La vita in un CAS: vi racconto l’accoglienza che funziona

Kabiro ci accoglie con un sorriso cordiale alla porta del Centro di Accoglienza Straordinaria “Baja Sunajola” di Castelsardo (Sassari). È una calda mattina di agosto: il sole picchia forte sulle finestre dell’ex-colonia estiva per bambini, situata a picco sul mare. Kabiro ci fa da guida tra le due ali del plesso, il dormitorio maschile e quello femminile. Il centro è nato nel 2014 come soluzione temporanea di accoglienza per poco più di venti persone e nel corso degli anni si è espanso fino a raggiungere una capienza di quasi duecento.

Camminando per le strade del cortile intravediamo i primi ospiti: alcuni siedono all’ombra a chiacchierare, altri sbrigano le faccende di casa, alcune donne portano a passeggio i loro pargoli. Come loro, Kabiro è arrivato qui via mare, direttamente dal Gambia. Ha viaggiato attraverso il deserto del Niger fino alla Libia, dove è riuscito a salire su una delle tante imbarcazioni di fortuna che si avventurano per le acque del Mediterraneo, raggiungendo le coste della Sicilia. Dopo un primo periodo nel centro principale di Cagliari, è stato trasferito a Baja Sunajola, all’epoca unico centro di accoglienza del nord Sardegna. Superate le difficoltà linguistiche, ha frequentato un corso di mediazione culturale. Con l’esperienza acquisita ha poi creato insieme ad alcuni volontari Jaama Dambè, un’associazione culturale, di cui è presidente, nata con lo scopo di migliorare le condizioni di vita all’interno del centro attraverso l’organizzazione di attività formative.  L’anno 2015 coincide con l’apertura del primo laboratorio: uno spazio pensato per favorire l’integrazione e permettere ai rifugiati di imparare un mestiere nell’attesa di essere regolarizzati. Adesso la struttura ne conta ben sei: informatica, teatro, intreccio, musica, sartoria e agricoltura. Sono i laboratori a rendere Baja Sunajola un centro di accoglienza fuori dal comune, in cui tutti si rendono utili per la collettività e sentono di far parte di qualcosa. Federico, uno dei responsabili, ci parla di quanto sia importante per gli ospiti questa consapevolezza:

Un elemento imprescindibile affinché vi sia integrazione è il ritrovamento del senso di identità, che molto spesso i ragazzi che arrivano qui hanno smarrito completamente. I laboratori hanno la funzione di restituire loro la sensazione di far parte di una comunità e la possibilità di crearsi un ruolo all’interno di essa, sfruttando i talenti e le doti personali.

Visitiamo gli ambienti di lavoro. Nel laboratorio di sartoria si lavora dalle nove del mattino alle cinque del pomeriggio e due volte alla settimana si assiste ai corsi teorici, dove si imparano la tecnica e la terminologia del mestiere. Anche il laboratorio di intreccio ha orari simili: in una stanza decorata con fili di mille colori siedono gli ospiti a gruppi di dieci, affaccendati intorno al tavolo di lavoro. Realizzano cesti, collane, orecchini da vendere insieme ai vestiti come autofinanziamento per l’associazione.

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Un gruppo di lavoro nel laboratorio di intreccio. Foto di Salvatore Capula

Molto prima, invece, inizia la giornata dei partecipanti ai due gruppi di agricoltura: orticoltura e coltivazione di piante officinali. Alle sei del mattino bisogna già essere nel campo per via del caldo. Si lavora fino alle nove, poi si fa rientro al centro, dove bisettimanalmente i docenti del CNR di Sassari (Centro Nazionale di Ricerca, ndr)  tengono lezioni sulle tecniche di coltivazione e distillazione delle piante. “L’obbiettivo è quello di costruire un laboratorio di distillazione  –  ci racconta Federico – per poter in seguito vendere gli olii ricavati.” Al termine del corso i docenti  rilasceranno anche un attestato che certifichi le competenze acquisite, utilizzabile nel mondo del lavoro. Dall’orticoltura hanno origine gli ortaggi che finiscono sulla tavola della mensa del centro, ma anche su quella degli abitanti dei paesi limitrofi, grazie alla vendita al mercato. Per chi ama la tecnologia c’è il laboratorio di informatica, mentre chi ha un talento per la musica e il ballo può frequentare i corsi di teatro e musica, dai quali hanno origine spettacoli che i ragazzi del centro esportano ormai in tutta la Provincia.

