Erre come Resistenza: la lotta delle donne afghane per la pace

Sono le donne di RAWA, ma in ambienti non protetti è meglio chiamarle con una singola lettera: le “Erre”. L’acronimo RAWA (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan) evoca infatti lotte incessanti, parole che profumano di democrazia, costanti richieste di un diritto alla pace. In Afghanistan, tutto questo è considerato come un nefasto influsso occidentale, da debellarsi al più presto, per rendere il Paese un perfetto stato islamico.

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Fotografia di Camilla Mantegazza

RAWA fu fondata nel 1977 da Meena Keshwar Kamal, un’attivista che lasciò l’università per intraprendere la sua battaglia contro l’oppressione delle donne. Meena fu uccisa il 7 febbraio del 1987, all’età di 30 anni, nella sua casa di Quetta, in Pakistan, per mano di un contingente della polizia segreta afghana, il KHAD. Meena, mai tornerò indietro è il libro edito dal CISDA – il coordinamento che da anni sostiene politicamente RAWA – che racconta la sua vita, il suo coraggio, le umiliazioni subite, la misoginia e l’oscurantismo religioso che hanno colpito il suo Paese. Dopo quasi 40 anni, le donne affiliate all’Associazione continuano a combattere la propria battaglia in clandestinità, in un Paese non ancora pacificato, in una situazione di pericolo costante.

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Credits: Afghan matters

Quelle che noi chiamiamo Erre hanno un nome e un cognome, una madre, un padre, un marito, a volte dei figli, anche se averne può essere pericoloso per la loro stessa incolumità. Hanno una casa, ma per questioni di sicurezza in modo pressoché costante cambiano residenza. Le Erre lavorano o sono casalinghe, indossano il velo o il burqua – a seconda se provengano da Kabul o dalle province. In città, si sa, la vita può sembrare più semplice, ad ogni latitudine. Anche in Afghanistan è così, con il deterrente che i villaggi, oltre ad essere lontani dai comfort e dai servizi essenziali, sono controllati da talebani, signori della guerra, Daesh o terroristi di diverse fazioni. “Distinzioni vane” – dice una di loro – “sono tutti uguali. È vero, forse i talebani uccidono meno. La morte con gli uomini di Daesh è sempre dietro l’angolo”.

Quando le donne di Erre si spostano dalle province a Kabul per le loro riunioni, rare e clandestine, indossano i loro vestiti peggiori, scarpe consunte, burqua a protezione dei propri volti e delle proprie vita. I checkpoint che bloccano le strade verso Kabul potrebbero essere fatali: meglio passare inosservate, adottando tutte le cautele del caso. Un capello fuori posto potrebbe essere determinante. La vita nelle province, infatti, è quanto di peggio una donna possa sperare. In alcuni casi le bambine sono date in vendita a otto anni, in altri vengono rese schiave, in altri ancora subiscono violenze fisiche e psicologiche. Si pensi solo alle bacha posch, le bambine che non sanno di essere donne, le ragazze segrete di Kabul. Quando una donna si trova addossata la colpa di non potere avere figli maschi – “forse perché non l’ha desiderato abbastanza” – veste la propria figlia degli abiti di un maschio, almeno fino all’età fertile. La montatura è necessaria a risollevare l’onore e la rispettabilità della famiglia che, altrimenti, sarebbe inevitabilmente compromessa. Così, le bacha posch, letteralmente “abbigliata da uomo”, possono andare a scuola, accompagnare la madre a far compere e, perché no, lavorare, magari per contribuire al mantenimento dell’intera famiglia.

bambini afghanistan
U.S. Agency for International Development (USAID) by Lt. j.g. Matthew Stroup

Questa è l’attuale “condizione femminile”. “L’Occidente sbandiera fiero il suo intervento in Afghanistan come determinante per la vita delle donne, continuano, Anche in questo caso, le distinzione sono vane. Cosa ci hanno lasciato, gli americani? Un governo fantoccio, antidemocratico, corrotto, dominato da quei signori usciti vincitori dalla guerra civile che scosse il paese negli anni successivi alla cacciata sovietica. Un governo che esalta il suo parlamentarismo ma silente nei confronti delle donne, nei confronti di quella violenza quotidiana che, in fondo, fa comodo a tutti. Questo ci ha lasciato la guerra degli americani, insieme alle armi fornite ai signori della guerra dell’Alleanza del Nord”. Non è un caso che l’annuale rapporto di Transparency International del 2015 classifichi l’Afghanistan come uno tra i paesi con più alto grado di corruzione, superato solo da Somalia e Corea del Sud. Non è nemmeno un caso che in un anno vengano prodotti 380 tonnellate di morfina ed eroina, rappresentando l’85% della produzione mondiale. Ed infine, non è un caso che l’aspettativa di vita arrivi a malapena a 44 anni.

Fotografia di Camilla Mantegazza
Fotografia di Camilla Mantegazza

Anche le Erre, però, hanno i loro vestiti migliori, che tengono per quando si arriva in città, insieme al velo. Alcune di loro si spogliano anche di questo, quando sanno di essere al sicuro. Altre, quando arrivano in Occidente per convegni o manifestazioni, dopo insistenti richieste per il rilascio del visto, sfoggiano minigonne e maglie sbracciate ed ogni imposizione diventa un ricordo. Ovunque siano, comunque, si sentono donne, libere, attiviste, sicure di sé. Innamorate, nonostante tutto, della loro terra.

Camilla Mantegazza

[Copyright della foto di copertina: USAID]

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