Un mese sulla Sea-Watch 2: “Ecco quello che ho visto nel Mediterraneo”

Più di mille persone, per l’esattezza 1099, sono morte nel Mediterraneo centrale tra il 1 gennaio e il 5 maggio del 2017. Vite interrotte nella traversata che li conduceva verso l’Europa, corpi inghiottiti dal mare che, probabilmente, non avranno tomba, cremazione o sepoltura. Il paradosso è che le morti potevano essere anche molte di più, se il mare non fosse stato pattugliato giorno e notte dalle navi della Guardia Costiera, attiva da 20 anni nel monitoraggio e salvataggio delle persone in partenza dalla Libia. Tuttavia i cambiamenti delle politiche europee sull’argomento che hanno portato alla fine dell’operazione italiana Mare Nostrum affinché fosse sostituita con Triton, a sua volta soppiantata dall’Operazione Sophia hanno fatto sì che il dispiegamento di forze istituzionali non fosse sufficiente a salvare abbastanza vite umane.

Per questa ragione, diverse organizzazioni non governative, tra le quali Medici senza frontiere, si sono messe in mare per cooperare con le autorità europee e impedire che il conto dei morti continuasse a salire, inesorabilmente, anno dopo anno. Ora queste stesse ong sono sotto accusa, colpevoli, ancor prima che vi sia alcun processo, di fornire un servizio “taxi” per i migranti, traghettandoli tra una sponda all’altra del Mediterraneo, colluse con gli scafisti, addirittura finanziate dal business dei trafficanti di esseri umani. L’accusa parte dal procuratore capo di Catania, Carmelo Zuccaro, che intervenuto durante una trasmissione televisiva ha sollevato alcuni dubbi sulla trasparenza dei bilanci delle organizzazioni che realizzano le operazioni SAR e su presunte connessioni con gli scafisti a scapito delle autorità italiane ed europee. Tutti gli attori coinvolti, dalle ong sino al Ministero dell’Interno, hanno evidenziato la loro estraneità rispetto ai fatti prospettati da Zuccaro, ma il danno ormai era fatto.

Il caso che ha letteralmente sconvolto e spaccato l’Italia, paese di approdo delle navi che trovano in Sicilia il “porto sicuro” nel quale, secondo la Convenzione di Amburgo del 1979, le persone salvate devono essere sbarcate. Non la Tunisia, non la Libia dove troppi sarebbero i rischi per i richiedenti asilo che arrivano in Europa fortemente provati da un viaggio lungo e pericoloso e, spesso, dalle torture e dai soprusi subiti in Libia. Mentre i contorni della vicenda si fanno sempre meno chiari, le organizzazioni non governative sono diventate il bersaglio di attacchi verbali e non, come confermano le incursioni contro la sede dell’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni a Roma e contro il festival MediterraneoDownTown promosso da Cospe Onlus.

Il migrante è, ancora una volta, una minaccia da scacciare, così come tutti coloro che sono sul campo a lavorare affinché i diritti enunciati in Carte e Costituzioni abbiano un riscontro concreto sono accusati di essere “buonisti” che hanno a cuore le persone sbagliate. Melanie Glodkiewicz è una di “loro”, lavora per l’associazione Human Rights at Sea e ha collaborato per cinque mesi con Sea Watch, uno dei quali trascorso a bordo di un’imbarcazione  impegnata nelle missioni di search and rescue nel Mediterraneo centrale. In un solo mese, la Sea-Watch 2 ha salvato 2.000 migranti partiti dalla Libia, abbiamo chiesto a Melanie di raccontarci la sua esperienza e quanto ha potuto osservare da una posizione in prima linea.

Perché hai scelto di collaborare in maniera volontaria con una delle ong attive nel Mediterraneo Centrale?

Quando ho letto di come le persone rischiano la loro vita nella traversata, senza nemmeno saper nuotare, perché in fuga da persecuzioni, guerra o povertà, ho percepito la necessità di fare qualcosa. Sono una cittadina dell’Unione Europea e mi sono rifiutata di essere parte di un sistema di non-assistenza. Sapere che bambini, famiglie, donne sole e uomini muoiono a causa di una gestione malata delle politiche migratorie mi rende, contemporaneamente, triste e arrabbiata.

Puoi raccontarci, dunque, di che cosa ti sei occupata durante la tua esperienza di volontariato in mare?

