Racconto di una marcia pro-Trump, in Michigan

Sabato 4 Marzo 2017. In tutti gli USA viene lanciata la March 4 Trump, una rete di manifestazioni nelle principali città americane a sostegno del neo-eletto Presidente. Una serie di comizi e marce in favore di Trump. Dal sito ufficiale dell’organizzazione:

“President Trump has thankfully set a new course, and no matter your race, creed, color, gender, orientation, age, or anything else traitors exploit to divide, We The People are one.”

Sono andato alla marcia che si è svolta a Lansing, capitale dello stato del Michigan, per capire chi sono i sostenitori più convinti del Presidente e come stanno vivendo la vittoria e il primo mese di amministrazione.

Per rinfrescare la memoria, brevissimo riassunto della storia elettorale:

Cos’è successo in questo primo mese di presidenza Trump? (per punti principali)

  1. Gli USA si ritirano dal Trans-Pacific Partnership (TPP), un accordo commerciale che coinvolge diversi paesi del sud-est asiatico, con lo scopo, tra gli altri, di contestare l’influenza cinese nell’area. Da non confondere con il TTIP, di cui si è discusso ampiamente a The Bottom Up (qui un riassunto di entrambi della BBC). Il tema è politicamente tutt’altro che banale sia dal punto di vista economico, che geopolitico, ma soprattutto ideologico. Per capirci, è una cosa sulla quale Trump e Sanders si trovano d’accordo:sanders
    Come vedremo dopo grazie alle interviste dei partecipanti alla marcia, si tratta di uno dei punti chiave del pensiero politico dei prossimi anni. Non solo negli USA, ma anche in Europa.
  2. Trump firma un ordine esecutivo che blocca temporaneamente l’entrata dei cittadini di sette paesi (Iran, Iraq, Libya, Somalia, Sudan, Syria and Yemen). Il blocco vale per tutti i visti più comuni (dal semplice visto turistico, fino al visto da studente). A seguito di istanze presentate da più parti, uno dei giudici federali – James Robart, nominato da George W. Bush – blocca il ban. Trump prima reagisce alla Trump, poi dà ordine di riscrivere il provvedimento, la cui nuova versione dovrebbe essere rilasciata a brevissimo, come scrive il Washigton Post.
  3. Trump, tramite il portavoce della Casa Bianca Sean Spice, ha bloccato diversi media dal partecipare ad un briefing: The New York Times, CNN, Politico. Bloccare l’accesso alla stampa è una mossa dittatoriale. Ma la strategia di opposizione ai media “mainstream” ha funzionato durante la campagna elettorale e continua e funzionare. E probabilmente ne beneficiano gli stessi giornali. Trovate l’audio del dibattito qui.

Ora siamo pronti ad andare al corteo, che si svolge al Michigan State Capitol, la sede del governatore dello stato del Michigan.

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In Michigan Hillary Clinton ha perso tutti i 16 grandi elettori per soli 10.704 voti. La vittoria repubblicana si deve soprattutto alla conquista di 12 counties, tra cui il benestante distretto di  Macomb, a nord di Detroit, composto prevalentemente da bianchi che alle elezioni del 2012 avevano sostenuto Obama. Gli stessi che si oppongono ad un aumento della tassazione finalizzata ad investimenti in trasporti pubblici, quasi inesistenti in generale nello stato patria dell’automobile. In breve: il Michigan è piatto, non ci sono montagne da traforare e la terra è una risorsa abbondante (a differenza dell’Italia). Nonostante questo, esistono solo due treni al giorno che portano da Detroit a Chicago, mettendoci un’eternità.

Il paese è a misura d’auto: sull’autobus che mi porta da East Lansing a Downtown Lansing non c’è quasi nessuno. All’arrivo mi accoglie questa signora

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È qui con una sua amica, che ha un cartello con scritto “Educated Women for Trump”. I sostenitori di Trump sono stati e vengono ancora etichettati come la classe meno istruita del paese, e quindi meno in grado di capire i processi decisionali, le strategie elettorali, gli slogan “populisti”. L’accusa viene rivolta negli USA dagli stessi dem che, in teoria, dovrebbero avere come obiettivo proprio quello di formare e dare voce alle classi meno abbienti -anche culturalmente. Ed è per questo che la donna manifesta, per dimostrare che Trump riceve un sostegno che dal punto di vista del grado di istruzione è totalmente trasversale. È vero? Gli unici dati a disposizione sono gli exit poll: visto che studi diversi presentano numberi significativamente diversi, non ho abbastanza informazioni per validare o confutare quello che mi viene detto.

