Ha vinto Trump, come è successo

La sostanza è semplice: Donald Trump è il 45° Presidente degli Stati Uniti d’America. Inoltre i Repubblicani confermano il controllo del Parlamento, sia al Senato sia alla Camera, creando una configurazione politica estremamente favorevole per l’esecutivo (a meno di soprese e frizioni interne).

La notte elettorale è stata lunga ed intensa. Con un live su Twitter ho lanciato la sfida (persa) all’inossidabile Enrico Mentana.

Le ore passano aspettando i risultati dai vari stati. Ad ogni stato è assegnato un certo numero di “grandi elettori”, in base alla popolazione. Per ogni stato, il candidato che riceve più voti si aggiudica completamente il numero di grandi elettori: il primo che superai 270 vince. La cartina aiuta decisamente a capire il meccanismo:

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Per esempio, la California, tradizionalmente democratica, esprime la bellezza di 55 elettori. Gli stati chiave sono i cosiddetti swing states, ossia quegli stati che non hanno un’affiliazione partitica storica inamovibile e che quindi possono cambiare colore a seconda del candidato (e  della campagna elettorale). Sotto osservazione ci sono la Florida (ricordate la storia delle elezioni del 2000 tra Al Gore e Bush?), il North Carolina e Ohio, che sommati danno 62 elettori. I seggi elettorali chiudono ad orari diversi a seconda del fuso orario, e degli orari decisi dai singoli stati, con Indiana e Kentucky a fare da apripista.

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All’inizio tutto procede in maniera abbastanza tranquilla e prevedibile. Quando cominciano ad arrivare i risultati per la Florida la tensione sale alle stelle. Una vittoria della Clinton nello stato di Miami darebbe ai dem una spinta sostanziale verso una vittoria quasi certa. Al contrario, con la Florida “rossa” Trump potrebbe cominciare seriamente ad un’inversione di aspettative.

Tra le 3 e le 3.30 di notte succede il fattaccio: Donald Trump passa concretamente in vantaggio in Florida. E sembra in vantaggio anche in Ohio. La cosa ribalta completamente le aspettative, i sondaggi, gli studi di esperti e analisti, che probabilmente rimarranno sotto accusa per i prossimi 4 anni.

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Il grafico del New York Times sulle probabilità di vittoria dei due candidati rende il concetto meglio di qualsiasi spiegazione:

9-30

Avrei potuto tagliare il grafico per far vedere meglio il cambio, ma in questo modo rende alla perfezione quale fosse l’aspettativa in questi giorni, soprattutto dopo che l’FBI ha sciolto il nodo sulle email della Clinton (in un finale di campagna elettorale assurdo).

Con la Florida presa, vantaggio in Ohio, il momentum si inverte:

Dalle 4 alle 6 il trend è sorprendente: Trump conferma Ohio, e si porta in vantaggio in Wisconsin, Michigan e Pennsylvania. La cartina è sempre più rossa

1-22

Alle 8 di mattina, le possibilità di vittoria di Hillary si tramutano in un errore statistico: Trump diventa Presidente degli USA.

Nel discorso, che comincia appena prima delle 9 italiane, Trump ringrazia Hillary, che lo ha appena contattato telefonicamente per congratularsi con il tycoon neoeletto, ringrazia la famiglia e si propone come Presidente di tutta la nazione, anche di quelli che non l’hanno eletto. Onestamente, un discorso molto serio. Come al comizio di Dimondale (trovate il mio racconto qui), conclude il discorso sulle note di You can’t always get what you want, dei Rolling Stones.

La vera sfida comincia ora: Trump dovrà dimostrare con i fatti che la sua idea di Stati Uniti è realizzabile e a favore di tutti. Chi sono questi tutti, lo capiremo fra un po’. Così come ci vorrà del tempo (si spera) per capire quali siano esattamente le posizioni di Trump in materia di politica estera.
In conclusione, sicuramente una sorpresa totale nel panorama politico americano, dove per la prima volta viene eletto un candidato non proveniente da un partito o da una posizione di potere all’interno degli organismi statali.

Giacomo Romanini

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