Alle attività ricreative si affianca anche il corso di italiano, strumento indispensabile per permettere l’integrazione al di fuori dell’ambiente protetto del centro. Chiediamo a Federico quali siano le maggiori difficoltà nella gestione di una comunità costituita da persone delle più svariate nazionalità:

La difficoltà maggiore sta nell’accogliere persone che hanno affrontato, chi più chi meno, un percorso molto difficile per arrivare fino a qua e che spesso fanno molta fatica a fidarsi di noi, magari anche condizionate da quello che hanno sentito dire su molti centri in Italia. Quando capiscono che qui non c’è niente da temere, cambia tutto.

Veniamo a sapere che il centro non ha sempre vissuto nella quiete in cui è immerso ora: nei suoi primi mesi di esistenza è stato difficile controllare il temperamento degli ospiti. Da questo è nata l’esigenza di trovare un modo per canalizzare la rabbia e la frustrazione e utilizzarle per qualcosa di costruttivo, considerando anche i lunghi tempi di attesa dettati dalla burocrazia:

Sulla carta la permanenza va da 3 a 6 mesi. In realtà abbiamo ospiti che vivono qui da quasi tre anni. Per questo ci siamo messi nella posizione del migrante e abbiamo pensato a come riuscire a fornire gli strumenti necessari a queste persone per uscire da qua e non trovarsi completamente spaesate. Le attività quotidiane rappresentano anche delle valvole di sfogo: ci siamo resi conto che da quando sono nati i laboratori l’ambiente all’interno del centro è migliorato molto.

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Ospiti al lavoro nel laboratorio di sartoria . Foto di Salvatore Capula

L’esperimento di Baja Sunajola funziona. Lo dimostrano le storie di chi, ogni giorno, prova a ricostruire la sua vita pezzo per pezzo, dietro i ritmi scanditi dal lavoro. Persone come Demba e Sarjo, che si sono prestati ai nostri microfoni per raccontarci cosa si cela dietro l’etichetta di rifugiati.

Sarjo è originario del Gambia. Due anni fa è stato costretto ad abbandonare il suo Paese a causa di un terribile incendio che ha distrutto gran parte dei suoi averi e ha causato la morte di suo padre. Prova allora ad iniziare una nuova vita in Senegal, dove trova lavoro per alcuni mesi, ma la scarsa stabilità politica del Paese lo induce a fuggire. Attraversa il Mali e il Niger, prima di giungere nell’inferno libico, dove gli si profila l’unica alternativa al rischiare di essere ucciso: attraversare il mare. Con gli ultimi soldi rimasti, Sarjo riesce ad aggiudicarsi un posto su uno dei tanti barconi che si affidano agli umori del braccio di mare che separa l’Africa da Lampedusa. Dopo sette ore raggiungerà le coste siciliane, stremato da mesi di fughe continue e profondamente segnato dalle atrocità a cui ha assistito. Dopo l’approdo, effettuati i controlli medici, sarà inviato a Cagliari per un breve periodo, prima di raggiungere Castelsardo, dove ora vive da due anni. Si intravede un po’ di serenità nei suoi occhi quando parla del suo passato recente: grazie a Jaama Dambè ora ha ritrovato un po’ di equilibrio. Partecipa ai laboratori di agricoltura e intreccio e spera un giorno di poter rifarsi una vita qui in Italia, lontano dalle violenze del suo Paese d’origine.

Anche la storia di Demba è molto simile. Ha ventitré anni e come Sarjo proviene dal Gambia. Prima di partire gestiva insieme a suo padre un allevamento di modeste dimensioni. Con il passare degli anni, i furti continui affidavano alle sorti di pochi capi di bestiame le speranze della famiglia di continuare a mangiare, costringendo il giovane e suo padre a vegliare ogni notte il recinto per evitare la rovina. Un rischio che costerà la vita al capostipite della famiglia. I ladri si porteranno via la vita del padre di Demba di lì a poco, freddandolo nel cuore della notte sotto gli occhi di suo figlio, che sopravvive per miracolo, con una pallottola conficcata nella gamba. Rimasto solo al mondo e privo della sua unica fonte di sostentamento, Demba decide di scappare. Direzione: Senegal. Il Paese africano tuttavia non è ospitale con lui, così come non lo fu con Sarjo. Con l’aiuto di uno zio attraversa mezza Africa, fino a raggiungere la temuta Libia che  – mi racconta – non avrebbe mai voluto vedere con i suoi occhi. I tentativi di cercare lavoro si risolvono in buchi nell’acqua e sotto le pressioni di suo zio decide di salire su uno dei tanti barconi diretti in Italia. Il viaggio dura tre lunghissimi giorni, durante i quali Demba teme più volte di non farcela. L’approdo in Sicilia sembra un miracolo. Dopo aver ricevuto le cure mediche necessarie, appena in tempo per non riportare danni permanenti alla gamba sinistra colpita dal proiettile, raggiunge la Sardegna. Dopo lo smistamento a Cagliari, arriva l’opportunità di una nuova vita a Baja Sunajola:

