Che cos’é la minoranza?

“Che cos’è la maggioranza?”, cantilenava Renato Schifani in una vecchia imitazione di Neri Marcorè.
Oggi, guardando ai quotidiani dissidi interni al Partito Democratico, la domanda potrebbe essere ribaltata – anche perché di Renzi e renziani d’ogni ordine e grado sono popolati resoconti giornalistici e palinsesti (ma mai quanto l’altro Matteo!).
Piuttosto, allora: “Che cos’è la minoranza?”.

Una settimana fa avrei cominciato raccontando di un paio di baffi, brizzolati, tornati improvvisamente sul proscenio della politica italiana.

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Back in town #1

Più che alla persona di Massimo D’Alema ci riferiamo all’intervista rilasciata al Corriere della Sera, nella quale si evocava la nascita di una nuova forza alla sinistra del PD, accusando la dirigenza odierna di aver distrutto le radici originarie del partito e denunciando la deriva, dagli esiti perdenti, verso il cosiddetto “Partito della Nazione”.

Questa settimana invece il punto di partenza non può che essere un altro. Il Partito Democratico indicherà ufficialmente ai propri sostenitori di astenersi dal voto in occasione del referendum sulle trivelle (al quale The Bottom Up dedicherà un approfondimento). La minoranza interna non ha tardato a far sentire la propria voce, giudicando tanto improprio che un partito che si richiama ad una tradizione democratica inviti a disertare le urne, quanto grave, appunto, che questa decisione sia stata comunicata in Commissione di Vigilanza Rai, senza che fosse discussa nelle sedi dovute.

Gli episodi appena citati sono emblematici della natura delle critiche rivolte dalla minoranza PD al Premier-Segretario: critiche che riguardano gli indirizzi politici, le alleanze necessarie a promuoverli e i meccanismi di discussione interni attraverso cui avallarli. Ma, con riferimento all’intervista di D’Alema, altrettanto emblematici della facilità (o faciloneria) con cui queste critiche possano talvolta essere liquidate: basta un utilizzo imprudente dell’aggettivo “arrogante” da parte di un politico di lungo corso mai particolarmente umile ed empatico…

Si sgombri subito il campo da ogni dubbio: la gran parte delle critiche che la minoranza interna muove hanno fondamento, sia che si parli delle riforme di un governo il cui asse è molto più vicino al centro che alla sinistra, sia che si parli delle condizioni del partito, ereditato fragile e mai realmente preso in mano dal nuovo Segretario.

Detto questo, torniamo al punto di partenza: “che cos’è la minoranza?” e soprattutto: come si fa la minoranza? Come si riporta il partito nel suo naturale alveo di centrosinistra? Come si costruisce un’alternativa reale a Matteo Renzi?
Sia chiaro: il sottoscritto non ne ha la più pallida idea, né è tenuto ad averne, ma ecco alcuni opinabilissimi suggerimenti.

1) Autocritica, realismo, errori tuoi ed errori miei

Fare autocritica è un mantra che ogni uomo di sinistra ha interiorizzato: l’analisi degli errori e delle colpe, spesso pure acuta e lungimirante, non è mai mancata. Eppure, in molti casi, non sono seguiti quei cambiamenti necessari a fare sì che in occasione delle elezioni successive non fosse richiesta ulteriore autocritica.

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Ricordate la “foto di Vasto”?

Come mai, verrebbe da chiedersi, alla vigilia delle politiche 2013 non si è previsto, o quantomeno arginato, la rimonta quasi compiuta di un Berlusconi politicamente ai minimi un anno e mezzo prima, o l’esplosione del fenomeno Grillo?
Tra le profondità autocritiche della tradizione e gli eccessi autocelebrativi di una certa narrazione renziana esiste una salubre via di mezzo: quella del realismo e dell’onestà intellettuale (e non me ne vogliano i tanti che virtuosamente già la praticano).
Ricordare di aver fatto già due governi con Verdini prima di lamentarsi (giustamente) del sostegno esterno attuale e ricordare quali risultati elettorali l’hanno reso necessario, può aiutare a riflettere su certe pericolose saldature con pezzi della destra senza essere tacciati di ipocrisia. Ricordare che in Europa dilagano le destre populiste, che nel Mediterraneo e nei Balcani si stanno consumando tragedie umanitarie epocali, può aiutare a dare il giusto peso alle sparate di qualche pasdaran renziano (il peggiore che mi viene in mente? Michele Anzaldi).

2) C’è vita fuori dal partito

Il prossimo congresso del PD sarà a 2017 inoltrato ma già si parla di candidature (Enrico Rossi? Michele Emiliano? Roberto Speranza?) e si invocano consultazioni anticipate.
L’insistenza sulla necessità di discutere della vita del partito all’interno degli organi deputati è ampiamente giustificata.

