I dischi del 2016 ascoltati a cazzo di cane

Mi capita sempre meno spesso di scrivere monografie di musica su TBU, eccezion fatta per i morti eccellenti del 2016. Ebbene, come ormai è tradizione da due anni, per il terzo consecutivo recupererò le mie lacune in una mezz’ora abbondante durante la quale ascolterò i migliori 10 album di quest’anno secondo Pitchfork e li recensirò sulla base puramente di un ascolto distratto, frettoloso e – contrariamente alla policy che regola e governa tutto il nostro sito web – non approfondirò una bella cippa di niente.

Pronti, via. Unica regola: un solo brano per album. Sennò famo notte.

10 – RadioheadA Moon Shaped Pool

Ai morti quasi-famosi di quest’anno si è aggiunta anche la ex moglie di Thom Yorke, che a causa del divorzio tra i due pare sia stata una influenza importante su questo disco, con tanto di numerologie nascoste nel video di Daydreaming. Una storia un po’ troppo triste per cominciare questo articolo pazzerello, me ne rendo conto. Ma la cosa ancora più triste è che io probabilmente diventerò a mia volta single nel giro di quattro secondi netti, poiché la mia signora ha ascoltato ossessivamente e apprezzato su tutta la linea questo album e non è molto disposta a scherzarci sopra. Ma per l’arte questo e altro. Tornando ai Radiohead, Burn the witch si salva per un centimetro dallo strappare a Viva la vida dei Coldplay il primato di “uso più involontariamente fastidioso degli archi nella musica pop recente” grazie al basso distorto e al crescendo vocale del ritornello. Qua (e solo qua!) mi posso avvalere dell’ascolto distratto di tutto l’album in precedenza e sentenzio, ormai ex-fidanzato: un noiosetto album dei RH che galleggerà onestamente nella media della loro ormai quasi ventennale seconda fase.

9 – Angel Olsen My Woman

Quarto album. Mai sentita nominare finora. Ma questo magari è anche positivo, sarà l’album della maturità finalmente raggiunta, tipo quella di Childish Gambino. Sentiamo. Responso: niente che tante oneste mestieranti dell’indie pop non abbiano già fatto, pur gradevolmente eseguito e ben orchestrato in questa sede. Il testo del brano linkato nonostante il titolo non è stato scritto per la Repubblica degli Stagisti ma solamente è una brutta metafora per un rapporto amoroso. L’avesse fatto Cristicchi l’avremmo appeso per i peli del naso in piazza Alimonda (e neppure il TAR del Lazio avrebbe avuto il cuore di condannarci).

8 – ANOHNIHopelessness

Antony Hegarty ha cercato di rinnovarsi un po’, dopo oramai tanti anni, e ce l’ha fatta piuttosto bene, considerato il meraviglioso dono terribile che ha: una voce così particolare da risultare condannata ad essere sotto i riflettori no matter what kind of music is on. Brav*.

7 – A Tribe Called Quest We got it from Here… Thank You 4 Your service

E con questo comincia il famigerato anno del Ritorno della Black Music sulle scene mondiali, in questa classifica spezzato soltanto dal(la morte del) Duca Bianco. Una formazione storica, che, grazie a gesù o a chiunque adorino da quelle parti, ha deciso che per andare in classifica negli anni ’10 non è indispensabile il vocoder. Questo è un pezzo forse gentista nel senso dei cinquestelle ma comunque parla di politica da un punto di vista black che non sia quello di Beyoncé (vedi sotto). Public Enemy tornate presto ché i tempi son maturi.

6 – Chance the rapperColoring book

Protetto di Obama e di Kanye (mica male come combo per venire al mondo: tipo il nonno ammanicato e saggio e lo zio ancora più ricco e fuori di testa), sicuramente me lo confondo con qualcun altro perché me lo ricordavo in qualche soundtrack molesto di NBA Live 2005 . Non è lui, pazienza. Da quel che sento, cattivo gusto nella media di certa black commerciale con in più un po’ di sana e ignorante allegria, che in questa decina manca di brutto. Davvero, io sono pro musica “triste” con tutte le centinaia di virgolette necessarie, ma il mood medio è veramente virato il basso. Comunque, autorevoli fonti mi confermano che Chance “suona come Kanye dieci anni fa”.

5 – Kanye WestThe Life of Pablo

La cosa che più mi aveva gasato dei neurodeliri westiani era il fatto che, se ho capito bene, almeno ai primi tempi The Life of Pablo era un album in divenire, cioè che ogni tre giorni caricava delle versioni rimaneggiate dei pezzi, aggiungeva e toglieva brani, robe così. Cercando, forse avevo capito un po’ male, non lo so. Però l’idea dell’album costantemente in progress non era mica male. Beh Kanye, ora che sei matto per davvero mi stai più simpatico di prima, devo ammetterlo. La prima traccia, comunque, Ultralight Beam è anche la canzone dell’anno per Pitchfork e devo dire che è qualcosa di particolare. Una sorta di gospel disossato su cui tanti ospiti cantano di ricerca e resurrezione. Certo, coniugare questo con i tweet deliranti e le apparizioni in tuta della domenica alla Trump Tower è difficile ma tanti decenni di rock ci hanno insegnato a separare le due cose e vivere felici. Forza Kanye, scendi in campo nel 2020 e facci sognare.

