Storia di una riforma travagliata: la nuova legge sul lavoro in Francia

Gli ultimi giorni della politica francese sono stati dominati da un solo argomento, la riforma del codice del lavoro promossa dal ministro Myriam El Khomri. La riforma sarà presentata proprio oggi 24 marzo durante il Consiglio dei Ministri e, nelle intenzioni, dovrebbe essere il punto di svolta sul piano della politica interna per François Hollande, così da riprendere lo slancio per conquistare la candidatura alle elezioni presidenziali del 2017 (sempre più in bilico a quanto pare) e per presentarsi eventualmente allo scontro con Sarkozy, Le Pen e gli altri con dei risultati in mano. Inutile dire che, nella migliore tradizione francese, l’annuncio della riforma ha provocato pesanti manifestazioni di piazza a Parigi e nel resto del paese con gli studenti in prima linea. Il risultato è stato straordinario, poiché il primo ministro Valls in persona ha annunciato delle importanti modifiche al testo della riforma, qui brevemente presentate. La legge, molto organica e complessa, nel suo testo originale va a toccare quattro grandi tematiche.

Innanzitutto, la disciplina del licenziamento economico: a differenza dell’Italia, il reintegro non è più previsto da tempo e la riforma va piuttosto a intervenire sulla definizione di licenziamento economico, ampliandola e regolandola nei dettagli. Si parla quindi con precisione di “diminuzione del giro d’affari per quattro trimestri consecutivi”, “importante perdita di liquidità” e  di “riorganizzazioni strutturali necessarie per mantenere la competitività”. Questo articolo ha provocato le maggiori rimostranze, in quanto aprirebbe degli scenari per cui un’azienda potrebbe, con qualche trucco contabile, trovare delle giustificazioni per ridurre il personale. Per questo motivo il Governo francese è corso ai ripari, specificando che ogni manipolazione artificiale del fatturato non rappresenta una ragione di licenziamento economico. Resta però il fatto che con i nuovi dettagli sarà possibile licenziare più facilmente a causa di difficoltà contingenti.

Il secondo punto riguarda l’indennizzo che spetta al lavoratore in caso di licenziamento discriminatorio: attualmente è deciso da un giudice, con un minimo di sei mensilità, ma la riforma punta a limitare la discrezionalità di quest’ultimo in favore di una disciplina più certa che non scoraggi le imprese. Il problema è che nel testo originale era previsto un tetto massimo all’indennizzo, mentre al contempo veniva eliminato il limite minimo. Questo articolo è stato addirittura interamente soppresso, resta solo un limite indicativo che il giudice avrà la facoltà di applicare o meno.

La terza grande tematica riguarda un argomento sacro per i lavoratori francesi, ossia le 35 ore settimanali. Il testo originale prevedeva un allungamento della delega alle 35 ore settimanali per un periodo di 16 settimane e non più 12  (in cui un lavoratore, previa accordo con l’impresa, può lavorare fino a 60 ore alla settimana). Ciò sarebbe andato a incidere sul modo di calcolare le ore di straordinario, riducendole di fatto.  Anche questa parte della legge è stata cancellata.

Infine, la questione più gravosa, ossia un cambiamento generalizzato nel sistema di contrattazione sociale del paese. Nel complesso nei molti articoli della legge si nota come venga privilegiata la contrattazione secondaria, interna all’azienda, rispetto a quella nazionale di settore. L’esempio più eclatante riguarda la possibilità di mettere in opera degli accordi interni che limitino la retribuzione delle ore di straordinario al 10%, invece dell’attuale scala che va dal 25% al 50%. Il punto centrale è che gli accordi interni avrebbero la precedenza rispetto agli accordi di settore, in genere più favorevoli ai lavoratori. La paura dei sindacati è che, con l’aumentare dell’importanza della contrattazione secondaria, i datori di lavoro si trovino in una posizione di forza rispetto ai propri impiegati, costretti ad accettare condizioni più sfavorevoli. Tale situazione si ritrova nella disciplina di altri diritti, come ad esempio i congedi familiari.

Per ultimo, bisogna menzionare due importanti novità molto apprezzate a proposito della salvaguardia sociale del lavoratore: l’introduzione del “diritto alla disconnessione” (ossia la libertà di non rispondere alle mail di lavoro dopo un certo orario) e del “conto personale di attività”, un meccanismo che permette al lavoratore di portarsi dietro alcuni benefit, come ad esempio il monte ore di formazione, anche qualora dovesse cambiare posto di lavoro.

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Il Ministro del Lavoro Myriam El Khomri

Quella che va ad essere discussa è quindi una riforma frutto di compromessi, difficilmente giudicabile anche perché molto lunga e complessa, di cui ho riportato solo i punti principali. Vale la pena però fare un’ultima considerazione. Ai più non sarà sfuggito che nel suo impianto originale la legge ha a grandi linee la stessa ratio del Jobs Act italiano, puntando a limitare la discrezionalità dei giudici sui licenziamenti e a ottenere una maggiore flessibilità del mercato del lavoro, soprattutto in uscita. Il fatto che due contesti socio-politici molto differenti come quello italiano e quello francese abbiano partorito delle riforme simili è un chiaro segnale di quanto manchino le alternative al pensiero, ormai unico, di privilegiare la ricerca capitale rispetto alla forza lavoro. Non sempre infatti la protesta di piazza potrà ottenere dei risultati come in questo marzo francese, servono una nuova volontà intellettuale e un rinnovato coraggio politico. Il problema è che all’orizzonte non appare ancora nulla.

Roberto Mantero

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