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Back in town #2

Come detto, le fragilità del PD sono evidenti, specie nei territori, dove negli ultimi mesi si sono susseguiti casi politici, da Marino a De Luca, da Bassolino a Cofferati.
Si aggiunga inoltre che le primarie si trasformano sempre più frequentemente in motivo di imbarazzo, piuttosto che strumento di partecipazione e formidabile arma comunicativa.
Insomma, messo per la prima volta alla prova, il doppio ruolo segretario-premier previsto dallo statuto è risultato eccessivamente oneroso; se poi si affida il partito al deludente duo Guerini e Serracchiani, non è detto che la situazione migliori.
Pare sia in arrivo nei circoli un documento sulla riorganizzazione interna del partito, mutuato dall’analisi dell’ex ministro Fabrizio Barca: se ne riparlerà, dunque. Ma non si parli solo di questo: troppo facile ribattere, per chi lo crede, che “gli italiani non sono interessati” alle vicende domestiche. Non si costruirà un’alternativa a Renzi rifugiandosi soltanto nelle vecchie prassi.

3) Ottenere, rivendicare, comunicare

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A proposito di retorica

All’interno del PD, spesso oscurati da polemiche tra leader o da slideshow del premier, ci sono deputati e senatori della sinistra del partito che, con il lavoro quotidiano nelle commissioni, sono riusciti a correggere provvedimenti del Governo, inserire garanzie, stimolare correzioni.
Difficile però che l’elettorato, persino quello più informato, possa citare uno solo di questi miglioramenti (più o meno sufficienti li si giudichino). Comunicare questi risultati significa valorizzarli e affermare un’immagine dialettica ma non necessariamente in costante contrapposizione rispetto alla maggioranza renziana.
Consigliabile, invece, evitare autogol comunicativi come quello di Bersani all’indomani della mediazione forzata con i centristi sulle Unioni Civili. Legittimo affermare che dovessero proseguire le trattative con i riluttanti grillini, ma dichiarare “Con i Cinque Stelle, Renzi doveva fare come me”, dopo l’esperienza tragica dello streaming con Crimi, Lombardi e soci, era quantomeno evitabile. Meglio piuttosto che fosse Roberto Speranza o chi per lui a depositare immediatamente una legge sulle adozioni, per colmare il vuoto lasciato dallo stralcio della stepchild adoption, e invece l’occasione è sfuggita e ad intestarsi la proposta è rimasta Maria Elena Boschi.

Detto questo, bisogna ammettere che trovare linguaggi e strumenti adatti a farsi strada tra la retorica dell’ottimismo del Premier e il becero populismo delle destre e di Grillo appare un rebus di difficile soluzione.

4) Spazio a sinistra

Forse non per simboli e leader, ma certamente per la politica. L’uscita dalla crisi, se passerà davvero dagli indicatori statistici alla realtà, non sarà senza conseguenze: nuove povertà, ripresa senza occupazione, problema casa, la tutela dell’ambiente. Per non parlare poi dei temi legati all’immigrazione, all’accoglienza, all’integrazione. Non ci si può indubbiamente permettere di lasciare montare il disagio o consegnarlo alla destra populista, come sta avvenendo ovunque in Europa.
E’ vero, si tratta di questioni assai complesse, ma sono le questioni che tanti sindaci in tutta Italia, specie nei centri medio-piccoli, sono già costretti ad affrontare con poche risorse e senza copertura mediatica. Se si cerca una strada politica, questa, per quanto impervia, è davanti a tutti, ma non si raggiunge con sole conferenze e direzioni.

5) Resistere alle tentazioni dell’urna

In alcuni territori, settori della sinistra interna al Partito Democratico, potrebbero decidere di affidare alle Amministrative e al successivo Referendum costituzionale le proprie ambizioni di rivalsa, nell’auspicio che cattivi risultati di Renzi possano in qualche modo rimescolare le carte per la leadership interna. Specie alla luce dell’assurdo tentativo del premier di trasformare il referendum in un plebiscito sul suo governo.
Occorre prestare attenzione a non cadere nella paranoia di qualche pasdaran vicino al cosiddetto “Giglio Magico” che prevede sabotaggi e intrighi. Al tempo stesso, è ormai palese che i ballottaggi nelle principali città potrebbero produrre una saldatura tra destra e Movimento 5 Stelle.

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Virginia Raggi. Verrà sostenuta da Meloni e Salvini ai ballottaggi?

Fino a che punto la necessità (ben più che legittima, doverosa) di provare a spostare la barra del partito a sinistra può giustificare il rischio di sconfitta nelle principali città del paese?
Stando alle dichiarazioni dei suoi leader, la minoranza PD non sembra avere alcuna intenzione bellicosa in vista delle prossime tornate elettorali: sarebbe peraltro un comportamento che “la nostra gente non capirebbe”, secondo un abusato refrain.
Si ricordino dunque le regionali liguri: nessun laboratorio politico realmente alternativo per ora è nato dalla scissione a sinistra. Nel frattempo tra  stucchevoli rimpalli di responsabilità, la Regione è stata consegnata a Lega e Forza Italia.

Andrea Zoboli

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