“Tutto è perduto”: l’Election day tra i volontari di Hillary Clinton

Alessando Maffei ha 19 anni ed è di Novara. Studente universitario, ha deciso di volare a Miami per partecipare, come volontario, alla campagna elettorale della candidata democratica Hillary Clinton e per osservare in prima persona l’evento politico dell’anno. Questo articolo è il suo “diario” tra lunedì 7 e mercoledì 9 novembre.

Prima dell’Election Day: “La Florida sarà la tomba politica di Donald Trump”

hillary clinton seattle

Il 7 novembre abbiamo finito di lavorare alle 23:30 per ricominciare, il giorno successivo, alle 6:30. È il finale di una campagna lunghissima ed estenuante. I risultati dicono che all’early vote lo scarto tra democratici e repubblicani è di 150.000 persone a favore della Clinton. Nei corridoi si inizia a sussurrare che a 200.000 non ci prenda più. C’è grande ottimismo nell’aria: tutti sono più speranzosi e socievoli, e l’idea che proprio noi, in Florida, potremmo essere la tomba politica di Donald Trump ci esalta maggiormente.

Rimane, tuttavia, tanta tensione, perché il pericolo che Trump diventi Presidente è enorme. Alcuni miei colleghi questa notte non hanno preso sonno proprio perché preoccupati. Non è solo tutta la fatica, le notti di lavoro e la passione che ci abbiamo messo, ma la chiara percezione che il repubblicano come presidente potrebbe voler dire la fine del mondo come lo conosciamo.

Ieri abbiamo passato la giornata ad impacchettare materiali: per l’Election day deve essere tutto pronto e in ordine. È un po’ come quando, prima di una cena o un’occasione importante, la mamma ti diceva di non usare dei vestiti “buoni” perché bisognava tenerli da parte. Sentiamo che tutta questa fatica enorme che abbiamo fatto si coronerà domani, con l’ultimo passo. Ad aiutarci ci saranno tanti volontari. Trovarne per il giorno delle elezioni è ovviamente più semplice perché le persone, come diceva Gaber, si sentono un po’ in dovere di comportarsi come cittadini attivi. Ma non solo.

Ci stupisce chi arriva anche a fronte di sforzi notevoli, come una signora anziana che ha fatto 40 minuti di autobus per raggiungerci o un cieco, che non può leggere i numeri per fare le telefonate ma che se li fa dettare. Io credo che molti sostenitori di Trump andranno a votare proprio domani, l’8 novembre, l’Election day: ciò confermerebbe l’impressione del comizio che ho raccontato. Votare il giorno preposto corrisponde a quel tipo di ritualità di cui quel tipo di elettore ha bisogno. Se pensi che dopo le elezioni inizierà un “mondo nuovo” non vai a votare il 30 ottobre all’early vote quando nessuno ti dà attenzione, ma ci vai il giorno delle elezioni, così che potrai ricordartelo e un giorno, quando questo benedetto mondo nuovo si sarà fatto, raccontare ai tuoi nipoti quello che è successo con una piccola frase a margine: “io c’ero”. L’impressione è che in Florida gli ispanici potrebbero fare la differenza ed essi (ad eccezione dei cubani) sono tendenzialmente democratici. 

L‘Election Day: la parola d’ordine è rincorrere chi non ha ancora votato

florida election day

Oggi è il grande giorno. La giornata è bella e calda, tante persone che non avevamo mai visto sono venute ad aiutarci. A volte sono vestiti in modo bizzarro, e portano tutti spille o adesivi di Hillary Clinton. Ci sono persone che hanno preso un giorno di ferie solo per supportare la campagna.

Fin dalle 7 del mattino, orario di apertura dei seggi di voto, le code sono molto lunghe. Abbiamo la chiara impressione, dopo i risultati dell’early vote, che il grosso del lavoro è stato fatto e ora ci siano solo da limare gli spigoli. La nostra ultima giornata la trascorriamo correndo di porta in porta: dal quartiere generale ci mandano pacchi nuovi con indirizzi e numeri di telefono da contattare. Gli indecisi possono sempre fare la differenza, ma iniziamo a covare la speranza che potrebbero non servirci i loro voti.

