I migliori album del 2014, ascoltati a cazzo di cane

Sapete, io sono una persona che odia tutto ciò che è sulla bocca di tutti. 
Saliva? Herpes? Tracce di kebab? Niente di tutto questo, intendo dire che, per lo sgomento generale delle persone con cui ho a che fare, nonostante mi piaccia la musica e, pensa te, in teoria avevo iniziato questa column come recensore di dischi, in verità non mi piace tenermi aggiornato sulle uscite. Sì, vedo le bacheche di tutti voi con i gesù personali del momento che emergono da un nulla verso il quale sarebbe bene ricordarsi che tutti prima o poi dovremo tornare. Però – e qui supero a balzoni la sottile linea fra idiosincrasia e socialsociopatologia – anche quando si tratta di un artista che mi piace, e magari tanto, ho sempre qualche problema a fiondarmi sul nuovo album. Sarà perché sono sempre stato piuttosto riservato sui miei gusti personali, un po’ perché è un tratto del mio carattere e un po’ perché è difficile spiegare perché a 15 anni ti ascolti questo invece di questo. Cioè, si potrebbe tranquillamente spiegare così, ma in realtà non ho di questi pregiudizi pseudointellettualistici.

 

In questo si inserisce anche il fatto delle classifiche, fatto che sono impossibilitato a giudicare perché, credetemi, se ascolto più di 4 dischi usciti in uno stesso anno significa che Mogwai hanno dato alle stampe qualcosa (succede tipo ogni anno a partire dal 2008), i R.E.M. si sono riformati, i Low devono pagare la retta della scuola ai due figlioli, Jason Pierce è stato mollato dalla tipa un’altra volta e Nick Cave si è svegliato dopo aver sognato di aver intubato Miley Cyrus sulla spiaggia di Wangaratta mentre Blind Jefferson suonava un blues e ha pensato bene di doverlo comunicare al mondo  – tutto nel giro di soli dodici mesi! 
Dato che malauguratamente non è successo, comunque sia, ho deciso che per riportare equilibrio nella Forza avrei dovuto ascoltare i migliori album del 2014 e trarne alcune conseguenze. La mia base polemica sarà, un po’ a caso, ma simbolicamente, Pitchfork. Ovviamente, visto che qui le bollette non si pagano da sole, le lauree non si prendono da sole, gli zebedei non si grattano da soli, ho deciso che giudicherò insindacabilmente solo in base alle mie casuali conoscenze pregresse e alla prima traccia che, altrettanto per caso, mi capiterà di trovare su youtube.

Ariel Pink, fonte: loudandquiet.com

10) Caribou – Our Love : Can’t Do Without You 
Qui un minimo ero informato, in negativo ovviamente, perché ho visto un set live per una radio su internet e mi era parso di una tristezza e di un vacuo pazzeschi. Con questo pezzo partiamo male, odo una vocina del piffero col pitch shift che, come ebbi già modo di dire su questi schermi, per me equivale alla proverbiale campanella dei lebbrosi o a un grande cartello con scritto “Kiss me, I got ebola”. Il pezzo è da club, con tanto di crescendo e fill che sono il giusto incontro tra Fatboy diol’abbiaingloria Slim e Avicii. La frasetta del titolo accompagna quasi tutto il pezzo come un mantra e finisce in una doccia di clipping che fa più Ibiza che Primavera Sound. 

9) Ariel Pink – Pom Pom : Picture Me Gone
Non sapevo veramente chi o cosa aspettarmi. Il video mi offre un tizio che era indeciso se ispirarsi nella sua public image a Morrissey, Grimes o Robert Smith dei Cure e, nel dubbio, li ha mischiati tutti e tre. Il pezzo, invece, mi prende assai, perché è una nenia psichedelica, a metà fra gli Animal Collective e “Queen of Denmark” di John Grant ma sotto sedativi. Questo potrebbe essere il mio album dell’anno! 

8) Todd Terje – It’s Album Time : Delorean Dynamite
Lo ammetto, mi aspettavo un folkone nordico pallosissimo alla Tjere Nordgarden (sì, il mio cervello fa associazioni veramente originali). E invece sento una roba che vuole che si balli un sacco e veramente senza fermarsi, senza voci (dio ti ringrazio per questo [anche per le tigelle col pesto, ma prendiamo una cosa per volta]) e che mi ricorda a grandi linee la colonna sonora di Jazz Jackrabbit I, più fruttata e con più minori. Si badi, questo è uno dei complimenti più grandi che possa fare a un disco electro-dance. Probabilmente avrò voglia di sentirlo per intero.

