Generazioni in lotta

La scorsa settimana alla Luiss è stato presentato il Rapporto 2017 sul divario generazionale, studio condotto dalla fondazione Visentini che misura le differenze socio-economiche delle varie generazioni.

Il rapporto è, di fatto, una fotografia di quello che anche su scala globale rappresenta un problema per l’economia. La generazione dei Baby-Boomers ha a disposizione una ricchezza e un benessere che non è sostenibile e che le generazioni successive, in particolare quella dei Millenials, possono solo immaginare. Non è solo una questione di dotazione di capitale, anche il sistema di Welfare, sotto la nuova luce del presente, è stato pensato in modo miope e poco lungimirante. In Italia le pensioni rappresentano la più importante sfida cui ci sottoporremo e sono uno degli emblemi di questo nuovo problema intergenerazionale.

Il paragone tra Baby-Boomers e Millenials viene naturale per due principali aspetti, in entrambi i casi si è verificato un incremento delle nascite ed entrambe le generazioni rappresentano due momenti di forte “prosperità” economica globale. Negli anni ’50 gli elettrodomestici guidarono la crescita economica e rivoluzionarono lo stile di vita in tutto il mondo, similmente gli anni ottanta consegnarono all’umanità la rete e tutto ciò che ne consegue.

Pur essendoci questa similitudine le due generazioni presentano enormi livelli di disparità che preoccupano non solo per questioni etiche, ma anche per le ripercussioni sociali ed economiche che portano con sé. Lungi dal voler dar la colpa del male del mondo ai boomers, le scelte e le politiche che sono state intraprese per loro sono state fatte con la presunzione di illimitatezza delle risorse e con una visione di breve periodo. Vale a dire che si è presa per assodata la crescita perenne, la condizione per cui l’economia tende sempre a crescere senza contrazioni (se non limitate e reversibili). Prima degli anni Novanta, per esempio, raramente ci si è posto il problema dello sfruttamento delle risorse naturali, mentre prima degli anni 80 il discorso sulle disuguaglianze non ha mai appassionato studiosi e statisti.

Ora invece ci troviamo costretti tra limitatezza di risorse naturali ed economiche e sui Millenials pesa la responsabilità di sacrificare benessere in cambio di sostenibilità, mantenendo intatti i diritti acquisiti dei boomers.

Il rapporto, oltre ad evidenziare questi squilibri, pone l’accento anche su alcune criticità molto più serie, ossia la difficoltà per un ventenne oggi nell’ottenere l’indipendenza economica dalla famiglia. Se nel 2004 un ragazzo di vent’anni impiegava otto anni per l’autosufficienza, oggi ce ne mette il doppio, con una previsione per il 2020 che raggiunge i diciotto anni. Significa che nel 2020, in media, l’autonomia e l’indipendenza economica saranno raggiunte alla veneranda età di trentotto anni. Le previsioni, inoltre si spingono fino al 2030, quando, si stima, il ritardo sarà di dieci anni in più, toccando la soglia dei cinquanta.

Questo crea enormi problemi produttivi e redistributivi. Produttivi data la nostra struttura demografica, redistributivi dato il nostro welfare e la nostra società. Di fatto i millenials e la generazione Y (dal 2000 in avanti) non saranno in grado di autosostenersi fino ad una età estremamente avanzata, pari a quella in cui un baby boomers, generalmente, raggiungeva il picco della carriera lavorativa. Questo anche perché l’aumento della aspettativa di vita mette enorme pressione sul sistema pensionistico e necessita continuamente di interventi che aumentino l’età pensionabile, ritardando il turnover e l’accesso di nuova forza lavoro in grado di portare nuove competenze e nuove forze all’impianto produttivo del paese (si pensi che nel pubblico solo il 3% dei lavoratori ha meno di trent’anni, vale a dire che solo il 3% degli impiegati statali è un nativo digitale, con tutte le conseguenze di efficienza che ne derivano).

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fonte: blog.oldversion.com

Per ovviare a questi problemi la fondazione Visentini, tra le altre, avanza una proposta audace, ma non nuova. I pensionati che percepiscono le pensioni maggiori dovrebbero, in modo proporzionale ai contributi versati e alla somma percepita, contribuire ad una sorta di fondo di solidarietà per ridistribuire il capitale ai più giovani. Di fatto circa due milioni di contribuenti dovrebbero destinare una quota di pensione ad un fondo di solidarietà che avrebbe la specifica funzione di aiutare gli altrettanti Neet in Italia, persone né in formazione né in occupazione, i quali approfitterebbero degli investimenti in politiche giovanili e del lavoro che la dotazione di capitale permetterebbe al governo o all’ente preposto. L’imposta avrebbe le caratteristiche di un contributo di solidarietà e in quanto tale sarebbe limitato nel tempo, ma darebbe un segnale etico e sociale importante per favorire la soluzione ad un problema che tocca tutti. Può sembrare poco urgente, ogni Neet costa allo stato quattordici mila euro l’anno, in aggregato la spesa è pari al 2% del pil (trentasei miliardi di euro). Non un problema da poco. Quello della dotazione di capitale, per quanto formulato diversamente, è uno strumento non nuovo nell’ambito del Welfare State; proposte in questa direzione sono state fatte da molti studiosi quali Ackerman e Alstott , i quali proponevano una dotazione di 80 mila dollari al raggiungimento dell’età adulta, oppure il Child Trust fund del governo britannico. Non ultimo anche Atkinson inserisce la ridistribuzione intergenerazionale sotto forma di dotazione di capitale tra le sue proposte per ridurre le disuguaglianze.

In somma la disuguaglianza ha molte dimensioni, ognuna importante perché tutte implicano uno spreco di risorse. Forse un giorno qualcuno avanzerà una teoria secondo cui equità ed efficienza non sono poi così in antitesi. Restiamo in attesa.

Luca Sandrini
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Fonte immagine copertina: Adweek.com

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