rkss dj tools

Il miglior album del 2018, ascoltato a cazzo di cane

Questa testata giornalistica ha poche tradizioni, forse nessuna. L’unica candidata, però, in cinque anni e mezzo di pubblicazioni (in quanti ci seguono sin dall’inizio? dateci qualche soddisfazione, che ne abbiamo bisogno, scrivendoci) è proprio questa rubrica: gli album, anzi, i migliori album del 2018 ascoltati a cazzo di cane.

La tradizione nasce da una mancanza, quella del sottoscritto, verso la musica contemporanea. Attenzione, questo aggettivo è da intendersi in senso meramente cronachistico, non epocale: ho problemi a mettermi ad ascoltare la roba appena esce. Anche quella che probabilmente mi piace. Pertanto, tocca recuperare negli ultimi giorni dell’anno, appurando – spesso – di non aver non solo ascoltato quegli album giudicati i migliori dai veri esperti del settore, ma addirittura di non aver mai sentito nominare gli artisti, addirittura.

Di norma, mi sono affidato a Pitchfork e sono successe le cose più strane.

Quest’anno, il taglio che desidero dare alla cosa è il seguente: in primis, lasciar perdere quel nostro disgraziato collega Guglielmo de Monte con la sua musica pestona del 2018, intanto. Roba che uno avrebbe selezionato se avesse, boh, vissuto l’ultimo anno su una nave.

Ma, più concretamente, voglio andare a vedere gli album sperimentali.
Nell’era del populismo dilagante, nella tempolinea in cui Salvini ci lobotomizza mangiando dei divisivissimi tortellini col ragù (non linko, per non dargli click di cui non ha bisogno), nelle nicchie in cui Myss Keta passa per anti-sistema perché gli altr* o sono zombie o se ne fregano del tutto, nell’antropocene in cui la profezia dei Devo sulla de-evoluzione umana è diventata realtà e non più art-rock, ormai i pilastri della nostra società si sono scoperti di sabbia e gli specchi restituiscono la nostra immagine capovolta. Un mondo in cui, come io ho stesso ho riportato su queste pagine, il giornalismo musicale andrà verso l’estinzione a causa degli algoritmi, che bisogno potrà mai avere di classifiche?
In questo momento storico allora non resta che rivolgersi a coloro che dell’ordine costituito se ne sono sempre fregati e quindi dal loro ribaltamento non sono stati toccati: gli sperimentalisti.

rkss dj tools cover
Preparatevi, intanto. Fonte: bandcamp.

I veri custodi della Musica, coloro che si fanno tatuare Maman je suis un artiste sul collo pur sapendo che è una weird flex di Charles Aznavour del 1972, quelli che vivono in campagna, sul picco innevato, nel deserto della Sardegna, coloro che (eventualmente) apprezzano il pop commerciale non per post-ironia ma perché capiscono l’essenzialità di ciò che funziona perché loro ci arrivano dal giro lungo, coloro che hanno cominciato suonando un phon. Io mi rivolgerò a loro.
Ma dato che, come caratteristica fondante della mia vita confermata da ogni passo che compio nel mondo, non capisco mai un cazzo, lo farò andando ad ascoltare ciò che Pitchfork pensa essere sperimentale, che è una sottocategoria della sottocategoria. Un po’ come le cose in sconto al discount.


Ok, che idea del cazzo.

Ho ascoltato la playlist e ho capito che la loro idea di ‘sperimentale’ è così variegata da essere inconsistente: accozzaglie di suoni variamente fastidiosi, weird electro-folk dove nessuna di queste tre parole è da intendersi nel rispettivo senso buono, scarti anni ’80, ambientismi digitali, roba che è “sperimentale” solo perché dura 7 minuti (e capirai), una cosa che sembrano i Daft Punk cantati da Carl Brave sbronzo dentro un cesso (che, ok, dai, può rientrare a buon diritto nello sperimentale), trapstep che non ho capito perché è finita in questa classifica e non in una qualsiasi altra del giornale. Morte e tristezza, insomma.

Ma poi, in tutto questo, un unico brano ha attirato la mia attenzione, a causa del titolo pantagruelianamente troppo lungo per il player di Spotify. Si tratta di una pazzia totale, un disco realmente fuori di testa. È un’opera meta- e ha quel sapore art brut che fa andare in sollucchero il me diciannovenne.

