Trump ha rottamato gli economisti

Alla fine è successo davvero, Donald Trump è il 45° presidente degli Stati Uniti d’America. Non una vittoria di rapina la sua, ma un trionfo netto in quasi tutti gli stati chiave e un successo completamente imprevedibile e imprevisto. A lungo si è discusso del ruolo della stampa americana in questa campagna elettorale, tutta schierata contro il Tycoon di New York e ampiamente generosa con Hillary Clinton, eppure incapace di dare quella svolta decisiva e desiderata sull’andamento del voto.

Non è però solo la stampa ad uscire sconfitta da queste elezioni. Anche le personalità di spicco dell’economia accademica ed istituzionale hanno subito una debacle notevole. Sempre più al centro dell’attività politica di tutti i Paesi del mondo, gli economisti sono spesso un punto di riferimento importante per chi si candida alle elezioni, vuoi come consiglieri, vuoi come garanti della serietà del programma elettorale. In un mondo in cui per fare politica è sempre più necessario avere un piano economico ben definito che rassicuri tutti circa la sostenibilità delle proprie azioni, gli economisti hanno saputo ritagliarsi un’invidiabile condizione di autorevolezza nelle stanze del potere, in taluni casi arrivando pure ad occupare interamente la stanza. Si pensi, in questo senso, al presidente della BCE Mario Draghi per farsi un’idea dell’importanza che può assumere una figura istituzionale economica per la politica.

Ebbene, anche gli economisti americani si sono esposti per questa tornata elettorale del tutto inedita. Non che sia una novità che gli economisti si dividano tra repubblicani e democratici, anzi è assolutamente normale e comprensibile; la grossa differenza, l’anomalia, se vogliamo, è che in questo caso una maggioranza sostanziale di economisti si è espressa CONTRO il nuovo presidente Donald Trump. Sottolineo il contro, e aggiungo non esplicitamente in favore di un altro candidato, ma contro Trump. Votate chiunque degli altri, non lui. Ovvio, la realpolitik insegna come questo sia, ipso facto, un endorsement al candidato Democratico, visto e considerato il sistema elettorale americano, ma non è questo il punto. Il punto è che la maggior parte degli economisti, e i più celebri, tra i quali citiamo solo per fama Angus Deaton e Oliver Hart, due recentissimi “premi Nobel” (quello per l’economia in realtà non rientra tra i premi Nobel, ndr) e professori rispettivamente a Princeton e Harvard, hanno deciso di esporsi pubblicamente non solo perché in disaccordo, ma perché preoccupati dalle “bugie e distorsioni” del candidato Repubblicano.

In effetti, leggendo velocemente il piano di Trump, si coglie la volontà di chiudere i confini al commercio internazionale e favorire l’industria in casa propria, magari con investimenti statali nel mid-west massacrato dalla globalizzazione. Niente di più lontano dalle più diffuse teorie economiche e nulla di più nauseabondo per un liberista americano vecchia scuola. Il Tycoon pare abbia deciso di mettere una pietra sopra alla globalizzazione e al mercato globale, cercando nel proprio giardino quello che serve per tentare una nuova crescita economica. Si faccia attenzione, non voglio semplificare o generalizzare, il piano di Trump, in linea con i principi neoliberisti, prevede anche tagli sostanziali alle tasse e abbattimento della spesa pubblica con lo smantellamento della riforma del sistema sanitario di Obama e di parte dello Stato Sociale, con inoltre (forse, si bisbiglia) un inedito alleggerimento della spesa militare.

Questo programma economico liberal-protezionista è sufficiente a spiegare la lettera che 790 economisti (originariamente 370) hanno firmato per dissuadere gli elettori dal votare Trump (qui)? Non penso, anzi. Mi sarei aspettato un palcoscenico diviso sul tema, magari in modo impari, ma comunque coinvolto in un dibattito nel merito. Tutt’altro, la reazione è stata così sproporzionata contro Trump perché si è avvertito un pericolo per la credibilità e l’autorevolezza della categoria. Cerco di spiegarmi meglio, in questi giorni non abbiamo commentato una campagna elettorale di critica ai programmi e alle strategie politiche degli avversari. Abbiamo assistito ad un momento politico, durato mesi, in cui la parola d’ordine è stata “delegittimazione”. Dal “farò arrestare Hillary Clinton quando sarò eletto” di Trump, al presidente Obama che ha usato in maniera inedita la delegittimazione verso il candidato repubblicano, arrivando a dire pubblicamente che “non possiamo dare i codici nucleari ad un uomo permaloso”.

E gli economisti cosa c’entrano? Gli economisti sono stati letteralmente liquidati da Trump, spazzati via con un colpo di cancellino dalla lista degli argomenti rilevanti. Le statistiche sono false, i dati non sono veri, la disoccupazione reale è diversa, i salari sono diminuiti da decenni, così, come fosse un gioco. Numeri a caso che hanno umiliato gli esperti e ne hanno minato la credibilità. Il suo carisma e il livello di istruzione medio di molti dei suoi elettori ha fatto il resto. Gli hanno creduto.

