Nel giardino dei Titani: 5 dischi del 2018

Scrivo su The Bottom Up dal 2013, e non ci ho mai pubblicato un listone di fine anno. Non scrivo su The Bottom Up da più di un anno (da settembre 2017), ed è un paio di mesi che medito su quale potrebbe essere il modo migliore per ritornare.
Da quando scrivo su The Bottom Up, sono passati cinque anni, e neanche un Listone di Fine Anno con i Migliori Dischi dell’Anno Passato.
Era ora di rimediare.

(vi prego di notare che questi non sono, in effetti, i cinque dischi che ritengo i migliori dell’anno: sono i cinque dischi che, tra quelli usciti quest’anno, ho preferito. Come vedete, da bravo progster, non c’è nulla di quelle cose moderne che ascoltano i giovani. Non ci sono anche alcuni dischi che ho apprezzato ma non abbastanza da dirvi “guarda, questo lo devi proprio sentire che è mondiale”, nello specifico il debutto eponimo dei The Sea Within, Manifesto of an Alchemist di Roine Stolt, il nuovo live di Steven Wilson e l’ultimo dei Pineapple Thief, Dissolution.)

Fatte le dovute premesse, vado a cominciare!

5. Bloodbath – The Arrow of Satan is Drawn

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Nell’ultimo paio d’anni mi sono avvicinato molto al metal più estremo: ho ascoltato quei gruppi che, quando ero un adolescente sfigato, I miei amici metallari più fighi già ascoltavano. I Bloodbath sono un meraviglioso connubio di tre tra i miei gruppi metal preferiti: gli Opeth (dei quali hanno in forza il batterista Martin Axenrot), i Paradise Lost (con i quali condividono il carismatico cantante Nick Holmes) e i Katatonia (Jonas Renkse e Anders Nyström, che ne sono il cuore pulsante come lo sono dei Bloodbath). Inizialmente, nei Bloodbath militava anche il degli Opeth cantante e sommo profeta Mikael Åkerfeldt, che però ora ha perso interesse nel metal estremo – e questo, non l’avrei mai detto, è il principale punto di forza della nuova formazione: il gorgoglio gutturale di ‘Old Nick’ non solo non fa rimpiangere Mikael, ma sembra uscire da Belzebù in persona.
Insomma, questa band fa un death metal nello stile della vecchia scuola svedese (sono tutti svedesi tranne il britannico Holmes), che all’inizio era più una specie di presa in giro affettuosa dello stesso, ma negli ultimi due album pare essersi fatto molto più serio. Dopo un album di rodaggio con Holmes, sul nuovo The Arrow of Satan is Drawn la band offre divertimento a più non posso, che ai non addetti ai lavori potrà sembrare insopportabile cacofonia, ma dai, leggetevi i titoli: come si fa a non voler sentire un pezzo che si intitola “Bloodicide” o “March of the Crucifiers”?

Tre piacevoli e spensierati quarti d’ora di violenza!

 

4. Doro Gjat – Orizzonti Verticali

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La mia sorpresa (fino a un certo punto, ma insomma, capitemi) del 2018 è il secondo album di Luca Dorotea, in arte Doro Gjat, ovvero un terzo dei Carnicats, assieme a Dek IllCeesa e DJ Deo, trio di hiphoppers carnici. Già il primo disco, a dir la verità, era una prova notevole, ma un po’ questo è uscito nel 2018 e quindi ha senso inserirlo in questo listone, un po’ c’è stato un salto di qualità. Molti dei pezzi sono suonati da una ‘vera’ band, che da ai brani un suono più fluido rispetto a quello che avrebbe avuto una produzione hip hop più tradizionale, e gli ospiti (presenti su quasi tutti i brani) raramente fanno la differenza – i pezzi sono terribilmente buoni già di loro – ma impreziosiscono sempre ognuna delle gemme della tracklist, dall’opener “Rune” con Lino Straulino, leggendario artista friulano, con una specie di rielaborazione del classicone “Tu Tramontis”, tradizionale noto ai più nella versione degli FLK (scusate tutto questo name-dropping casuale di artisti rock friulani, ma questo listone sta già venendo abbastanza lungo, cercateli su Google), alla successiva “Blu” con il coro FVG Gospel Choir, a “Caos Ordinato” con il fradi Dek IllCeesa. Il mio pezzo preferito del disco, comunque, con una Francesca Rossi (dai District – a proposito, ma che fine hanno fatto i District?) assolutamente straordinaria, è il tour de force di “Aprile”: se non vi viene da ballare siete dei sassi.
L’hip hop par furlan par ducj!