Si intitola DJ Tools, strumenti per dj, ed è fatto con un sample pack di batterie EDM – il temibile sottogenere che ha rovinato gli anni ’10 in termini di tormentoni dimenticabili e neanche veramente ballabili. Un “sample pack” è una libreria di suoni – di solito in scorte di centinaia o migliaia l’uno – che vengono normalmente venduti o distribuiti agli addetti ai lavori che fanno musica col computer (che non significa necessariamente “elettronica”) e a cui musicisti, producer, sound designer attingono quando hanno bisogno o di un singolo suono (ad es., di un rullante o di un piatto) o, appunto, devono comporre un intero brano con suoni digitali o digitalizzati.

La cosa bella che Robin Buckley, in arte rkss, ha fatto, dimostrandosi degna allieva di Duchamp e di Brian Eno, è stata prendere un sample pack di soli kick, cioè colpi di cassa. La cassa, quella che i batteristi pestano col pedale, quella grossa grossa col logo della band stampato sopra, quella che nel tum-cha è il tum.
Uno che non sapesse nulla di editing digitale in musica e che ascoltasse “DJ Tools” non lo capirebbe mai: il colpo di maestria tecnica dell’artista è consistito nel riuscire a far suonare delle casse come qualsiasi altra cosa: pad, cucchiaini di metallo, onde del mare, synth strani d’ogni genere e fattura, il fruscio del vento.

L’altro tocco – extramusicale – di suprema follia e disprezzo per l’opinione altrui che mi ha conquistato definitivamente è stata la titolazione: lungo le 9 tracce che compongono il brano è stato suddiviso il copy di presentazione commerciale di questo sample pack di Incognet, un trentunenne che di mestiere fa questo (potete acquistare la sua roba su Beatport).

A livello estetico, quest’opera è piena di motivazioni e significati esaltanti. Primo, l’idea di darsi dei limiti e pure grossi per arrivare a un risultato per nulla scontato e, anzi, parecchio deviato rispetto alla funzione prevista di quel mezzo. L’autoimposizione “farò un album di elettronica a partire da una collezione di 583Mb di SUONI DI CASSA” è qualcosa che farebbe dire a chiunque conosca le procedure possibili e necessarie per arrivare a quel risultato un sonoro, sbigottito “ma perché?”, con più compatimento che sorpresa. È come dire, che so, mi registro un giga di armonici di chitarra acustica e a partire da quelli risuono Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band; o come dire “scrivo un romanzo in francese senza usare la lettera e“.

Ad ogni modo, senza sovrastimare l’opera pur estremamente mirabile di rkss, è l’idea malata di principio quella che fa la differenza. Non a caso, questa scelta radicale circa il medium ha un significato che parte da prima e arriva dopo il versante musicale in quanto tale: “mi sono ritrovato nel mezzo delle limitazioni estetiche e sociali che ritrovavo nella scena dance di oggi” dichiara Buckley, DJ Tools è stato dove ho cominciato a esplicitare il mio personale rapporto con la club culture in quanto persona trans e prevalentemente sobria. Mi sono chiesto: con quale tipo di club music voglio avere a che fare in questo tipo di spazio sociale? La risposta è stata: fluida, dinamica e reattiva nei confronti del pubblico. Volevo mettere in risalto l’aspetto sociale della cosa. La mia volontà è quella di condividere e creare connessioni tra persone attraverso la mia differenza, piuttosto che cancellarla.

Ora, non mi pare che questo striminzito manifesto sia chiarissimo o precissismo, ma questo nulla, nulla toglie all’idea folle e fortissima di rkss, finalmente politicamente dirompente in questo buio 2018 che si sta chiudendo: partire da una differenza, da una distanza e non far finta di niente, bensì caricarsela sulle spalle, financo in maniera sisifea, e creare qualcosa di nuovo.

L’ultima traccia rappresenta il coup de théâtre necessario per la conclusione ideologica dell’opera:

Ai veri sperimentatori, umili e geniali – dunque rivoluzionari – come Robin Buckley, io dedico il 2019 che avanza, verso la queerness dello spirito che ci salverà tuttu.

Filippo Batisti

Copertina: factmag

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