7) Sun Kil Moon – Benji : Ben’s My Friend
Questo è l’unico che ho ascoltato per intero, perché ho dei bei (in realtà dolorosissimi, come logica vuole, se sapete di che parlo) ricordi dei Red House Painters e quindi il buon Mark Kozalecchio di Reno Kozelek mi ha sempre fatto simpatia, specie per un motivo che ricorderemo qualche posizione più avanti in classifica. Scelgo l’ultima traccia perché, anche se i miei amici trentenni mi hanno detto “buu! Beck lo faceva quarant’anni fa!”, mi è sembrata veramente particolare. Una specie di rap, sopra la chitarrina, con tanto di sovraincisioni di voce nell’ultima strofa, con un tipico testo kozelekkiano che parla di vita quotidiana e tristezze varie. In questo caso è un meta-testo che segue un flusso di coscienza di songwriting (mi avvalgo del mio lifetime-bonus per usare un’espressione abusata come flusso di coscienza) sostenuto da una batteria imperterrita, in cui il cantato ogni tanto pensa ad alta voce formando una specie di ritornello. Poi si fa più raziocinante, rispetto a un episodio di vita con Ben Gibbard dei Postal Service / Death Cab for Cutie. Artista e bomber vero.

6) Swans – To Be Kind : Oxygen
Unico pezzo che compare nella prima pagina di youtube, oltre a tremila recensione di youtubers qualsiasi. Gran bel lavoro, ufficio promozione degli Swans! Di loro non so nulla. Schiaccio play e sento musica primitiva vagamente Kraut, in ritardo di trent’anni, che diventa improvvisamente No Wave, un qualcosa che farebbe venire voglia di suggerire ai cigni di darsi alla crisi di mezza età riflessiva e piena di risentimento come Kozelek, invece che a far del bordello fastidioso come questo. Skippo e vado oltre, come dice Caparezza

5) Grouper – Ruins : qualsiasi pezzo
Voce femminile angelico-spettrale, piano solo e gracidio di rane. Amo il minimalismo e la tristezza, ma secondo me c’è pochino di interessante, qui. È qualcosa che si vuole proporre come tristone al primo colpo, ma senza molta dinamica all’interno dell’onda. Il problema di questo album è che ascoltato tutto di fila non riesco a figurarmelo in nessuna occasione della mia vita (e non è che di lavoro io faccia il Teletubbie, quindi non mancherebbero occasioni noiose). Monocorde.
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4) Aphex Twin – Syro :Produx 29 
Ora, io credo che Aphex Twin abbia letteralmente inventato un tot della musica che oggi mi piace, ma, ciononostante, se ricordate la mia fobia da classici, non ho niente di suo. In giro ho sentito dire che è stato un delusone, questo Syro, e io, proprio perché ci tengo, ammetto di non avere gli strumenti culturali per giudicarlo bene. Ascoltando Produk 29 ho la netta impressione che è il pezzo di qualcuno a cui non gliene frega un cazzo di dimostrare qualcosa, ma si diverte a fare quel che fa, magari anche per dimostrare che bisogna continuare ad avere rispetto per lui. Ho ascoltato anche Giselle e, santo graal, questo è il modo di campionare e smanettare le voci: basta pitch shift, per l’amore del cielo! Bisogna resuscitare un mostro degli anni ’90 come lui per fartelo capire, James Blake, Jon Hopkins, Chiunque Faccia Elettronica da Due Anni a Questa Parte? In ogni caso, mi sembra un approccio al suono spiazzante, in ogni caso ritmato e per questo interessante

UPDATE, 25/12: Come un messaggio pieno di insulti mi ha fatto notare, quelle che ho linkato sono dei fakes, dato che Aphex nostro non ha pensato di lasciare che le genti mettessero i suoi pezzi su Youtube (si vede che è rimasto ai ’90) in compenso un sacco di gente ha caricato un sacco di merda falsa. Bene, ho ascoltato quello vero e, sostanzialmente, il mio giudizio non cambia: si diverte a fare quel che fa & non usa il pitch shift. 

