Petkovic, che disputa la Serie B svizzera. Arriva e si sente un divo. Continua a parlare in terza persona, si presenta a bordo di un costosissimo SUV bianco e pretende di diventare capitano e decidere. Inutile dire che l’accoglienza è un po’ freddina. Resta tre mesi, gioca tre partite ed è disastroso.

E’ un vortice, e non riesce ad uscirne. Meno gioca, peggio gioca. E quando gioca, fa danni. Entente, quinta serie francese, stagione abbastanza positiva, pur considerando il contesto intorno a lui. Ma finisce malissimo. Aggredisce fisicamente un arbitro, reo di aver appena estratto il cartellino rosso ai suoi danni, e colpisce pure il suo capitano, accorso per tentare di calmarlo. Nel 2008 appende le scarpette al chiodo, salvo presto ripensarci.

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Questa digressione vi sorprenderà. Il campionato di calcio polacco è di una complessità incredibile. C’è l’Ekstraklasa, la Serie A, e la I Liga, la Serie B. Due II Liga, divise in orientale ed occidentale, e otto gironi di III Liga. E fin qui tutto chiaro. Ma poi il calcio si associa ai voivodati, le regioni polacche, perdendo completamente scala e senso. Ad esempio, in alcuni si scende fino alla Klasa C, ultimissimo gradino, una nostra terza categoria, in altri fino alla B ed in alcuni fino alla A. Altri addirittura non hanno nessuna di queste, ed in ogni caso nell’ultimo gradino, sia esso A, B o C, non esistono retrocessioni.

Ma perchè, nel mezzo della storia di Sadiou Lassissi, vi parlo del calcio dilettantistico polacco? Perchè va a giocare nel Sokol Skromnica, squadra del Klasa B del voivodato di Lodz, suo ultimo gradino, quindi impossibile retrocedere. Pensate quanta differenza ci possa essere tra una Serie A italiana, ma anche una Serie B svizzera, e l’ottavo girone dell’inferno del calcio dilettantistico polacco. Lì se ne perdono le tracce. Non si sa se giochi, quanto giochi e soprattutto come.

Marco Pasquariello

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