L’inferno dei migranti: cosa succede ai rifugiati in Libia

Quando le porte del deserto libico si aprono, si attraversa una linea invisibile nel Sahara. La sabbia del Niger sfuma nella sabbia della Libia, oltre una frontiera tanto arbitraria quanto invisibile agli occhi dei migranti stipati nei cassoni dei pick up 4×4. Il viaggio è stato duro ma nulla sarà duro come quello che li attende. Perché la Libia è l’inferno dei migranti.

Noi che siamo da questa parte del Mediterraneo sappiamo molto della Libia, e molto poco. Sappiamo che è un paese in guerra. Sappiamo che nel 2011, dopo la morte del dittatore, il potere ha cominciato a sgretolarsi, fino a spaccarsi in due tronconi nel 2014: il governo di Tobruk a est e il governo di Tripoli a ovest. I combattenti tuareg, le tribù e infine lo Stato Islamico hanno finito di spartirsi quello che cinque anni fa era uno stato e adesso sembra piuttosto un patchwork di territori vagamente delineati, controllati da poteri in lotta tra loro. L’instabilità degli ultimi anni ha portato molti libici a fuggire dalle loro case e ha quasi fermato l’economia formale. La criminalità ha prosperato, trasformando il paese in un ricettacolo di banditi, disperati e contrabbandieri, tra i quali vige solo la legge del più forte.

Della Libia sappiamo anche che è il più grande centro d’attrazione per chi voglia raggiungere l’Europa. Con più di 1 700 chilometri di costa, a meno di 300 chilometri dall’Italia via mare, questo paese senza più legge è diventato il regno dei trafficanti e degli scafisti, che hanno fondato un impero sul contrabbando di esseri umani. La Libia è un corridoio terribile in cui si assiepano migranti provenienti da almeno una decina di diversi paesi d’origine, dall’Africa Occidentale al Corno d’Africa, dal Bangladesh alla Siria. L’IOM è riuscita a tracciare quasi 280 000 migranti attualmente in Libia, ma secondo le stime il loro numero ondeggia tra 700 000 e un milione. I motivi per cui questo milione di persone è fuggito dal proprio paese sono i più diversi. Ma la sorte che subiranno in Libia è disperatamente simile.

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Questo è quello che noi europei sappiamo della Libia. Sappiamo che un paese in cui non esiste alcuna vestigia di ordine pubblico è diventato la tappa obbligata per ogni uomo, donna o bambino che fugga verso l’Europa. Lo sappiamo, eppure non abbiamo compreso cosa significhi. Perché se lo avessimo compreso, ci riempirebbe d’orrore. Come fa a non terrorizzarci l’idea che quasi un milione di persone in fuga si trovi a passare e a rimanere bloccata in un paese immerso nella violenza e nel caos?

Le informazioni vere e proprie che abbiamo dalla Libia si fermano qui, a questo interrogativo terribile. Resta fuori quello che più conta: che cosa accade laggiù? Che cosa accade a quel milione di migranti, quando attraversano la linea di quel confine nel deserto? Su questo non ci sono dati certi o fonti affidabili. Ci sono però i racconti di chi per la Libia è passato. Sono una sequela di leggende spaventose, le confessioni allucinate dei sopravvissuti ad una prova terribile. Tra miracoli incredibili e violenze inspiegabili, questi racconti sembrano ben poco affidabili. Eppure dai primi centri di accoglienza in Sicilia fino alla giungla di Calais, le storie sulla Libia si ripetono come fiabe nere raccontate sempre uguali.

Queste fiabe raccontano di un viaggio attraverso il Sahara nel cassone di un camion. A volte i trafficanti buttano giù qualcuno, dicendo che non ha pagato, e lo lasciano a morire nel deserto. Di notte, le donne vengono separate dagli uomini. I trafficanti bevono alcool e fumano hashish, e le violentano tenendole sotto tiro con le pistole. Ci sono storie così terribili in giro che alcune donne prendono pillole contraccettive prima di partire. È l’unico modo per evitare di restare incinta malgrado le violenze subite lungo la strada.

