Reddito minimo garantito: un reddito di democrazia

La produzione capitalistica genera essa stessa, con l’inevitabilità di un processo naturale, la propria negazione

La scorsa settimana il nostro Luca Sandrini aveva parlato del referendum svizzero sul reddito di base incondizionato (RBI) e della sconfitta della proposta.

Come ben detto in quell’articolo, una tal forma di reddito d’inclusione porterebbe innumerevoli vantaggi alla popolazione, soprattutto quella meno abbiente ma, irrimediabilmente, tale proposta soffre di due grossi problemi:

  1. La proposta è costosa, molto.
    Anche solamente 500 euro al mese per ogni cittadino maggiorenne, in Italia, vorrebbe dire un salasso da centinai di miliardi di Euro.
  2.  L’opposizione politica ed ideologica è enorme.
    Una somma erogata linearmente ad ogni cittadino troverebbe opposizioni da parte di ogni schieramento politico, sia per motivi di equità che per questioni di volontà meritocratiche.

Tuttavia in tutta Europa è ormai una realtà il reddito minimo garantito, ovvero un’elargizione monetaria da parte delle istituzioni volta a garantire (a fronte di alcuni impegni come l’iscrizione a liste di collocamento) una somma sufficiente al sostentamento.

Questa modalità, in sostanza, riesce a superare entrambe le due macro resistenze precedentemente esposte poiché risulta molto meno dispendioso e molto più flessibile al dibattito parlamentare.

Ma noi, il Bel Paese, anche in questo caso ci confermiamo come uno stato fuori dagli schemi:  in Italia non esiste, ad oggi alcuna forma di reddito minimo garantito, in contraddizione peraltro con alcune raccomandazioni Europee.
L’unico altro caso è la Grecia, per dire…

Eppure (qualcosa) si muove, direbbe uno bravo: ad oggi alcune proposte di legge sono in discussione al Parlamento, le principali sono quella dei 5 Stelle (che difficilmente vedrà la luce) a quella del reddito di inclusione portata avanti dal Partito Democratico che dopo diversi ritocchi pare ormai in dirittura di un arrivo, anche se in forma “addolcita”, come sottolineato dal presidente dell’INPS Boeri.

Sicuramente un passo avanti, ma molto, molto timido.
Fortunatamente alcune realtà, come la provincia autonoma di Trento, si stanno muovendo autonomamente per garantire un’entrata di base alle fasce di popolazione più deboli con mezzi propri.
Forse però questa forma di sussidio sarebbe più utile in altre regioni, che purtroppo non se lo possono permettere: e per questo un coordinamento a livello Nazionale diventa fondamentale.

L’importanza di un reddito slegato dal lavoro

L’avanzare del progresso sta ponendo sempre nuove problematiche alle nostre Società, soprattutto quelle dell’Europa Occidentale: l’ormai stabile diminuzione della domanda di lavoro in queste nazioni, dovuta principalmente alla crescita esponenziale della produttività del capitale sulla manodopera e alla delocalizzazione in seguito all’abbattimento dei confini economici, ha portato ad una maggiore flessibilità del mercato interno e, più in generale, ad un sostanziale rialzo del tasso di disoccupazione, ormai stazionario attorno al 10%.

Questi fattori, in sé, potrebbero non essere drammatici: non è un problema abolire l’articolo 18, è però un problema abolirlo senza contemporaneamente inserire adeguati sussidi.
Tuttavia, sopportare passivamente questi cambiamenti potrebbe portare ad una profonda crisi le nostre democrazie, ricordiamolo, “fondate sul lavoro“: il valore fondativo della produzione umana nelle nostra Società non è un mero esercizio di retorica ma un dato di fatto in quanto l’occupazione è, ad oggi, la principale forma di sostentamento dei cittadini e senza di essa viene a mancare il presupposto per la vita, così come pensata oggi.

Avere un reddito minimo dunque, o rivedere in alternativa l’accesso almeno ai beni primari, risulta essenziale per la stabilità sociale, prima ancora che economica.
Si impone dunque, forse per la prima volta, la necessità di un superamento dello schema mentale legato al libero mercato, e non è cosa da poco: basta ritornare agli anni ’80 per capire come l’idea di un reddito svincolato da un lavoro non fosse solo un’utopia ma qualcosa di completamente inconcepibile per il mondo occidentale.

La strada è tracciata quindi?

Questo è un argomento piuttosto dibattuto e che, probabilmente, non riceverà risposta per parecchi anni a venire.

Benché, come detto, gran parte degli stati occidentali pare piuttosto orientato ad abbandonare il modello ultraliberista degli ultimi 30 anni (basti pensare all’impatto culturale dell’ObamaCare), la sostenibilità di queste misure, soprattutto ragionando in scala internazionale, potrebbe essere messa a rischio.
Ad oggi infatti la possibilità di avere un generoso sistema di welfare per i paesi sviluppati si basa principalmente sulla migliore condizione rispetto ad altri realtà meno prospere.
Molte popolazioni, basti pensare a quella cinese e a quella indiana, stanno percorrendo un sentiero di rapida crescita sia economica che tecnologico-culturale e un assottigliamento del gap rispetto al blocco occidentale potrebbe rimettere in discussione la distribuzione della ricchezza tra gli stati e, di conseguenza, anche all’interno di questi.

Andrea Armani

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4 pensieri su “Reddito minimo garantito: un reddito di democrazia

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