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Perché ci sono (e forse non ci saranno più) le ONG nel Mediterraneo?

Qualche mese fa, cercammo di rispondere alla pioggia di critiche piovuta sull’operato delle Ong in un’intervista a Melanie Glodkiewicz, chiedendole di raccontarci l’esperienza vissuta come volontaria a bordo della Sea Watch 2. I mesi sono passati, la pioggia è divenuta tempesta. L’attacco contro le organizzazioni non governative che effettuano salvataggi nel tratto di mare tra la Libia e la Sicilia non accenna ad arrestarsi, facendosi invece sempre più metodico e martellante, una vera e propria campagna denigratoria che ha prodotto danni d’immagine irreversibili.

Com’è noto, il tarlo del sospetto lavora operoso da parecchio tempo: nel tardo autunno dello scorso anno, un think tank di origine olandese dalle posizioni euroscettiche, noto come Gefira, pubblicò una serie di articoli e post in cui – a partire da alcuni dati grossolanamente generalizzati – puntava il dito contro Ong e Guardia Costiera italiana, apparentemente colpevoli di coordinare le proprie azioni direttamente con i trafficanti. Parallelamente, le indiscrezioni trapelate sui rapporti riservati di Frontex, l’agenzia per il pattugliamento dei confini esterni dell’UE, insieme ad alcune dichiarazioni del suo direttore Fabrice Leggeri, suggerivano che la presenza di Ong potesse costituire il principale fattore di attrazione (pull factor) in grado di spiegare l’aumento del numero di arrivi dalle coste libiche.

Sospetti pesanti, al punto da portare, lo scorso aprile, all’apertura di un’inchiesta mai chiarita da parte del procuratore di Catania Carmelo Zuccaro. “Taxi del mare”, “furbette”, “colluse”, l’escalation d’epiteti ci riconduce direttamente agli ultimi sviluppi: il codice di condotta proposto (o piuttosto imposto) dal ministro degli Interni Marco Minniti (e privo di valore legale, non essendo formalmente un atto normativo, spiega ASGI), la missione italiana in Libia e il sequestro della “ribelle” Iuventa, la piccola imbarcazione appartenente alla Ong tedesca Jugend Rettet, sulla quale aleggia l’ombra di un’inchiesta per favoreggiamento di immigrazione clandestina aperta dalla procura di Trapani. Se ne è parlato e scritto tanto, eppure, ancora una volta, non è scontata la necessità di fare un passo indietro per cercare di analizzare lucidamente il perché di tutto questo can-can mediatico. Cosa nascondono un accanimento e una delegittimazione così impegnate? Perché le Ong effettuano ricerca e soccorso nell’area Sar (Search and rescue) del Mediterraneo centrale? Quali sono le iniziative politiche messe in atto dal governo italiano per affrontare, nel concreto, gli arrivi di persone sulle coste italiane?

operazioni SAR mediterranaeo centrale
Fonte: thezeppelin.org

Può sembrare scontato, ma è bene chiarirlo: la presenza di Ong risponde in maniera del tutto legale ad una mancanza istituzionale e politica importante. Lo ribadisce anche Gabriele Eminente, Direttore Generale di Medici Senza Frontiere Italia, nella lettera rivolta al Ministro Minniti in cui spiega le motivazioni che hanno spinto MSF a non firmare il codice di condotta, auspicando che “il vuoto di responsabilità sia solo temporaneo” e che gli sforzi possano presto essere congiunti. Per contribuire ad un dibattito informato, la Coalizione Italiana Libertà e Diritti civili ha realizzato una Guida alla solidarietà in mare che spiega in maniera dettagliata come avvengono i salvataggi in mare, chi coordina e chi coinvolge le attività, infine, perché si siano rese necessarie missioni di salvataggio private. Le Ong non operano nel disprezzo delle leggi, al contrario, sono (giustamente) vincolate dal diritto internazionale e lavorano sotto il coordinamento diretto dell’IMRCC di Roma (Centro di Coordinamento Soccorso Marittimo).

