Tubenomics: 26%

La vignetta di Mauro Biani per il Manifesto

Secondo l’ultimo rapporto “Noi Italia” dell’Istat il 26% dei giovani tra i 15 e i 29 anni sarebbe catalogabile come Neet (Not in Education, Employment or Training). In altre parole un under 30 su quattro nè lavora, nè studia. Questo dato preoccupante arriva poco prima del Jobs Act, preceduto, a sua volta, dal decreto Poletti sui contratti a termine e l’apprendistato (legge 78/2014). Evitando di entrare nella discussione che ha generato critiche (sacrosante – ops non dovevo esprimere giudizi) sulla gestione poco democratica dell’iter che ha portato al Jobs Act da parte del governo, qualcosa la si può dire sul nuovo assetto del mercato del lavoro. Intanto, finalmente la riforma è arrivata. Ce lo chiedevano le istituzioni europee (il termine Troika era mainstream già prima che Tsipras lo mettesse al bando) e soprattutto ce lo chiedeva quel 26% di Neet e quel 40% di giovani disoccupati. Bene, il regalo è arrivato ed è incartato anche bene (leggi contratto a tutele crescenti), ma una volta scartato si rimane abbastanza delusi. Innanzitutto c’era da eliminare il dualismo tra chi è già dentro il mondo del lavoro e chi ne è fuori, o è appena entrato. Ecco, prendiamo l’esempio dei licenziamenti collettivi, che si configurano quando l’azienda licenzia, per motivi economici, almeno 5 dipendenti in quattro mesi. Nel caso in cui il giudice decreti l’illegittimità del licenziamento, la riforma prevede il reintegro per i lavoratori assunti a tempo indeterminato con il vecchio contratto, mentre per coloro che rientrano nella nuova disciplina si dispone la sola indennità monetaria.

Certo, a lungo andare, quando tutti i contratti a tempo inderminato saranno disciplinati dal Jobs Act, questo dualismo finirà. Tuttavia, nel breve periodo un certo dualismo rimane, almeno per quanto riguarda il licenziamento collettivo. Se  l’applicazione della nuova disciplina fosse stata posticipata, il mercato del lavoro sarebbe stato meno ingiusto. L’altro punto discutibile è legato al contratto a tutele crescenti e alla diminuzione del precariato. Di per sè il contratto a tutele crescenti è cosa buona e giusta: mette fine allo scontro intergenerazionale tra insider e outsider del mercato del lavoro e, soprattutto, si tratta di un contratto uguale per tutti, che unito all’introduzione graduale di forme di protezione dell’impiego dovrebbe spingere le aziende ad essere meno riluttanti nei confronti di percorsi lavorativi duraturi. Però c’è sempre il decreto Poletti, salutato dall’esecutivo come panacea di tutti i mali, il quale non fa altro che rafforzare la precarietà. L’accoppiata Jobs Act-decreto Poletti potrebbe determinare il seguente scenario. Nel breve periodo si potrebbe assistere ad un aumento delle assunzioni, dovuto non tanto al Jobs Act, quanto al taglio delle tasse, previsto dalla legge di stabilità, per chi assume a tempo indeterminato, che renderebbe più conveniente il contratto a tutele crescenti, rispetto ad un’altra forma contrattuale.
Tuttavia, come fatto notare dall’economista Pietro Pellizzari, svanito l’effetto dello sconto fiscale, potrebbe tornare vantaggioso per l’azienda adottare il decreto Poletti. Il lavoratore vedrebbe così l’avvicendarsi di 5 rinnovi contrattuali a termine per tre anni (come previsto dal decreto Poletti), seguiti, a partire dal quarto anno, da un contratto a tempo indeterminato con tutele molto deboli nei primi due anni (come previsto dal Jobs Act). E gli anni di precariato diventano cinque. Oh poi c’è sempre il discorso che tolto l’articolo 18, l’unica cosa certa del Jobs Act è che licenziare diventa un gioco da ragazzi. Ma, a quanto pare, ora quello che più conta è emanare decreti. Al contenuto ci pensiamo dopo.

Roberto Tubaldi
@RobertoTubaldi

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