3) The War on Drugs – Lost in the Dream : Under the Pressure & An Ocean in Between the Waves  
Bene, qui abbiamo Bruce Springsteen meets Arcade Fire meets Dire Straits meets Bob Dylan. Tutto molto anni ’80, visto che usa una specie di chorus-flangerato che nel 2014 francamente non si può sentire. Fino al ’93 era tipo legalizzato, ma comunque, tornando a parlare in generale, mi sembra un disco d’epoca. Se avete nostalgie di robe di cui è difficile avere nostalgia, accomodatevi, è fatto piuttosto bene. Ecco, forse ha fatto bene Mark Kozelek a cacciargli un merdone assurdo e che sembrava veramente la mania di un suonatore di chitarrina di mezz’età, dedicando loro una “War on Drugs Suck My Cock“, di cui abbiamo un riassunto qui e qui.

2) FKA Twigs – LP1 : Pendulum & Two Weeks
Sapevo poco di questa ragazza, a parte che è apprezzatissima dalla critica e che è una femminista vera. Ascolto e penso, in ordine cronologico, Grimes, Cocteau Twins. Ovviamente, risciacquato in elettronica. Abbiamo basi con rumoretti non convenzionali (più black e meno sognanti rispetto a Grimes), ma su cui si posa un impianto vocale per niente eclettico, mi pare, al netto dell’esecuzione e dell’estensione assolutamente impressionanti. Il singolo Two Weeks ha delle belle punte emozionali, che mi pare manchino altrove. Non mi fa voglia di approfondire.

1) Killer Mike & El-PRun The Jewels 2
Boh regaz, che vi devo dire, sono due rappusi neri e incazzatissimi. Avranno i loro motivi.

Run the Jewels, fonte: rapburger.com

Bene, se devo fare un bilancio, in fin della fiera non credo di essermi perso gran che ad aver ascoltato tutto questo ben d’Iddio in una botta sola alla fine dell’anno. Ora scusate, ma devo correre ad ascoltarmi per la settecentesima volta Radio Free Europe, altrimenti mi sento male.

Filippo Batisti

@disorderlinesss 

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10 pensieri su “I migliori album del 2014, ascoltati a cazzo di cane

  1. Egregio signor Batisti, il “chorus-flanger” lo sente perché ha la testa ben infilata nel suo culo radical chic. Se provvede a breve, potrebbe anche capire che il pezzo di Aphex Twin che ha postato è un fake.

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  2. Gentilissimo Anonimo,

    ho provveduto e aggiunto un update, che La invito a leggere.
    Sul chorus e sul flanger dei War on Drugs non capisco che problema ci sia. Nel corso dell'album (vedi “Suffering”) li usano entrambi e fanno pezzi alla Springsteen. Non credo che una sonda anale possa risolvere il problema.
    Infine, non ho sinceramente capito cosa ci sia di “radical chic” in tutto ciò. Forse la pungente satira del popolano Mino De Santis sarà più affine ai Suoi gusti: https://www.youtube.com/watch?v=bLqZL6QPm4A

    Buon S. Stefano,
    FB

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  3. Gentile signore, ritengo che l'anonimo, attribuendole il fatto di avere la “testa nel culo”, si riferisse all'apertura mentale alla Amedeo Minghi che dimostra nel commentare tali album.

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  4. Sig. Cocciante,
    essendo colleghi immagino che vi conosciate, ma non sicuro di sapere che tipo di apertura mentale abbia Amedeo Minghi, non ci ho mai parlato.
    Per il resto, visto che rendo omaggio al tempo che lei e anonimo, qualora non coincidiate, avete da perdere, ne perdo anche io per ribadire che l'apertura non mi manca, se mi degno persino di pubblicarvi e rispondervi. Quanto alla musica, WoD fa musica alla Springsteen. Non c'è niente di male, ma bisogna farsene una ragione.

    Cordialità,
    FB

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  5. Ciao! Vi leggo spesso e spesso mi trovate in accordo su molti argomenti. Questa volta però devo dissentire. A prescindere dal fatto che sul proprio blog uno scrive quello che gli pare e come gli pare, non capisco con che tipo di spirito è stata scritto questo articolo.
    Lo trovo un po' contraddittorio: la premessa secondo cui si “odia tutto ciò che è sulla bocca di tutti” viene polverizzata da una serie di sentenze casuali buttate lì con, mi ripeto, un senso ed uno spirito che non riesco a spiegarmi…
    E un po' mi dispiace.
    Parlare di musica secondo me non è “ascoltare i dischi del 2014 (secondo picthfork) alla cazzo di cane”. Deve essere frutto di una ricerca e di un approfondimento. Non voglio sembrare aggressivo ma mi sembra che ci sia una volontà di far trasparire una distaccata superiorità che boh, mi lascia un po' basito…

    Senza generalizzare troppo il messaggio che leggo io è: “proviamo ad ascoltare musica che ascoltano tutti con la consapevolezza che farà schifo, costringendomi a tornare su dischi che reputo capolavori della musica”.

