manifestazione roma spatari

Gli eroi dei diritti umani del 2017, secondo noi

Sono passati quasi 70 anni dal quel 10 dicembre del 1948 quando è stata adottata la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. 30 articoli che dovevano, nelle intenzioni dei promotori ma anche dei paesi che l’hanno accolta, essere indicazioni imprescindibili per costruire un futuro di pace e solidarietà. Si voleva dire “mai più” alle atrocità delle due Guerre mondiali, dell’Olocausto e di qualsiasi tipo di violenza che andasse a colpire la dignità dell’essere umano in quanto tale.

Le immagini dei bambini siriani che sopravvivono a stento sotto i bombardamenti, i racconti dei migranti torturati e schiavizzati in Libia, la pulizia etnica contro i Rohingya in Birmania, le leggi che arrivano, azzoppate, dopo anni di battaglie, quelle che sembravano cosa fatta e invece sono naufragate sono solo alcune delle istantanee che ci restituiscono un quadro chiaro: i diritti umani oggi non sono una realtà. E per questo c’è bisogno di mettere in luce chi, ogni giorno, lotta e resiste affinché si affermino. Ecco allora, ad un anno di distanza dalla prima lista, i nostri eroi dei diritti umani e le loro storie. 

Chi sogna di arrampicarsi in libertà, in Palestina

Angela Tognolini

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In giro per il mondo ci sono persone che cercano di migliorare le cose. La chiave per avere successo è, spesso, migliorarle facendo quello che si ama fare, che sia curare gli altri, scrivere storie, fare lotta politica o sport. E tra gli altri, c’è anche chi ama arrampicare su roccia.

In un paese in cui di libertà ce n’è poca come la Palestina, supportare uno sport che si pratica in giro per le montagne senza chiedere il permesso a nessuno sembra già un’idea azzardata. Esattamente il genere di idea azzardata che avrebbe un climber. E così, nel 2014 due giovani scalatori americani si sono trasferiti  nella West Bank con un piano: far fiorire l’arrampicata su roccia nei territori occupati. Da allora la loro scuola, Wadi Climbing, ha portato sulle falesie della West Bank centinaia di giovani palestinesi, maschi e femmine.

Arrampicare in Palestina non è facile. Quasi tutte le falesie si trovano nella cosiddetta Zona C, dove il controllo militare del governo israeliano è totale. I check point, l’estendersi delle colonie e la ridotta libertà di movimento delle persone che hanno documenti palestinesi complicano le cose. Ma anche per questo, arrampicare nei territori occupati è un modo per riaffermare la propria libertà. Questa è l’idea del Centro Laylac, un’associazione palestinese nata nel campo profughi di Dheisheh, vicino a Betlemme. Oltre ad occuparsi di cultura, società, arte e diritti delle donne, l’associazione ha dato vita all’iniziativa “Climbing the walls”. L’obiettivo? Coinvolgere i giovani del posto in uno sport che ragazzi e ragazze possano praticare insieme in libertà, all’aperto, nel territorio che gli appartiene. Il sostegno internazionale non manca. Il 27 dicembre, i climbers della palestra Acciaierie Zam di Milano partiranno alla volta della Cisgiordania per portare al Centro Laylac materiale da arrampicata. “Le montagne e le valli che appartengono alla comunità palestinese possono diventare un presidio sportivo e culturale, sociale e politico si legge nel loro comunicato.

E allora noi non possiamo che fargli l’in bocca al lupo, restandoli a guardare dai piedi della montagna mentre salgono. Che le mani siano salde, la volontà ferma e il cuore libero.

Alaa Arsheed e la sua musica: in viaggio per seminare fratellanza

Anna Toniolo

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Nel 2017 Isaac de Martin, musicista e compositore italiano, e Alaa Arsheed, violinista siriano rifugiato in Italia, hanno contribuito a rendere il mondo un posto migliore attraverso un progetto di pace, fratellanza e arte: «Seeds_I play With Mozart». Questo è stato un viaggio attraverso la rotta Balcanica percorsa “al contrario”, dall’Italia, tramite Slovenia, Austria, Ungheria, Romania, Serbia, Bulgaria, Macedonia fino ad arrivare in Grecia. Insieme ad un team eterogeneo e coraggioso i due musicisti hanno intrapreso questo viaggio alla ricerca di musicisti e artisti talentuosi incontrati lungo il percorso nelle città, nei villaggi e nei campi di rifugiati.