Chi pensava che l’inazione generata dal progressivo ritiro delle operazioni umanitarie e militari (Mare Nostrum, Triton e Sophia) dal Mediterraneo potesse rappresentare un deterrente sufficiente a bloccare le traversate si sbagliava. L’operazione Mare Nostrum, lanciata e ritirata a cavallo di due dei peggiori naufragi della storia moderna, rimarrà in eterno il simbolo indelebile di un fallimento strategico e umanitario dall’eredità pesantissima. Non sono le operazioni Sar a determinare le dinamiche delle migrazioni nel Mediterraneo, né tantomeno sono le responsabili dell’aumento degli arrivi. Tutt’al più, è lecito affermare svolgano la funzione di tampone nel cercare di ridurre il numero mostruosamente alto dei decessi in mare: oltre 2.100 solo in questo 2017 ancora a metà.

ong salva migrante
Fonte: Corriere.it

Il rapporto Blaming the Rescuers, curato dai ricercatori Lorenzo Pezzani e Charles Heller per Forensic Oceanography, invita a spostare l’attenzione sui cosiddetti push factors (fattori di spinta) delle migrazioni, troppo spesso omessi da una narrazione volutamente manipolata e frammentaria. Le disperate condizioni di vita nei centri di detenzione libici e la drammatica situazione di instabilità del Paese spinge i migranti (persino gli stessi libici) a mettersi in mare, a prescindere dalla presenza o meno di navi di soccorso.

Eppure, una politica italiana ed europea che si identifica sempre più con blocchi e respingimenti sta spostando il confine dell’esternalizzazione proprio in Libia, investendo risorse e “dialogo” in un alleato che non può in nessun modo essere considerato un interlocutore affidabile. Nella stessa settimana in cui il braccio di ferro sul codice di condotta spaccava il fronte stesso delle Ong (a prescindere dal colpo di coda che ha eliminato divieto di trasbordo e presenza di ufficiali armati) e la Iuventa veniva perquisita e sequestrata, la guardia costiera libica ha minacciato con raffiche di mitra la nave dell’organizzazione spagnola Proactiva Open Arms. Tra il 12 e il 13 agosto, Save the Children, Sea Eye e MSF hanno sospeso le proprie azioni di soccorso, dopo che le autorità libiche fedeli al governo di unità nazionale di Fayez al Sarraj hanno dichiarato di aver istituito una propria zona Sar a cui le organizzazioni umanitarie non avrebbero avuto accesso.

Se la decisione, per ora unilaterale, dovesse essere confermata dai Paesi confinanti e dall’IMO, l’agenzia ONU per la cooperazione marittima, le autorità libiche non avrebbero più alcun ostacolo nell’intercettare i migranti, assolvendo pienamente al compito di guardiano dei confini che da tempo l’Europa ha demandato alla Libia. Impedire ai migranti di partire rimane la priorità, persino quando farlo significa usare la forza e violare in maniera pesante il diritto internazionale e i diritti umani.

MOAS operazione sar migranti mediterraneo
Fonte: TPI.it

Da sempre, gli spostamenti incontrollati di persone generano paura, ma davvero possono essere queste le iniziative politiche in grado di rappresentarci? Perché non investire, piuttosto, nel ripensamento del diritto d’asilo e della politica traballante dei visti, in canali umanitari sicuri, pratiche burocratiche più snelle e un serio ripensamento del diritto alla libertà di movimento che tenga conto anche e soprattutto delle risorse e delle qualità umane che i migranti portano con sé?

Gioire della diminuzione degli sbarchi, pur sapendo che a determinarla è un mix micidiale di politiche securitarie, accordi con Paesi terzi insicuri, chiusura forzata delle frontiere, criminalizzazione della solidarietà civile e violazione del diritto d’asilo dovrebbe quantomeno far vacillare il nostro senso d’umanità.

Martina Facincani

[L’immagine di copertina è tratta da Vita.it]

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