 

3. A Perfect Circle – Eat the Elephant

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“Come fai a mangiare un elefante?”
“Un pezzetto alla volta!”
Arriviamo sul podio con l’ultimo lavoro di uno dei tre progetti dello sfuggente Maynard James Keenan, un uomo che nella sua lista delle priorità ha la vendemmia più in alto del nuovo disco dei Tool (anche se pare che il 2019 sarà l’anno buono – e non per il Cabernet dell’Arizona). Gli A Perfect Circle sono essenzialmente lui e Billy Howerdel, polistrumentista e principale compositore; sull’album li aiutano il bassista titolare Matt McJunkins (ma solo su due brani) e tre batteristi (il titolare Jeff Friedl, Matt Chamberlain e Isaac Carpenter). Dal vivo si aggiunge, quando non è impegnato con gli Smashing Pumpkins, il chitarrista ritmico James Iha.
Su questo quarto album, il primo da eMotive del 2004, è affascinante notare l’influenza dei Puscifer, l’altro progetto di Maynard, con la sua atmosfera trip hop che più che ai Tool rimanda ai Gorillaz. Ci sono pochi pezzi hard rock, che invece abbondavano sui primi due lavori, Mer De Noms e Thirteenth Step, e molti brani lenti, ipnotici. Il tema del disco è inevitabilmente la contemporaneità, ma anche e soprattutto nella forma di un invito alla riflessione e alla calma, più che alla rivoluzione violenta, molto in stile Maynard. Oltre a pezzoni come “The Doomed” (uno dei pochi rimandi ai Tool del disco) e “TalkTalk” l’album contiene anche quella che, non me ne abbiano quelli al secondo posto in questa classifica, eleggo a ‘canzone del 2018’: “So Long, and Thanks for All the Fish”, omaggio agli artisti scomparsi negli ultimi anni (si citano Prince, Carrie Fisher, David Bowie e Gene Wilder) con titolo ispirato alla Guida Galattica di Douglas Adams, e tagliente specchio della società consumista.
C’è anche un video estremamente inquietante.

 

2. Ghost – Prequelle

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Inevitabilmente, il nuovo album dei Ghost è vicinissimo alla vetta. Da un certo punto di vista è niente più che more of the same, eppure c’è molto di più: i Ghost del 2018 sono radicalmente cambiati rispetto a quelli di un anno fa. C’è stata la rivelazione finale dell’identità dei vari Papa Emeritus nonché del Ghoul Writer autore di tutte le loro canzoni, quel Tobias Forge che era nei pettegolezzi già da molto tempo, al quale diversi ex ghoul (i musicisti mascherati parte dei Ghost) hanno fatto causa perché, a quanto pare, non li pagava abbastanza. Ok, probabilmente è un po’ più complicato di così, ma insomma, mi avete capito. C’è stata la sostituzione di Papa Emeritus III con Cardinal Copia, un personaggio più giovane e dinamico a detta di Forge, ed è arrivato Prequelle, un disco più pop, più metal, più bombastico, più ambizioso, in breve più Ghost.
Già dal primo singolo “Rats”, con quell’”auaa” che vi sfido a farvi uscire dalla testa, si capiva che Forge continua a fare sul serio, ma la conferma arriva con l’immenso strumentale “Miasma” con un assolo di sax devastante, che prosegue con il contendente di “So Long…” da poco citato per ‘canzone del 2018’: “Dance Macabre”, con un ritornello assolutamente perfetto che fa “Just wanna be, wanna bewitch you [voglio stregarti]…” giocando con “be with you”.
Nell’edizione deluxe ci sono due cover, ed è davvero stupenda la versione ‘fantasma’ di “Avalanche” del fu Leonard Cohen.
Horror!

e ora, il vincitore…

1. Opeth – Garden of the Titans

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Il mio disco preferito del 2018 è il nuovo live degli Opeth, quintetto svedese tra il prog e il metal (avevo recensito il loro penultimo album qui).
Garden of the Titans è monumentale quanto il titolo fa intendere. La sua unica pecca, e lo dico all’inizio così me la tolgo, è che è decisamente troppo corto (dura appena un’ora e mezza – accettabile per un album dal vivo normale, ma per un video è decisamente inferiore agli standard a cui ci siamo abituati – male).
La band, la miglior formazione degli Opeth di sempre (ok – posso concedere ai fan della prima ora che Peter Lindgren aveva più personalità di Frederik Åkesson come chitarrista co-solista, ma mi fermo lì): il già citato Åkerfeldt, il già citato Åkesson, il già citato Axenrot, Martin Mendez al basso e Joakim Svalberg alle tastiere.
La scaletta, una panoramica sulla quasi totalità della carriera della band (quasi ogni album ha un brano qui presente), dove i brani vecchi suonano meravigliosamente, finalmente suonati con dei mezzi adeguati alla qualità compositiva (determinante anche l’apporto delle tastiere, assenti sui lavori originali – sentite quanto è GROSSA adesso “Demon of the Fall”), e quelli nuovi hanno una seconda nascita, soprattutto grazie a una produzione uniforme e a un Martin Axenrot assolutamente in stato di grazia dietro ai tamburi (“The Devil’s Orchard”!!!).
Inoltre, la chiusura immensa con il miglior pezzo dell’ultimo Sorceress, “Era” (il primo pezzo pop scritto da Åkerfeldt, a detta di lui stesso), e la mostruosità prog death che è la monolitica “Deliverance”.
Disco dell’anno.

A rileggerci!
Guglielmo De Monte
@BufoHypnoticus

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