    Peccato! Quest'anno sono uscite un sacco di piccole bombe che precludersi così sarebbe un errore!!

    In realtà sono solo incazzato perché avete messo osato mettere le parole “Swans” e “Caparezza” nello stesso paragrafo.

    Un saluto!

    Fabio.

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  6. Ciao Fabio, finalmente un commento sensato! Per questo, ti rispondo con grande piacere. Dunque, se ci – o meglio “mi” – segui da tempo, dovresti aver notato che questo è il mio approccio per quasi qualsiasi pezzo di musica io scriva: dato che penso che nel mare magnum della musicografia in italiano non si sentisse il bisogno di un altro tizio qualunque (io) che commentasse quello che gli era piaciuto delle ultime uscite, ecc. ecc., facendo poco più che cronaca, ho scelto – visto che si tratta di un blog – di metterci dentro me stesso, senza far finta di essere un arbitro imparziale (e chi lo può mai essere?) e avere come primo obiettivo il dovere di cronaca. Quindi, nei pezzi infilo tutte le mie idiosincrasie, amplifico i miei gusti, cerco (senza mai forzarmi, però) il pensiero diverso, rispetto a un ondarock o a uno dei mille blogghini di recensioni. Se vuoi una recensione come dio comanda, non dovresti venire qui. Se vuoi sapere come certa musica si inserisce nel mio vissuto a 360 gradi, su TBU scrivo di questo. Ovviamente, quando ne parlo cerco argomenti che potenzialmente possano avere interesse il più universale possibile.

    Tornando al pezzo in sé, lungi da me qualsiasi superiorità: anzi, semmai ho cercato di mettere in ridere un mio blocco psicologico nel ricercare a tutti i costi la novità del momento e ad apprezzare quello che va in voga in quel mese. Infatti non vorrei mai vantarmi di non riuscire a fare a meno di ascoltare Murmur una volta al mese, perché NON è cosa di cui vantarsi. È ovvia l'autoironia in questo. Voleva anche essere un ribaltamento ironico (ecco, spiegare le battute è la cosa più triste del mondo, ma ce vo'), dato che la classificona di fine anno dovrebbe essere la scrematura del meglio del meglio di centinaia di album, io invece ne prendo una a caso, ascolto quello che trovo e dico che effetto mi fa, a primo ascolto. E ti assicuro che non ero partito con pregiudizi: War on Drugs fa robe fatte molto bene, ma sinceramente mi sembrano Springsteen e però penso che tutti gli indie che lo ascoltano non siano felici di sentirselo dire. Per me lo è e lo dico. Ariel Pink non l'avevo mai sentito prima e ho il suo singolo stampato in testa da due settimane. Con la non-recensione di Run the jewels volevo un po' stigmatizzare il vizio italiano di ascoltare musica anglofona, persino rap, quindi con un gergo particolare, senza preoccuparsi di cogliere il testo. Kozelek mi ha fatto impazzire con quel disco. Caribou l'ho preso a esempio di come certa musica indietronica degli ultimi due-tre anni mi dia sui nervi perché non è né carne né pesce ma certi che la ascoltano si atteggiano come se ascoltassero Stockhausen mentre in realtà sanno di ascoltarla come se ascoltassero i Justice (ok questa allegoria è un po' farraginosa, ma tant'è).

    Grazie Fabio per avermi dato l'occasione di spiegarmi, spero che tu abbia capito. Ti ringrazio se ci segui e ti invito a farlo ancora! 🙂
    FB

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  7. Ciao! Grazie per la risposta!
    Scrivere commenti alle 2 di notte non è mai sinonimo di grande lucidità.
    Il messaggio che l'articolo vuole trasmettere è chiaro, non avrei dovuto scrivere un commento così banale.
    Forse l'unica cosa che volevo esprimere era un consiglio, indipendentemente da sarcasmo e autoironie, a cercare cose nuove, sempre!

    E occhio che i Mogwai l'album nuovo l'hanno fatto! 😀

    Dai, a presto.

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  8. Caro Fabio, non ti devi scusare! Anzi ti ringrazio per avermi dato l'occasione di esprimermi compiutamente – cosa che i due precedenti commenti non hanno fatto. Il tuo consiglio lo accolgo volentieri, ma (per la disperazione del Direttore) ho qualcosa di marcio nella testa che mi fa fare una gran fatica a farlo 😀

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