Questo progetto è nato per realizzare il sogno di spargere semi di pace e fratellanza, con l’intento di abbattere le frontiere e unire le persone attraverso un linguaggio universale come quello rappresentato dall’arte in sé. Durante il loro viaggio, Isaac e Alaa si sono imbattuti in persone che hanno abbandonato le loro ambizioni e i loro sogni per fuggire da situazioni inumane e degradanti, e insieme hanno cercato di ricordare a tutti che nonostante la loro libertà limitata in quel periodo della loro vita, la libertà interiore donata dall’arte non può essere tolta a nessuno.

Seeds_I play with Mozart è dunque un progetto che mira ad essere portatore di bellezza, un viaggio che Alaa ha definito “un’opportunità per congiungere esseri umani attraverso la musica e l’arte, combattendo una battaglia di bellezza contro qualcosa di disumano come la sofferenza e la guerra.” Durante il viaggio hanno invitato artisti locali e presenti nei campi profughi a farsi avanti, suonando insieme per creare armonie di fratellanza e speranza.

In un mondo che tenta di chiudere le frontiere e alza muri, penso che questi due musicisti possano essere considerati dei veri e propri “eroi dei diritti umani”, che si sono messi in gioco attraverso un valore aggiunto come l’arte e la musica, per far rinascere nel cuore delle persone semi di speranza verso una vita migliore. Il loro viaggio al contrario ha voluto essere un segno di riconoscimento e di apertura, una sorta di benvenuto per chi ancora attraversa quella rotta per cercare un futuro migliore che spesso, però, non incontra le aspettative generali.

Perché ciò che conta è che tutti gli esseri umani sono abitanti della stessa Terra.

Ilaria Cucchi: una battaglia per la verità

Angela Caporale

Ilaria Cucchi e stefano cucchi foto
Fonte: L’espresso

Il dolore di una vita spezzata ingiustamente non si può immaginare, non si può riportare, né si può tradurre in lettere messe nero su bianco. Ma si può intuire nello sguardo determinato, nelle parole intrise di forza, nelle scelte coraggiose di chi, dopo anni, non ha mai rinunciato a lottare tenacemente per ottenere ciò che dovrebbe esserci garantito: verità e giustizia. È il caso di Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, trentenne romano morto il 22 ottobre 2009 all’ospedale Pertini di Roma mentre si trovava in custodia cautelare.

Dopo otto anni di depistaggi, nulla di fatto e passi avanti talmente lievi da sembrare invisibili, il 16 novembre 2017 ha preso avvio, a Roma, il processo che vede al banco degli imputati cinque carabinieri, accusati dell’omicidio del giovane, di falso nella compilazione del verbale, di calunnia. È la prima volta che in tribunale i riflettori non saranno puntati su Stefano e sui ripetuti tentativi di dimostrare che sia stato lui stesso a determinare la sua morte, ma ci saranno persone contro le quali sono state raccolte prove schiaccianti, dichiarazioni che fanno rabbrividire.

Che sia finalmente l’ora della verità? È presto per affermarlo con certezza, ma anche grazie alla caparbietà di Ilaria Cucchi e di tutta la sua famiglia, dell’avvocato Fabio Anselmo, dell’Associazione Stefano Cucchi onlus e di tutti coloro i quali si sono avvicinati a questa battaglia, oggi forse si è infranta l’omertà che fa sì che ogni tipo di reato commesso dalle forze dell’ordine si trasformasse in un tabù immerso nell’indifferenza. Grazie a loro e alle molte altre persone, molte donne come sottolinea l’on. Luigi Manconi su Pagina99, si è aperto uno spiraglio di luce sulle violazioni dei diritti, dei nostri diritti, proprio qui dietro l’angolo della via di casa.

Tutte le donne del mondo: #MeToo

Alessia Biondi

me too donne campagna

A partire dal 15 ottobre 2017, l’hashtag #MeToo è entrato nelle tendenze di oltre ottantacinque Paesi, raccogliendo le storie di centinaia di migliaia di donne che, in tutto il mondo, hanno subito violenze sessuali. Lo slogan è stato originariamente creato nel 2006 dall’attivista per la parità di genere Tarana Burke, che da oltre un decennio si batte per tutelare le giovani in difficoltà, ed è diventato virale grazie a un messaggio pubblicato su Twitter da Alyssa Milano. L’attrice statunitense ha chiesto a chiunque fosse stata vittima di abusi di rispondere al suo post scrivendo “Me Too”, “anche io”. Il gesto avrebbe dato, nelle sue parole, “un senso della reale magnitudine del problema”. La mattina seguente, al suo risveglio, ha trovato più di trentamila risposte.