Alle 17.30 inizia una sorta di fermento generale: manca un’ora e mezza alla chiusura dei seggi. Abbandoniamo tutti l’ufficio per andare a cercare chi, sbadato, si dimentica di votare oppure a spiegare a chi non lo sa, quando e come può votare. E finalmente arrivano le 7 di sera, che vuole dire chiusura dei seggi, e noi, che è mesi che si lavora e si prende insulti da chi non vuole parlarti e si dorme nulla, non possiamo che scoppiare in un applauso. Saliamo quindi sulle macchine e andiamo al quartiere generale per assistere alle diretta delle elezioni (onestamente mi sorprendo un po’ di non vedere Cerata e la Sardoni anche qui).

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Come è già stato detto ci sono alcuni grandi Stati, molto popolosi e non tradizionalmente repubblicani o democratici, che fanno la differenza. Sono, per esempio, Florida, Ohio, Wisconsin, Virginia e North Carolina. In Florida partiamo subito bene ed è facile immaginare quanto questo, nel nostro ufficio, generi euforia. Il vantaggio però cala visibilmente, man mano che continua lo spoglio delle schede. Siamo avanti del 2%. Poi di 5000 voti. Poi 1300. Poi Trump supera Clinton.

È esattamente in questo momento che la Security viene a buttarci fuori dicendo che l’ufficio deve chiudere (l’organizzazione del partito democratico rimarrà uno dei grandi misteri di questa mia esperienza) e ci spinge verso un hotel scelto come sede ufficiale. Qui troviamo un maxi schermo, tante signore imbellettate e anziani con gli zigomi rifatti che paiono interessarsi alla vita politica una volta ogni quattro anni. Scoppiano in un’ovazione generale quando vinciamo a New York (risultato scontatissimo) e non perdono l’entusiasmo quando perdiamo, in successione, Ohio, North Carolina e Florida. Ma chi segue un po’ di più la politica sa che questo vuole dire che solo un miracolo può cambiare il risultato.

Wisconsin e Pennsylvania, alle 2:33 di notte ora locale, sanciscono che abbiamo un nuovo presidente degli Stati Uniti. E non è un democratico.

Il day after l’Election Day: “Tutto è perduto.”

supporters hillary clinton

Il sacrificio della patria nostra è consumato. Tutto è perduto. Sembra di rivivere la Brexit, dove tutto era troppo grande per essere vero.

Oggi andiamo a pulire gli uffici. Vengono fatti discorsi di circostanza, ci viene ricordato che nella contea di Miami abbiamo vinto con il 65% dei voti, ma la delusione è troppo grande perché questo ci consoli.

Esistono ora due grandi problemi, uno in politica interna e uno in politica estera. La politica estera di Trump è un mistero: chissà se sarà davvero in grado di tenere testa a Putin, chissà se i messaggi di congratulazioni di Marine Le Pen e degli altri leader populisti di destra europei diventeranno ponti e “simpatie”. In politica interna, il Presidente Trump corre il rischio di non saper gestire ciò che ha creato e di doversi inventare metodi di azione tutti suoi, in virtù di “Giustizia e ordine”, uno dei suoi slogan, oltre a “bonificheremo la palude”, di mussoliniana memoria.

Ha vinto le elezioni dicendo che non era un politico, ma ora dovrà diventarlo. Ha litigato con i Repubblicani e di fatto ha rotto con Paul Ryan, ma per legiferare dovrà contare proprio suoi loro voti. Ha insultato tutti i media, ma adesso dovrà abituarsi ad essere più diplomatico, per non venire strumentalizzato. Ha detto che voleva distruggere questo sistema e l’establishment, ma se lo dirà da Presidente potrebbe introdurre dell’incertezza nei mercati finanziari. Ha insultato i giudici e le minoranze etniche, ma ora dovrà rappresentarle ed essere il Presidente di tutti. Ha promesso che caccerà i musulmani e farà costruire un muro a spese del Messico, ma non può espellere i cittadini su basi religiose a meno di violare la Costituzione ed è improbabile che Enrique Peña Nieto spenda dei soldi per “difendere” gli Stati Uniti dai suoi connazionali messicani. Come reagiranno le persone, cariche di rabbia repressa verso la società e speranza e fiducia in lui come unico salvatore, quando si renderanno conto che anche Trump è un bugiardo e buona parte di ciò che ha detto non lo può mantenere? Tutte queste risposte ce le riserva, purtroppo, il futuro.

Alessandro Maffei

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