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Non tutti vengono portati a Tripoli, come è stato pattuito. I trafficanti consegnano i migranti a misteriosi uomini arabi, che li chiudono in prigioni di fortuna. Le storie raccontano di edifici in mezzo al deserto con le finestre murate, le porte chiuse da catenacci. I carcerieri vogliono soldi per liberare i prigionieri, i soldi che hanno addosso o quelli delle loro famiglie. Obbligano i migranti a chiamare a casa e li picchiano mentre telefonano. I parenti disperati cercano un modo per pagare e farli liberare. Ma moltissimi migranti non hanno nessuno che possa pagare per loro. Alcuni vengono uccisi con un colpo di pistola, altri lasciati morire di fame. Altri ancora, vengono liberati. Senza una parola di spiegazione, sono spinti fuori dalla cella e lasciati a sbattere gli occhi nella luce abbacinante del deserto.

I racconti parlano di Tripoli, la città dove chi resta vivo finisce per arrivare. Si racconta che il governo di Gheddafi arruolò mercenari sub-sahariani nell’ultimo, disperato tentativo di stroncare la rivolta, e per questo ora gli africani sono profondamente odiati in Libia. In parte sarà vero, in parte è solo una spiegazione del feroce razzismo che abita la città, una legge della giungla dove chiunque sia diverso e più debole viene divorato.

A Tripoli si possono trovare stanze a buon mercato in case semi-costruite o diroccate. I migranti si radunano in strada, in punti che conoscono grazie al tamtam degli stranieri. Ogni tanto passa qualche uomo arabo con un camion e li fa salire. Li portano a fare lavori edili, costruire muri e tinteggiare pareti, poi a volte li pagano, a volte no. A volte li pagano e qualcuno li deruba lungo la strada di casa. Altri trovano lavoro in fabbriche ancora attive, nei cantieri. A fine mese la paga non arriva e se chiedi soldi ricevi soltanto frustate.

Tripoli è la città in cui ogni libico porta una pistola. Girare intorno ad un angolo in un momento sbagliato può essere fatale. I racconti dicono che capita che uomini armati e ubriachi di potere ti inchiodino contro un muro per divertimento. “Canta una canzone del tuo paese” ti chiedono con un sorriso. Se la canzone gli piace, ti danno una pacca sulla spalla, magari ti allungano una sigaretta. Se invece qualcosa va storto, ti sparano in fronte.

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Fonte: http://www.voanews.com

Se sei una donna, è anche peggio. Le donne escono velate, anche se sono cristiane. Da un momento all’altro, una macchina ti può accostare per strada e un uomo intimarti di entrare, minacciandoti con una pistola. I rapimenti sono all’ordine del giorno. Dopo che l’uomo ha fatto quello che voleva con la donna rapita, spesso la scarica in una delle tante prigioni informali della città. Sono vecchi ospedali, o edifici delle poste, ora adibite a carceri. Laggiù si prendono tutto quello che hai, compresi i tuoi documenti. Puoi restare in prigione per giorni, come per mesi. Tra le botte e la fame, molti ci muoiono. A volte le prigioni vengono attaccate da gruppi armati, dai predoni o dai trafficanti di uomini, che vengono a prendersi le persone per imbarcarle sui gommoni diretti in Italia.

I migranti passano in Libia mesi, a volte persino anni. Quando prendono finalmente la barca, hanno vissuto esperienze che non potranno dimenticare mai più. Alcuni di loro non torneranno più gli stessi. Che dormano nella stazione di Roma, o che siano stati accolti in un centro di accoglienza a Trento, si portano negli occhi la luce di Tripoli, la sua imprevedibilità, il suo terrore. E con sé sulle nostre spiagge portano i brandelli di un orrore che impazza a 300 chilometri dalla nostra costa, poco lontano dalle navi che pattugliano il tratto di mare sotto la Sicilia. Forse è venuto il momento di chiedersi come possiamo sapere tutto questo ed accettarlo. Come facciamo a dormire la notte, sapendo che le persone che domani arriveranno a Lampedusa ieri hanno dormito all’inferno.

Angela Tognolini

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