A bordo della Sea-Watch 2, l’imbarcazione di SeaWatch e.V. attiva al largo della Libia per recuperare i barconi in difficoltà, io operavo come mediatrice culturale. Il mio compito era gestire il primo approccio con i migranti. Concretamente, funziona così. Una barca in avaria può essere individuata in più modi: può essere notata da chi, nell’equipaggio, si occupa del monitoraggio del mare circostante, oppure viene segnalata la sua presenza attraverso una chiamata satellitare direttamente al Maritime Rescue Coordination Centre di Roma che, a sua volta, comunica la posizione alle navi che si trovano in zona. Quando è tempo di agire, l’equipaggio della Sea-Watch 2 mette in acqua una barca più piccola e veloce che, per prima, si avvicinerà al barcone. Io ero tra quelli che si imbarcavano su questa barca, per prestare soccorso alle persone in difficoltà.

Una volta raggiunta la barca in avarìa, infatti, si fa in modo che tutte le persone possano vederci (in maniera che non ci siano grossi spostamenti da una parte o dall’altra per evitare il rischio di rovesciamenti) e toccava a me comunicare loro che noi eravamo parte dello staff di una organizzazione umanitaria, lì per salvarli. È una fase cruciale perché se i migranti pensano che si tratti di un’imbarcazione che li riporterà in Libia, c’è il concreto pericolo che molti di loro si tuffino in acqua, scegliendo una morte certa. Solo dopo averli informati della natura della nostra presenza in loco, io spiegavo loro, cercando di essere più calma possibile, la procedura di salvataggio, prestando attenzione alla situazione a bordo.

Quali sono gli elementi importanti da osservare in quei momenti cruciali e concitati?

Per esempio, bisogna prestare attenzione al numero dei bambini, alla presenza di donne incinte o casi più urgenti, nonché alla presenza di morti. Tutte le informazioni vengono immediatamente trasmesse alla nave madre dove l’equipaggio si prepara ad accogliere i migranti.

Durante l’intero mese di volontariato, ti sei trovata a stretto contatto con le 2.000 persone che la Sea-Watch 2 ha salvato, molti report denunciano la presenza di segni di tortura e violenza sui corpi dei migranti. Tu cosa hai visto? 

Purtroppo ho parlato raramente con un migrante che non fosse stato detenuto illegalmente, torturato, stuprato o rapito. È una realtà amara che molti sembrano ignorare. Ho visto anche molte persone con segni di arma da fuoco, donne in gravidanza a causa dei continui stupri e altri segni di tortura sui corpi di uomini e donne.

Molte delle persone che abbiamo accolto a bordo hanno tentato la traversata mortale perché non avevano scelta. L’instabilità in Libia sta spingendo i migranti a solcare il Mediterraneo con la speranza di ottenere asilo in Europa. Molti hanno già detto le loro ultime preghiere e si sono preparati a morire per annegamento, una morte lunga e dolorosa. Nonostante ciò, sono pronti a prendersi questo rischio perché non hanno una prospettiva di vita alternativa per loro e per i loro figli.

Una volta sulla vostra nave, finalmente al sicuro, come reagiscono?

L’impressione è che, per molti di loro, sia la prima volta in cui vengono trattati come esseri umani in settimane, mesi, in alcuni casi addirittura anni. Ho percepito una tale mancanza di umanità nel nostro mondo quando solo prendere qualcuno tra le braccia, lo fa sciogliere in lacrime. Un pianto che sembra provenire dalla loro anima. Come se non fossero animali, non più. Quei singhiozzi ancora risuonano nella mia testa.

C’è qualche altro ricordo che vorresti condividere dalla tua esperienza?

Non dimenticherò mai un giorno quando, dopo lunghe ore di salvataggi, eravamo tutti finalmente al sicuro a bordo. Osservavo incantata il meraviglioso tramonto, mentre parlavo con una giovane ragazza che avevamo recuperato in extremis da un affollatissimo gommone. Finalmente aveva potuto rilassarsi e fare un passo indietro, raccontandomi delle terribili condizioni di vita e dei terribili episodi che le erano capitati.

Parlavamo di lei, delle sue aspettative sull’Europa, delle nuove prospettive che nascevano proprio sulla barca e di quale lingua avrebbe voluto imparare per prima quando, improvvisamente, si è adombrata smettendo di parlare. Dopo un lungo silenzio, mi dice: “Sono stata violentata, molte volte”. È stato un momento incredibilmente intenso e ci sono stati sempre più silenzi nella nostra conversazione, silenzi pesanti come macigni. Quella ragazza ha passato le pene dell’inferno in Libia, avrà bisogno di una vita intera per superare certi traumi e avere una vita normale.

