Salvini e la manifestazione fascio leghista:sono tornati i barbari a Roma

Non è il 24 agosto del 410 e nemmeno il 6 maggio del 1527 quando rispettivamente, i Visigoti di Alarico I e i Lanzichenecchi di Carlo V d’Asburgo, hanno saccheggiato Roma. È il 28 febbraio 2015, e di anni ne sono passati parecchi anche dall’ultima Marcia su Roma, quella del 28 ottobre 1922 che vide sfilare decine di migliaia di fascisti nella capitale. 
Oggi non c’è Benito Mussolini a guidare questa orda di vichinghi nelle strade romane, ma c’è Matteo Salvini, un anti-razzista, anti-fascista e anti-xenofobo. Il “Capitano”, così chiamato dai suoi seguaci, si definisce anti-tutto.
Avevano annunciato la presenza di almeno 100 mila persone alla manifestazione “Renzi e Marino a casa”, che sarebbe dovuta essere forte e struggente, invasiva ed invadente, ma che invece non è stata altro che ridicola e penosa. Non tanto per la sostanza di essa, sulla quale si può essere d’accordo o meno, ma sui numeri e sul seguito da essa avuta. I 100 mila manifestanti si sono magicamente trasformati in quasi 25 mila, un po’ come i 40 mila presenti in Piazza Duomo a Milano il 18 ottobre scorso e, per la prima volta nella storia, c’è stata una maggiore affluenza nella contro-manifestazione improvvisata negli ultimi giorni dagli anti-leghisti, guidata da centri sociali e altri movimenti, quali quello No-Tav, che ha contato fino a 35 mila presenti e che ha inveito anche contro l’attuale Governo presieduto da Matteo Renzi. Salvini ieri ha perso, non che avesse mai vinto d’altronde, visto che nelle ultime elezioni regionali in Emilia-Romagna è arrivato secondo nonostante gli altri non siano andati a votare. In Piazza del Popolo, tra le bandiere della Lega Nord, della Liga Veneta, della Lega Lombarda e del nuovo partito del centro-sud “Noi con Salvini”, sono apparse bandiere con croci celtiche, stendardi inneggianti Benito Mussolini e due aste che paragonavano il duce che fu con il capitano leghista. Ma anche qui, non si può certo parlare di sorpresa, dato che basta andare a farsi un giro sulla pagina Facebook del leader del Carroccio per vedere i commenti medi dei suoi followers, per capire di cosa si stia parlando. 

Inoltre è stata forte la presenza di esponenti di Casa Pound (5 o 6 mila), il movimento di estrema destra schieratosi definitivamente al fianco di Salvini, dopo aver sfilato anche al corteo leghista di Milano.

Ma passiamo ora ai contenuti della manifestazione anche se, purtroppo, non sono poi molti e per nulla innovativi. 
Dal palco allestito in Piazza del Popolo hanno parlato il governatore del Veneto Luca Zaia, la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, Simone Di Stefano di Casa Pound e ovviamente Matteo Salvini. 
Zaia ha sostanzialmente tenuto un comizio propagandistico in vista delle elezioni regionali che si terranno in primavera e dove si scontrerà con il candidato del Partito Democratico Alessandra Moretti, parlando prevalentemente ai veneti e non agli italiani. 
Giorgia Meloni, sempre con toni molto accesi, ha attaccato l’austerity, secondo lei, imposta da Bruxelles e soprattutto ha inveito contro il sindaco di Roma Ignazio Marino, definendolo “l’allegro chirurgo che sarà ricordato nei libri di storia dopo il sacco dei Lanzichenecchi e l’incendio di Nerone”. Giorgia Meloni prossima candidata a sindaco di Roma? 
Simone di Stefano, vice di Gianluca Iannone, ha dichiaratamente investito Matteo Salvini come loro leader, poiché incarna i valori patriottici da sempre vicini all’estrema destra.
E infine c’è lui, l’uomo che non dorme mai, l’uomo vicino agli artigiani, ai piccoli imprenditori e agli operai, l’uomo che gestisce personalmente i suoi account di facebook e twitter, l’uomo che legge i libri prima ancora che essi vengano pubblicati: Matteo Salvini. La folla urla il suo nome, applaude il suo inseparabile I-pad, va in delirio quando vede la t-shirt indossata sopra la camicia che ricorda e difende Graziano Stacchio, il benzinaio  vicentino che, nelle scorse settimane, ha sparato e ucciso un rom durante una rapina. Salvini prende la parola dal palco, e in quel momento la magia finisce. Non finisce per i 25 mila di Piazza del Popolo, ma finisce per tutto il resto d’Italia. 
Il ritornello è sempre quello: stop invasione, aiutiamoli a casa loro, flat tax al 15%, Alfano è il peggior Ministro degli Interni della storia d’Italia, Renzi è un burattino di Bruxelles. 
Ma a parte gli scherzi, è giusto notare il profondo senso letterario e intellettuale negli scambi di battuta tra Salvini e il suo popolo: vaffanculo è stata la parola più utilizzata dopo merda e vergogna. Come sempre poche argomentazioni, poche risposte, molte domande. Salvini si sofferma un attimo sulla proposta di referendum per abrogare la legge Fornero, pochi giorni fa respinta e bocciata dalla Consulta poiché trattasi di legge inerente il bilancio statale, materia non soggetta a referendum. Una abrogazione che avrebbe richiesto un costo di 22 miliardi di euro che però Salvini saprebbe come trovare andando a legalizzare e tassare la prostituzione. Si proprio così, si può essere supporter della famiglia tradizionale, fatta da una mamma e da un papà, ma al tempo stesso anche fan della prostituzione. Ma il centro del discorso è stato quello sull’immigrazione, vero problema italiano dove l’unica soluzione, secondo il segretario della Lega, è quella di sbarrare i confini nazionali, non accogliere più nessuno e accantonare il processo di integrazione.

Il leader del Carroccio ha iniziato così la corsa alle elezioni del 2018 dove molto probabilmente si candiderà come leader della destra, andando a scontrarsi con Matteo Renzi. Salvini si sente pronto, sente che le cose per lui stanno andando nel modo migliore possibile, si sente orgoglioso di aver portato la Lega Nord dal 4 al 14 % nel giro di un anno e mezzo, e pensa che questa crescita sia solo all’inizio. Ha abbandonato, almeno per il momento, i sogni di federalismo, di autonomia e di indipendenza, rimandandoli a periodi più consoni e migliori per tutti. Ritiene che il nemico non sia più Roma, ma Bruxelles e Berlino, e per combatterli si è alleato con Marine Le Pen, leader del Front National, e con Vladimir Putin, Presidente della Russia, dove domenica 1 marzo, a Mosca, decine di migliaia di persone hanno anche loro manifestato per ricordare Boris Nemtsov, noto oppositore del governo russo ucciso venerdì sera con alcuni colpi di arma da fuoco in circostanze non troppo chiare.
Davanti a tutto ciò, concludo citando un passaggio di “La felicità al potere – Josè Pepe Mujica”: “E’ ora di camminare uniti, pur nella diversità, accettando il fatto che l’integrazione non è soltanto un imperativo storico, ma anche una ragione di sopravvivenza nel mondo globalizzato in cui primeggiano i grandi spazi economici”. 
Ecco, tra Putin e Mujica, io sto sempre con il secondo. 
Giacomo Bianchi
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