Quando ho dovuto scegliere chi fosse il mio eroe dei diritti umani dell’anno appena trascorso, il mio primo pensiero è andato a loro: alle donne che, probabilmente per la prima volta, grazie a questo slogan, tanto semplice quanto significativo, hanno trovato il coraggio di denunciare la propria sofferenza. Il movimento Me Too è un’occasione importante per aprire gli occhi dell’opinione pubblica su un fenomeno di dimensioni vastissime e indirizzarne l’attenzione su quella che è una tematica certamente conosciuta, ma troppo poco spesso discussa apertamente. Ma non solo: ha anche, e in maniera fondamentale, comportato una presa di coscienza da parte delle vittime, che hanno sentito di non essere sole, che il proprio dolore è un dolore condiviso, capito, e che proprio questo può diventare fonte di forza e sostegno reciproco.

Il mio augurio per il futuro è che le tante dichiarazioni di appoggio che sono seguite alle testimonianze non rimangano soltanto parole affidate ai social network, ma possano trasformarsi in un aiuto effettivo a chiunque, nel mondo, abbia subito violenze sessuali. Perché, se è vero che estirpare il male e fermare definitivamente gli abusi sulle donne richiede un immenso sforzo educativo che non può attuarsi dall’oggi al domani, si può certamente provare a fare in modo che chi ne diviene vittima non si senta abbandonata a se stessa. Che possa così trovare ascolto, comprensione e il coraggio di ricominciare.

Lisa Bosia Mirra e la Bainvegni Fugitivs Marsch: in marcia per i diritti e la dignità

Martina Facincani

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Sul fronte migrazioni, il 2017 verrà ricordato come l’anno del protagonismo indiscusso del ministro Minniti, dell’estate senza sbarchi e della martellante guerra mediatico-politica contro le ONG impegnate a soccorrere i migranti lungo la rotta del Mediterraneo centrale. Nel concreto, il trinceramento delle politiche dell’Unione Europea e dell’Italia sulle migrazioni e l’asilo hanno determinato un’effettiva diminuzione del numero degli arrivi: secondo l’Unhcr, al 20 dicembre 2017 sono 118,853 gli arrivi via mare di migranti e rifugiati in Italia, contro i 181, 436 dell’anno precedente. I dati statistici, velocemente esibiti come prova di successo, restituiscono solo una piccola porzione di realtà, ignorando ad esempio il dramma che si consuma quotidianamente in Libia, con il tacito benestare dei governi europei: a denunciarlo a più riprese, Amnesty International e, più recentemente, il Tribunale permanente dei popoli.

La problematicità delle soluzioni attuate esplode periodicamente anche lungo tutti quei confini interni che si vorrebbero sigillati e chirurgicamente efficienti, come Calais, il Brennero, Ventimiglia e Como, diventati luoghi interstiziali di invisibilità e abbandono, dove i migranti vengono bloccati dalle autorità di frontiera e poi abbandonati a sé stessi. Proprio per il confine Como-Chiasso, l’estate 2016 fu infuocata: dopo lo stop della Svizzera e i respingimenti, nel parco antistante la stazione si forma spontaneamente un nutrito accampamento a cielo aperto. È urgente intervenire, distribuire beni di prima necessità e pasti: tra i migranti, ci sono molte donne, bambini soli e persone vulnerabili. A farlo, sono soprattutto volontari e associazioni. Como Senza Frontiere, ma anche l’Associazione Firdaus, presieduta dalla deputata socialista del Canton Ticino Lisa Bosia Mirra, che l’autunno successivo verrà accusata di aver favorito in più occasioni l’ingresso illegale in Svizzera di 24 persone, tra cui soprattutto minori. A lei rivolgo il mio pensiero alla fine di questo 2017 dal sapore agro-dolce, un ringraziamento al coraggio di fare scelte difficili e apparentemente illegali, nella speranza, chissà, di contribuire a rinegoziare la legalità e l’inclusività di domani.

Nonostante la vicenda giudiziaria, Lisa ha deciso di non fermarsi e organizzato la Bainvegni Fugitivs Marsch, 1000 chilometri di cammino attraverso 52 località in tutta la Svizzera per ribadire simbolicamente il proprio no a politiche migratorie disumane e restrittive. Siano esse elvetiche, italiane o europee. “La marcia è stata un’esperienza profondamente intensa – mi racconta – un’occasione per toccare con mano la Svizzera che accoglie, innervata di microrealtà solidali che non temono di sfidare il clima di paura aprendosi al confronto. Conosciamo bene le rigidità e la lentezza del sistema d’asilo, mentre chi arriva ha bisogni immediati: anche per questo, credo nel valore delle azioni civili e solidali”.