Sulla questione Mexico la posizione di una parte del pubblico è chiara:

In realtà la situazione è un po’ più complessa di come sembra. Un signore, che chiamerò Jim, mi spiega che da quando è in pensione fa il volontario in ospedale a Jackson, e gli capita spesso di avere a che fare con urgenze date da intossicazioni da oppiacei. Vado a controllare i dati, ed effettivamente il problema è serio. Jim sostiene che la soluzione sia appunto quella di bloccare il flusso di droga proveniente dal centro e sud America: su questo ho dei dubbi, visto che bisognerebbe capire dove viene prodotta la droga in questione.drug

La mia terza intervista è ad una signora, Beth (l’età media è sempre sui 50), che salta e urla agli slogan che vengono dal palco, carichissima. Di Trump le piace soprattutto il fatto che parli con un linguaggio semplice di idee che, dal suo punto di vista, sono common sense. Idee che non appartengono né ai democratici, ma neanche ai repubblicani classici, colpevoli di essere troppo simili agli avversari, due facce della stessa medaglia. La priorità fondamentale, dice Beth, è il budget: se lei deve pagare le bollette e fare la spesa, dal Presidente ci si aspetta lo stesso rigore finanziario. Le chiedo quindi cosa ne pensa dell’Obamacare, il piano sanitario varato da Obama che ha esteso l’assicurazione pubblica -già presente per le fasce più povere con Medicai. Non è affatto contenta. Come già spiegato da più parti, uno dei problemi principali della riforma di Obama è il sistema sanitario americano rimane in buona parte privato: l’aver “tolto” una parte dei possibili clienti ha portato diverse compagnie ad aumentare i premi assicurativi.

Arriviamo ai due punti più interessanti: il duo Dio & Trump e le fake news. 

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Buona parte degli elettori conservatori sono religiosi: durante la campagna elettorale, sono andato a Gran Rapids (sempre in Michigan) provando ad entrare nella palestra dove Hillary Clinton stava tenendo l’ultimo discorso prima del voto. Durante il viaggio, c’erano solo cartelli a favore di Trump. Un ragazzo, al tempo, mi aveva spiegato che quella zona è famosa per avere più chiese che persone. L’universo religioso americano è estremamente variegato: dai cattolici ai luterani, dagli evangelisti agli avventisti. Come il messaggio cristiano conviva con la forma e la sostanza del messaggio politico di Trump non mi è particolarmente chiaro. Le spiegazioni meno confuse che mi vengono proposte sono sostanzialmente in due direzioni entrambe per opposizione ai Democrats:

  • I Democrats sostengono l’aborto, pagandolo con soldi pubblici.
  • I Democrats sono Socialisti. I socialisti vogliono controllare tutto. E non sono religiosi.
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Nel frattempo (in ordine sparso) viene chiamato sul palco un veterano, alcuni rappresentanti del partito Repubblicano, una serie di stranieri che testimoniano come gli immigrati regolari siano più che benvoluti. E soprattutto la coppia padre-figlio autori di quello che prima ho chiamato “palco” e il cui vero nome è Trumpunitybridge, come lo chiamano loro.
Arriva anche la controprotesta: grazie ai numeri abbastanza ridotti da entrambe le parti non si va oltre lo scontro verbale, qualche coro, da entrambe le parti.

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Finito il comizio, ricomincio le interviste sull’aspetto che forse più mi interessa, quello su cui Trump ha giocato e vinto durante la campagna elettorale: the media is corrupt. Il tema è così caldo che l’intervista ad un signore sulla quarantina si trasforma in una sorta di gruppo formato da 4-5 persone interessate al dibattito.
Il mio interlocutore principale, che chiamerò Buck, mi spiega che i media non riportano le notizie, ma cercano di far passare la loro agenda politica. Si tratta di un ristretto gruppo di persone che cerca di far passare come dominante il pensiero globalist. Mentre Buck è a favore di un approccio nationalist, o meglio, il più locale possibile. Locale significa essere vicini sia alle problematiche sia ai politici: il potere è esercitato da qualcuno al quale, se non sei d’accordo “puoi tirare un pugno sul naso“(cit. Buck)
Perché è così interessante? Perché è lo stesso approccio ideologico di quella parte di sinistra che mette il governo del piccolo, del territorio, come espressione fondamentale della democrazia. Ne consegue che la perdita di rappresentanza che nasce nel confluire in istituzioni più grandi (vedi l’unione Europea) non è sacrificabile in nome dell’efficienza economica o dal peso diplomatico. Buck fa un discorso che ho già sentito, da amici sostenitori di Corbyn, segretario del partito laburista inglese.
Si tratta di una novità? No. Ma qualcosa è cambiato.
La rivoluzione risiede nel fatto che prima della Brexit, prima di Trump, prima del referendum sulla Costituzione, eravamo abituati ad avere come obiettivo la conquista del centro politico. Si va al centro, si prende l’elettore mediano. Serve una posizione moderata.
Il moderatismo, che in diversi aspetti della politica continua ad essere un valore, ha però portato al vuoto ideologico e al vuoto comunicativo tra eletto ed elettore, che esprime, votando contro i partiti centristi, o che gli sembrano tali, il desiderio di una nuova narrativa. Una nuova narrativa che sia in grado di ricostruire un’identità locale, nazionale, forte a sufficienza da essere accogliente con chi viene dalla parte opposta del mondo.

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Tutto quello che avete letto è avvenuto a -3°C – che non è neanche male per gli standard di qui – se non fosse stato per il vento dei laghi, quello che ormai impedisce alle mie mani di stringere la penna. Capisco perché i ricchi del Michigan trascorrono l’inverno in Florida.
L’unica salvezza per me e Francesco Costa, vicedirettore de Il Post, anche lui alla manifestazione, è riscaldare dita e stomaco con una lobster soup.

Giacomo Romanini

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