Non ci è dato sapere se Trump sia convinto delle cose che ha detto o se sia stata una sorprendente mossa elettorale, ma sicuramente è riuscito a legare all’establishment di potere gli ambienti accademici più prestigiosi, tutti quegli economisti formatisi e attivi nella Ivy League e il loro folto network.

Anche coloro che non si sono esposti nella lettera, hanno cercato di sottrarre elettorato a Donald Trump, come il professore della Columbia e “premio Nobel” Joseph Stiglitz, consigliere di Hillary Clinton per l’agenda economica, o Paul Krugman, stessi titoli, ma attivo presso la University of Princeton. Stiglitz ha proposto e sostenuto il cambiamento di rotta dei democratici riguardo ai trattati commerciali, in atto o in fase di negoziazione, riuscendo ad ottenere l’impegno ad una rinegoziazione sostanziale. Questo ha permesso un avvicinamento all’elettorato di Trump, terrorizzato dalla globalizzazione e diffidente da chi ne proponeva una porzione in più.

Paul Krugman, invece, si è esposto pubblicamente dalle colonne del NY Times, dove qualche settimana fa scriveva che l’importante non era la vittoria di Hillary Clinton, la quale non sarebbe stata in discussione, ma le dimensioni della vittoria che avrebbero permesso al paese un periodo di riforme liberali. Un estremo tentativo di chiamata alle urne, per scongiurare il pericolo, che ora sappiamo essere stato reale, di una scarsa partecipazione dei meno affezionati al Partito Democratico. Lo stesso Krugman ha poi affidato a twitter tutta la sua delusione e frustrazione (qui) quando lo spoglio cominciava far presagire la vittoria del Tycoon.

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In sostanza gli economisti hanno risposto all’umiliazione subita cercando di delegittimare a loro volta il candidato repubblicano, come si può leggere nella lettera e in un articolo di Stiglitz riportato da Internazionale (qui), sostenendo che Trump stava ingannando l’America su temi come occupazione, immigrazione e commercio, in breve sull’economia del paese e che non andasse in alcun modo creduto e sostenuto. Consapevoli del fatto che con la presidenza Trump, la delegittimazione potrebbe essere una costante per qualunque tipo di scienza sociale, gli economisti hanno tentato di impedirne l’elezione per proteggersi, senza però necessariamente recedere dalle proprie posizioni. Nulla di più sciocco.

La scienza economica, se vuole mantenere il proprio ruolo di riferimento per la politica (in America, ma anche altrove), deve cominciare ad occuparsi di temi che vadano a ridurre le disuguaglianze e a sostenere le fasce più deboli della popolazione. La profonda esperienza di ricerca economica deve ora diventare uno strumento per favorire la protezione sociale e per fare “innamorare” di nuovo le persone che oggi si sentono ai margini. Non è un caso che Bernie Sanders abbia fatto così bene tra i giovani, soverchiati da un debito studentesco pari quasi al nostro PIL e in continua crescita, proponendo l’accesso gratuito alle università pubbliche con un preciso piano di finanziamento tramite imposta progressiva e tassazione di parte delle transazioni finanziarie di Wall Street. Una proposta straordinariamente evoluta per la società americana, fortemente condizionata dalle teorie neoliberiste e anti-socialiste (qui la responsabilità degli economisti è notevole). Se i democratici vogliono risalire in fretta la china e sconfiggere il fenomeno della corsa a destra dell’elettorato, dovranno modificare nuovamente l’agenda economica, sfruttando meglio le informazioni che il senatore del Vermont ha saputo dare loro tramite il proprio successo. Gli economisti devono facilitare questa rivoluzione a sinistra del partito democratico, staccandosi dagli argomenti vecchi e desueti del neoliberismo più mainstream, affrontando sfide nuove e analizzando più approfonditamente i problemi della società, magari da un punto di vista non esclusivamente matematico.

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Joseph Stiglitz (sx) e Anthony Atkinson (dx) al Festival dell’Economia di Trento 2015

 

Uno dei più importanti economisti che si occupano di povertà e di reddito, il britannico Anthony Atkinson, nel suo ultimo lavoro “Diseguaglianza. Che cosa si può fare?”, sottolinea come i tagli al Welfare State siano sempre da considerarsi scelte politiche e indica come unica via l’adozione di proposte molto più radicali di quelle messe in campo finora. Propone tetti massimi per i dirigenti aziendali, riferendosi ad essi come ad un “codice remunerativo”, ma anche di indirizzare il mutamento tecnologico perché sia a favore dell’occupazione e non a discapito, oltre alla proposta più ardita, quella di riconsiderare come obiettivo programmatico la piena occupazione, anche rendendo lo stato un “employer of last resort”, un datore di lavoro di ultima istanza che offre lavoro pubblico garantito. Queste sono le sfide che i democratici devono affrontare, queste le idee con cui si devono confrontare per trovare una sintesi adeguata alle dimensioni del problema.

“Se avesse vinto Sanders le primarie” è una frase stupida, “se la Clinton avesse preso di più dalle idee di Sanders” è ugualmente sciocca, ormai è tardi. Se i democratici vorranno riprendersi, la direzione da percorrere è a sinistra; gli economisti devono dar loro una mano, abbandonando le posizioni ideologiche che occupano da decenni.

Luca Sandrini

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