Non sapevo né leggere né scrivere prima di arrivare qui, non ero mai andato a scuola. Ho sempre lavorato con mio padre: aveva bisogno di me per portare avanti l’allevamento, perché eravamo troppo poveri. Ora frequento il corso di informatica, di musica, il laboratorio di intreccio e sto imparando l’italiano. Mi manca casa mia, ma qui mi trovo bene.

Il benessere di chi affronta sofferenze indicibili per arrivare fino a qui è l’obiettivo primario di tutti coloro che lavorano nel centro. L’amministrazione è divisa tra i servizi sociali, che si occupano dell’integrazione affiancati da psicologi, lo studio legale, che porta avanti le pratiche per i  permessi di soggiorno e il presidio medico, presente sette giorni su sette. Poi ci sono i membri dell’associazione, che coordinano le attività e permettono agli ospiti di crescere nel loro percorso di integrazione. Quello del centro di Baja Sunajola è l’esempio di un’accoglienza che funziona, che prova a mettere al primo posto le persone, non i soldi . Dovrebbe rappresentare la normalità, ciò che ci si aspetta dal sistema di accoglienza di uno dei Paesi più potenti del mondo, ma finisce per essere una mosca bianca.

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Orari di preghiera nella moschea allestita nel centro. Foto di Salvatore Capula.

Di immigrazione si parla tanto, non sempre a ragione. Il  continuo processo di demonizzazione della questione fa sì che ci si riferisca troppo spesso ai centri di accoglienza descrivendoli come “hotel a cinque stelle”, provvisti di wi-fi e di “ogni comodità”, mentre la triste situazione italiana non permette a molti cittadini di tenersi stretto un tetto sulla testa. La realtà, come spesso accade, è molto diversa.

La decisione di affidare il coordinamento delle operazioni di smistamento sul territorio nazionale alle Prefetture ha fatto “risuscitare” strutture semi-distrutte  e  dichiarate addirittura inagibili. In molti casi, gli ospiti sono costretti ad abbandonare le proprie stanze dalle prime ore del mattino alla sera inoltrata, sia  in estate che in inverno. Il numero delle persone ospitate supera sovente quello che le strutture possono in realtà accogliere, causando situazioni di sovraffollamento in cui sono violate anche le più basilari regole per la sicurezza. Sono sempre più frequenti i casi di denunce di maltrattamenti confessate a mezza voce ai giornalisti che – con non pochi sforzi – riescono ad introdursi all’interno delle strutture, per paura di ritorsioni da parte dei gestori. Così si viene a sapere che su 400 strutture visitate dai responsabili dell’associazione LasciateCIEntrare, circa il 90% presentava condizioni disastrose. Si tratta di stime che si riferiscono ad un numero di casi ridotto, ma sufficienti a capire che la situazione dei centri di accoglienza in Italia non coincide affatto con quella degli hotel a cinque stelle di cui si sente tanto parlare. Si continua in questo modo a sottolineare la parte sbagliata della questione. Invece di dare risalto a chi lavora davvero per il bene delle persone e denunciare i casi di soprusi, ci si concentra sul tentativo di alimentare il demone dell’ignoranza, del razzismo e della xenofobia, senza averne il diritto. Fino a quando non riusciremo a garantire un servizio quantomeno rispettoso della vita di chi rischia la morte per venire fin qua (ma forse anche dopo), potremo permetterci di puntare il dito, trovare negli immigrati un capro espiatorio, qualcuno su cui vomitare le nostre frustrazioni, forti della posizione di chi si sente inattaccabile per il semplice fatto che accoglie, tralasciando il come lo fa? Forse lo stiamo già facendo.

Ilaria Palmas

Fotografie a cura di Salvatore Capula.

Si ringraziano i responsabili del Centro di Accoglienza Baja Sunajola di Lu Bagnu (Castelsardo, SS)  e l’associazione Jaama Dambé per aver aperto le porte del proprio centro e permesso la realizzazione di questo articolo.

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