Perché Alessandro Leogrande ci mancherà

Elena Baro

Alessandro Leogrande eroi diritti umani
Fonte: illibraio.it

Un pensiero nel corso di questa riflessione di fine anno va sicuramente ad Alessandro Leogrande, che purtroppo se n’è andato in modo del tutto inaspettato, a soli 40 anni. Il suo nome rimanda alla scrupolosità con la quale affrontava anche i temi più ostici, allo sguardo attento e critico che ogni giornalista, ogni scrittore, dovrebbe avere. Alessandro Leogrande orientava la sua curiosità e le sue energie nell’approfondimento di temi a noi particolarmente cari come l’emigrazione, le nuove mafie, la rappresentanza degli stranieri in Italia, l’ormai dimenticata ma sempre attuale questione meridionale, il caporalato, l’America Latina e le sue dittature.

Mi auguro per il nuovo anno che la sua sensibilità e i suoi lavori siano d’ispirazione ed esempio per tutti noi, e soprattutto che rappresentino fonti di riflessione sulla complessità degli eventi, e sulla fragilità umana che ci porta a ricascare nei nostri stessi errori, nelle nostre stesse immotivate paure. Spero che, grazie al suo esempio, ci ricorderemo di tenere alta l’attenzione anche su quelle realtà lontane da noi, che necessitano di essere raccontate e analizzate come la questione delle dittature in Argentina o le vicende di quelli che lui chiamava i “due Brasili”. Metteva la sua cultura e la sua intelligenza al servizio di tutti noi, e ci offriva l’opportunità di capire, di approfondire, di conoscere un punto di vista magari per noi nuovo, ma pur sempre valido e interessante. Era un intellettuale a tutto tondo, concentrato in particolare sui soprusi e sulle ingiustizie, al fine di denunciarli, rendendo il mondo nel suo piccolo un po’ più giusto.

Dovremmo tenere a mente il suo esempio per il prossimo anno e per quelli a venire, fare tesoro del lavoro e dell’impronta che ha lasciato, continuando il percorso da lui intrapreso.

Gli attivisti incarcerati in Turchia

Ilaria Palmas

giornalisti carcere turchia

Guardando indietro al 2017 appena concluso, sarebbero molti i personaggi da ricordare per la loro lotta per i Diritti Umani. Probabilmente troppi. Persone che hanno rischiato la vita ogni giorno per garantire ad altri il diritto alla vita, all’istruzione, ad un tetto sulla testa, ad un piatto caldo. Persone come alcuni dei dieci attivisti di Amnesty International Turchia arrestati la scorsa estate.

Il 5 luglio, alcuni operatori di Amnesty stavano tenendo un seminario nell’isola di Buyukada, quando sono stati sorpresi da un blitz della polizia ed arrestati con l’accusa di aver avuto contatti con gruppi di estrema sinistra affiliati a Fethullah Gulen, e aver tentato di organizzare rivolte armate. Tra i presenti, anche Idil Eser e Taner Kilic, rispettivamente la direttrice e il presidente della sede anatolica della famosa ONG. Accusati di terrorismo, come sovente accade da quando la stretta autoritaria di Erdogan si è fatta più insistente; purtroppo, non sono gli unici ad aver subito lo stesso trattamento. In Turchia – come in altre parti del mondo – la “scomoda” voce dei difensori dei diritti umani è intesa come il fastidioso ronzio di un insetto: prima lo si pone a tacere, meglio è. Nonostante il rilascio sotto cauzione, avvenuto lo scorso ottobre, gli operatori di Amnesty continuano a rischiare 15 anni di carcere, pur non avendo commesso alcun reato. Il loro lavoro, però, non si ferma.

È per questo che tra gli eroi del 2017 voglio omaggiare chi, come i dieci attivisti arrestati ingiustamente, persevera nella sua missione, nonostante le avversità, i bastoni fra le ruote, il rischio di perdere la libertà o addirittura la vita. Agli eroi sileziosi e disinteressati. Ad un 2018 migliore, ricordando che “Difendere i Diritti Umani non è un reato”.

