I russi amano Putin, nonostante tutto

Nella giornata di domenica 18 settembre si sono tenute le consultazioni elettorali per il rinnovo della Duma, la Camera bassa dell’Assemblea dei rappresentanti della Federazione russa. 450 nuovi parlamentari sono stati eletti tramite un sistema elettorale di tipo proporzionale con soglie di sbarramento del 5% per  l’ingresso in Parlamento e del 3% per ottenere i finanziamenti pubblici.

Il voto si è contraddistinto per l’alto tasso di astensionismo, con l’affluenza crollata secondo alcuni dati al 47,84%. Nonostante la disaffezione dei cittadini verso urne, il risultato finale non ha comportato grosse novità e, come da previsione, a confermarsi stabilmente alla guida del Paese è il partito “Russia Unita”, sostenitore del presidente della Federazione Vladimir Putin e rappresentato durante questa campagna dal Primo Ministro Dmitrij Medvedev, con un risultato che oscilla vicino al 55%.

A seguire, con un distacco, si trovano i partiti membri di quella che è chiamata “opposizione morbida”, cioè non ostile a molte delle politiche del Cremlino: i liberal-democratici russi guidati da Vladimir Zhirinovskij, “santone” del nazionalismo radicale russo, con il 15,3%,  il Partito comunista della Federazione russa di Gennadij Zjuganov con il 14%. A chiudere il partito “Russia Giusta” che ha raccolto l’8 delle preferenze. Sono rimasti fuori invece i due principali schieramenti della “opposizione dura”, cioè Jabloko (Mela in russo), il quale ha ottenuto il 3,5% dei voti, e Parnas, movimento di cui faceva parte l’esponente dell’opposizione liberale Boris Nemtsov, assassinato a Mosca nel marzo 2015, con l’1,2%.

In alcuni seggi del Paese sono state riportate irregolarità nel conteggio delle schede e dei metodi di voto, e probabilmente in tre seggi la tornata elettorale dovrà essere ripetuta. Non un mistero dato la deriva autoritaria intrapresa da Putin e Russia Unita, ormai sempre più gli unici veri cardini del potere nazionale che di fatto controllano i grandi mezzi di informazione, gli apparati statali e i centri del potere economico, usandoli come strumenti di propaganda. Anche le elezioni parlamentari del 2011 furono caratterizzate da accuse di brogli, provocando grandi manifestazioni popolari che avevano creato non pochi disagi a Putin, al tempo Primo Ministro e in procinto di candidarsi al terzo mandato presidenziale.

La contro-reazione è stata di proporzioni impressionanti, con azioni repressive contro le ONG che ricevono finanziamenti dall’estero, contro la cosiddetta “propaganda gay”, e contro manifestazioni politichenon autorizzate dalle autorità pubbliche. Atti repressivi, uniti al mutamento del clima internazionale e al ritorno ad un nazionalismo esasperato che hanno di fatto compiuto una tabula rasa attorno alle alternative al regno dello “Zar”. Se mai ce ne fossero state di alternative, data la debolezza delle opposizionidovuta anche alla mancanza di un programma comune condiviso che non è riuscito ad unire i loro sforzi di lotta all’autoritarismo del potere.

putin elezioni duma

Non bisogna però additare i motivi dell’ennesimo trionfo di Putin e del partito che lo sostiene solo all’uso della repressione, poliziesca e non, e alla debolezza di chi prova a contrastarlo. La popolarità di cui il capo del Cremlino gode presso una larghissima fetta dei russi infatti resta immutata. Nonostante le sanzioni internazionali in seguito all’annessione della Crimea nel 2014, la diminuzione del prezzo del petrolio e il conseguente peggioramento dell’economia nazionale, con i cittadini che hanno visto crollare i loro salari e il loro potere d’acquisto, l’ex agente del KGB è sempre colui che ha riportato la Russia nel novero delle superpotenze, ovvero in un posto che le spetta di diritto, riguadagnando il rispetto e il timore nei confronti degli altri competitori internazionali che i disastrosi anni ’90 sotto la presidenza El’cin avevano eroso.

Putin è visto come l’unica speranza di salvezza del Paese reale alla prese con corruzione, servizi pubblici scadenti e inefficienza burocratica; il “Mr.Wolf” che lavora costantemente e senza sosta per ridurre o eliminare i problemi dei cittadini, contro le inefficienze e il malaffare della classe politica russa, sfiduciata dall’elettorato russo attraverso l’astensione. Un passaggio esemplificativo dell’articolo dedicato a Putin su “Internazionale” questa settimana riassume bene questa trasformazione del presidente, sempre più vera icona pop, nel paladino degli oppressi e nemico della mala-politica:

“Se Putin lo venisse a sapere, questo non succederebbe”

è una frase che ricorre puntualmente quando si parla di lui. Il benevolo zar non può mica vedere quello che succede in ogni angolo dello sterminato paese. I suoi servi corrotti combinano guai di ogni genere. Ma se lo zar lo venisse a sapere, gliela farebbe vedere lui.

Mattia Temporin

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