In queste situazioni, l’equipaggio di una nave impegnata in una operazione SAR cosa può fare oltre a dirigersi verso il porto disponibile più vicino?

A parte infondere speranza e provare a parlare del futuro, non c’è niente che si possa fare per dare conforto a tutte queste donne che sono state e sono ancora abusate. Succede anche adesso e, di nuovo, molti sembrano ignorarlo. Quella ragazza è stata salvata, ma cosa possiamo dire di tutte le altre che sono ancora trattenute nei centri di detenzione e pregano ogni giorno che non sia il loro turno?

Perché pensi che le organizzazioni non governative come Sea Watch siano utili nel Mediterraneo centrale?

Le ong che si occupano di operazioni di search and rescue colmano un vuoto per salvare vite umane dal mare. Se non ci fossero, molte più persone affogherebbero al largo della Libia. Infatti, resterebbero solo le imbarcazioni di Frontex, legate al mandato dell’Operazione Sophia, il cui compito primario non è realizzare operazioni di ricerca e salvataggio. Mentre imperversano le polemiche, le persone continuano a morire ogni giorno e non ci sono imbarcazioni a sufficienza nell’area per salvare tutti. Molte ong sono state pericolosamente sovraccaricate anche la scorsa settimana e abbiamo già superato il migliaio di morti nel 2017. Lo sorso anno circa 5.000 migranti sono morti nel Mediterraneo centrale e quest’anno non sembra essere da meno.

Quindi certo, queste organizzazioni umanitarie sono necessarie per fornire assistenza ai barconi alla deriva e per salvare vite umane, ma non dovrebbe essere una loro responsabilità. Inoltre, i push factor sembrano essere più forti dei pull factor, quindi bisognerebbe agire da ogni parte per salvare le vite, ma anche per ridurre il numero di persone che tentano la pericolosa traversata, magari affrontando e contrastando i fattori che stimolano la migrazione.

Sea Watch è proprio una delle ONG nata per salvare vite umane su iniziativa di un gruppo di privati cittadini tedeschi che ha deciso di investire i propri soldi, il proprio tempo e le proprie energie in questo progetto. Melanie, durante la tua esperienza a bordo hai avuto l’impressione che ci fosse un qualsiasi contatto con i trafficanti come suggerito dal procuratore di Catania? 

Assolutamente no. Le navi delle organizzazioni non governative che sono nelle zone delle operazioni per salvare vite umane rispondendo ad imperativi morali e legali. Seguono dei chiari principi di azione umanitaria che definiscono proprio questo, ovvero il fatto che lo scopo primario è salvare persone in pericolo in mare.

Fatico a comprendere perché le autorità statali e politiche stiano portando avanti questa campagna di criminalizzazione dell’attività delle ONG quando stanno semplicemente facendo quello che è giusto. Da questo punto di vista, Human Rights at Sea lavora da tempo contro la criminalizzazione dei soccorritori volontari. Se non ci fossero stati, migliaia di persone in più sarebbero già morte.

Invece di creare un ennesimo muro accusando falsamente le ONG di lavorare insieme ai network di trafficanti, tutti gli attori che operano al largo della Libia dovrebbero essere motivati a comunicare di più gli uni con gli altri affinché vi sia più cooperazione, come del resto già accade tra le organizzazioni umanitarie.

Come si può rispondere, a tuo avviso, alle critiche che stanno piovendo addosso alle ONG e alla conseguente confusione mediatica che ne è derivata?

Human Rights at Sea, dove oggi lavoro come humanitarian advisor, è impegnata in diverse campagne mirate a sensibilizzare la popolazione su quanto sta accadendo nel Mediterraneo. Le morti dei migranti in mare, infatti, sono diventate ormai poco interessanti per molte persone che tendono a distanziare le questioni problematiche dalla propria realtà concreta.
Al contrario, credo che i cittadini dell’Unione Europa dovrebbero lottare per affermare i propri valori e comprendere che i migranti che sono stati, fortunatamente, salvati nel Mediterraneo sono persone che scappano dal terrore, dalla povertà, dalla tortura. Rimandarli “da dove sono venuti”, come spesso si legge, non può essere un’opzione al momento.

Per questo, ciò che si può fare e che faremo è continuare a navigare e a denunciare le violazioni dei diritti umani subìte da chi viene salvato in mare finché ci saranno migranti in difficoltà che rischiano di perdere il loro diritto alla vita per una mancanza di assistenza.

Angela Caporale

@puntoevirgola_

Tutte le fotografie sono opera di ©Judith Büthe  e ci sono state gentilmente concesse da Melanie Glodkiewicz/Human rights at sea.

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