4 – David BowieBlackstar

D’accordo, detto da uno che si è assuefatto a tutte le incarnazioni della voce di Michael Stipe e che è fan terminale di notori stonati come Stephen Malkmus o Wayne Coyne, può non suonare appropriato dire che la voce di Bowie non l’ha mai trovato entusiasta, neppure da vecchio. Certo, di Blackstar si apprezza molto il suo sapere di essere un testamento spirituale e l’ottima campagna di marketing preparata avanti la dipartita del Nostro. Si apprezza soprattutto il pezzaccio da ben 10 minuti portato all’attenzione mondiale. Il buon Ruggeri aveva come al solito magistralmente narrato seriamente la faccenda qui. Io dico: personaggio di spessore, album serio e rispettabile; le sue corde vocali nun je la facevano più, però.

3 – Beyoncé Lemonade

Beyoncé femminista col Rolex, Beyoncé imprenditrice sposata con un imprenditore milionario, Beyoncé balla come una divina, Beyoncé reclama il sesso orale per sé e per le altre, Beyoncé mette in piazza i tradimenti del marito senza che lui dica beo, Beyoncé convince Serena Williams a twerkare, Beyoncé rettiliana però che minne, Beyoncé donna emancipata però le metafore non sono all’altezza, Beyoncé first lady ombra d’America, Beyoncé si fa la piastra i mesi dispari, Beyoncé canta molto bene, Beyoncé aridatece Michelle Obama, Beyoncé bella giovane pulita, Beyoncé beve il brodo con le dita, Beyoncé prodotta da Jack White, da James Blake, da DeMarcus Cousins, da Lance Armstrong, da Ezra Koenig, da Gigi D’Agostino, da Francesco Farabegoli, Beyoncé mamma coraggio, Beyoncé su HBO ma se ha votato Hillary è più o meno compagna di prima, Beyoncé che tranquilla che pure domattina il sole sorge sul suo Iban, Beyoncé che legge i poeti somali, Beyoncé che ai poeti somali qualcuno almeno li ha informati, Beyoncé lotta per la misrappresentazione degli italoamericani nello showbiz, Beyoncé padre pellegrina, Beyoncé incassa con l’appropriazione culturale tipo sindrome di Medea, Beyoncé usa lo smalto fatto con i diamanti del Congo belga, Beyoncé cura l’orto biologico con le stole di visone.

2 – Frank OceanBlonde

Allora, so che sarà impossibile credermi ma nel mio cronico e terribile disinterassarmi delle “nuove uscite” in questi anni mi ero pisciato alla grandissima il buon inizio di carriera di Franchino nostro e allora, diversi mesi prima che uscisse questo celebratissimo LP, mi ero fatto un giro su Youtube per insegnare alla mia memoria a non sovrapporre “Frank Ocean” con “John Legend” e capire di che cosa si trattasse. Pop nel senso deteriore del termine nell’incarnazione pallosa. L’equivalente USA di tanta musica italiana che ogni giorno bastoniamo (sbagliando, a volte). Ora che invece so, approccio l’ascolto con un po’ più di speranza. La tracklist è spaventosa. Sono peggio dei titoli dei Mogwai, che lì però almeno lo sai che la loro “Golden Porsche” non parla veramente di una auto di lusso incartata tipo Ferrero Rocher, mentre se leggi “White Ferrari” grazie a Frank emerge l’Antonio Cassano che è in te perché giàssai che è tutto vero e reale. Dei rapidi click su Spotify che consegnano qualche frazione di centesimo all’artista stesso mi fanno pentire dell’obolo appena versato e mi confermano l’impressione di trovarmi di fronte a un gigantesco “ma che davero?”.

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1 – SolangeA seat at the table

Mi era passata più che inosservata, lo ammetto. Non solo l’album, ma l’esistenza stessa della sorella di Beyoncé. Salita agli onori delle (mie) cronache per essere stata insultata e fatta oggetto di lanci di resti di cibo in tribuna mentre guardava un concerto dei Kraftwerk (la cui musica farebbe parte della playlist di qualsiasi suprematista bianco in quanto forse unico genere musicale praticato al mondo a non contenere tracce di black music) e maltrattata in quanto donna nera. La scelta di Pitchfork è quindi anche politica e per questo li applaudiamo. Andando alla musica, Don’t touch my hair a livello di melodie non inventa proprio nulla ma porta con sé un messaggio culturale e identitario al suo interno efficace e diretto: i miei capelli da nera sono miei e li devi lasciar stare. L’innocenza del ritornello “what you say to me?” è un colpo di genio rispetto al messaggio “pugno-in-faccia” che porta. Forse si fa più politica così che con le poesie etiopi, Bey.

Filippo Batisti
@disorderlinesss

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