Malala Yousafzai, dal Pakistan a Oxford

Sabrina Mansutti

All’età di 11 anni, quando in Pakistan il regime dei talebani vietò l’accesso delle ragazze alle scuole, Malala Yousafzai continuò a studiare. Nel 2012, all’età di 15 anni, la sua storia è diventata famosa in tutto il mondo per aver ricevuto un attacco da parte dei talebani sull’autobus con cui tornava da scuola. La ragione fu un suo discorso pubblico sul diritto all’istruzione per le ragazze. Invece di metterla a tacere, però, l’attacco ha avuto l’effetto opposto e ha incoraggiato le giovani pachistane a parlare ancora di più del diritto allo studio. Nel 2014, a soli 17 anni, Malala ha vinto il Premio Nobel per la pace, riconoscimento, il più prezioso, per la sua lotta contro i talebani in Pakistan ed è così diventata la persona più giovane a ricevere questo riconoscimento.
Quest’anno, in aprile, il Segretario Generale dell’ONU, Antonio Guterres, le ha affidato il compito di Messaggero di pace delle Nazioni Unite, con l’obiettivo di diffondere il valore dell’istruzione delle donne nel mondo. Accettando il riconoscimento, Malala, ha sottolineato l’importanza dell’educazione, in particolare l’educazione delle ragazze per il progresso delle comunità e delle società. “Il cambiamento inizia con noi e dovrebbe iniziare ora”, ha detto, aggiungendo: “Se vuoi vedere il tuo futuro brillante, devi iniziare a lavorare ora e non aspettare nessuno. Malala è sicuramente uno simboli della lotta per i diritti umani della nostra epoca e ci insegna che la parola è la migliore arma contro qualsiasi tipo di violenza. Come lei stessa ha dichiarato: “Se rimani in silenzio, sarai ancora terrorizzato. Quindi, parlando, puoi aiutare le persone.”

Le radici profonde del Baobab (experience)

Mattia Bagnato

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Ricordo bene la prima volta che ho incontrato i volontari del Baobab. Era il 10 ottobre del 2016. Poco meno di un anno prima, il 6 dicembre 2015, il centro d’accoglienza di via Cupa, a Roma era stato sgomberato dalla polizia in tenuta antisommossa. Circa un centinaio di migranti, che lì avevano trovato riparo e assistenza, furono caricati sui blindati e portati chissà dove. Da quella giornata è passato, ormai, molto tempo ma le cose non sono cambiate granché. Loro, però, sono ancora lì: al fianco di chi scappa da guerre e persecuzioni.

Tra loro, in quel piovoso pomeriggio d’autunno, c’era anche Kadav. Un ragazzino somalo di 16 anni con grandi occhi color dell’ebano, folti capelli neri e una grande passione per l’atletica. Non dimenticherò mai la voglia di vita stampata sul quel volto da bambino cresciuto troppo in fretta. Quel giorno, a San Lorenzo fuori le mura, la pioggia veniva giù senza sosta. I ragazzi del Baobab avevano portato cibo e coperte. Niente tende o gazebo per ripararsi dalle intemperie, mentre la polizia aveva l’ordine di sbaraccare qualsiasi accampamento.

Tra i volontari, all’epoca, c’era anche una ragazza francese di nome Myriam. La prima cosa che ho pensato, vedendola grondante d’acqua, è stata: ma chi glielo fa fare di starsene in mezzo a questo nubifragio. Ho sempre creduto, lo credo tuttora, che fosse lei il simbolo romano della solidarietà. Ancora oggi, infatti, mi chiedo cosa sarebbe stato di questi ragazzi se non fosse per Roberto, Myriam, Francesca e tutti gli altri. Chi li avrebbe sfamati, curati o accompagnati, ogni giorno, in questo o in quello stabile per la notte. La risposta la lascio a voi.

Come mi dice Francesca, un’altra volontaria, la storia del Baobab Experience è lunga e tormentata. La tendopoli di Piazzale Maslax, dietro la stazione Tiburtina, n’è la prova. Un grande parcheggio, di proprietà delle FS, intitolato ad un migrante che un giorno, stanco e provato perché rispedito in Italia dopo aver raggiunto il Paese del Nord Europa dove si trova sua sorella, si tolse la vita. 

Solo in seguito Francesca e gli altri hanno cominciato a portarci vestiti, coperte, letti e tutto il necessario per assistere i migranti a Roma. Non si sono dati mai per vinti, neanche quando sono stati costretti a montare le loro tende per la strada. Le stesse che, puntualmente, venivano distrutte e caricate sui camioncini della nettezza urbana. Dopo 20 sgomberi finalmente il Baobab Experience è riuscito, pochi giorni fa, ad aver un ufficio tutto suo. Un posto sicuro dal quale nessuno, speriamo, possa più cacciarli.

 

 

 

La fotografia di copertina è opera di Michele Spatari. Puoi guardare l’intera gallery dalla manifestazione di Non una di meno a Roma lo scorso 25 novembre a questo link, e leggere il nostro report qui. 

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