La futura morte del Tpp è un bene per il mondo?

Che il futuro inquilino della Casa Bianca sia un tipo decisamente peculiare penso sia noto a tutti. Che le sue intenzioni di indire un inconsueto protezionismo alla prima economia mondiale, di fatto sbugiardando decenni di politica economica del suo stesso partito, anche. Che per fare ciò abbia promesso di bloccare il Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership), bocciare il Tpp (Trans-Pacific Partnership) e di ridiscutere il Nafta (North American Free Trade Agreement), ovvero le maggiori strategie politico-economiche della dottrina Obama (Ttip e Tpp) e il maggior accordo di libero scambio sottoscritto dagli USA (Nafta), pure.

Molti analisti si prodigano in realizzazioni a posteriori sulla prevedibile vittoria del tycoon Newyorkese, alcune persino di pregevole fattura,  altre decisamente particolari. In ogni caso, è inopinabile che uno dei suoi cavalli di battaglia vincenti sia stato la lotta violenta agli accordi economici transnazionali, Tpp su tutti.

Non voglio dilungarmi sulla descrizione economica del leitmotiv Trumpiano, ma non posso sottolinearne l’importanza geostrategica fondamentale che tale accordo ricopriva all’interno della più larga idea del Pivot to Asia della geopolitica di Obama (per chi fosse interessato, su The Bottom Up è apparso un ottimo articolo sulla Obama Legacy).

Come sottolineato da diversi esperti del settore, fra cui il National Intelligence Council, la struttura post-imperiale monocentrica della Pax Americana andrà pian piano scomparendo, lasciando il posto ad un mondo probabilmente instabile ed altamente multicentrico, con nessuna nazione uber alles ma con una discreta serie di potenze regionali di medio (EU, Giappone, Australia, Iran, Brasile) e di alto (Cina, USA, India, Russia) impatto geopolitico. La data è stimata in un intorno del 2030, dunque neanche troppo in là con gli anni.

In linea coi principi realisti, la dottrina Obama aveva tentato di limitare il futuro impatto geopolitico della Cina con un trattato commerciale di libero scambio e di mutua regolamentazione del settore economico più importante al mondo: l’Asia-pacifico.

Al di là degli spot elettorali democratici dove il Tpp veniva al più sbandierato come un utile trattato commerciale per aiutare le aziende americane a sopravvivere al boom del mercato asiatico e a limitarne le ripercussioni commerciali, esso rappresentava il baricentro di una dottrina di accerchiamento totale della Cina da parte dei partner (o presunti tali) di Washington. Vista l’influenza crescente, anche in termini di Soft Power, da parte dell’Impero di Mezzo sulla regione dell’Asia-pacifico e dei paesi ASEAN, la dottrina Obama del Pivot to Asia era imperniata sull’erodere il terreno sotto ai piedi del dragone asiatico, favorendo una sfera di influenza totalizzante da parte degli USA sui vicini, rafforzando di conseguenza l’alleanza politica con paesi chiave da un punto di vista strategico quali il Giappone e Australia.

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Impedendo (o limitando) una forte aggregazione commerciale tra la Cina e i paesi limitrofi il risultato conseguente del Tpp sarebbe stato quello di limitare lo sviluppo di potere e dell’influenza del dragone su quei mercati in espansione (Vietnam, Singapore, Malaysia, Brunei) o in forte correlazione di import-export (Australia, Giappone).

Questo però aveva un forte costo (perlomeno apparente ed enormemente amplificato dalla battaglia elettorale) sul cittadino americano, che non pagava direttamente in quanto contribuente (come avviene per missioni militari all’estero) ma in quanto lavoratore, dato che – a detta di Donald Trump – ciò avrebbe incentivato le aziende produttrici e manifatturiere a delocalizzare in Asia e Sud America, togliendo lavoro alla (ex)classe media bianca senza titoli di studio, ovverosia quella classe sociale che ha fondato il (forse troppo decantato) sogno americano, ma che adesso non può più viverlo.

E la promessa (e quasi certamente attuata) di rinuncia a tale trattato sovverte e sovvertirà sul breve, medio e lungo (lunghissimo) periodo la strategia geopolitica di Washington. Non si venga a dire che Trump neanche sappia dove sia il Giappone ed il Brunei. Come è chiaro a chi conosce un minimo la burocrazia e la politica made in USA, non è il solo presidente a fare le dottrine di politica estera.

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Il poco che si evince dalle promesse elettorali, dalle persone di cui si è circondato e dalle nomine del presidente eletto Donald J. Trump parla di una strategia in linea col declino dell’ultima superpotenza globale: il motto America First (congiunto all’altro grande motto Make America Great Again) indica una dottrina neo-Jacksoniana dello staff di Trump, votata a definire gli interessi (principalmente economici) interni degli USA sopra tutte le altre questioni. Gli USA non come primo poliziotto del mondo, ma come attore il cui ruolo sia quello di garantirsi una stabilità economica e politica interna e, susseguentemente, esterna.

Con le frecciate ai partner NATO, accusati di sfruttare gli USA per la loro sicurezza, Trump porta anche in occidente la dottrina che dominerà molto probabilmente l’Asia: gli USA non sono più la mucca della difesa da mungere.

Inoltre la proposta Trumpiana di potenziare la più grande flotta militare mondiale portandola dalle 272 attuali unità alla soglia record di 350 imbarcazioni militari, che segue una vecchia indicazione peraltro chiamata the bottom up review, si innesta in questa dottrina di bilanciamento delle potenze regionali rendendo de facto gli States più accorti sul continuo sviluppo militare cinese che potrebbe in futuro (molto remoto in realtà) insidiare la totale supremazia marittima USA. In questo modo Trump sottolinea che il ruolo degli Stati Uniti è proteggere i propri interessi (marittimi) e non la protezione degli stati “alleati”, che dovranno meritarsi il supporto di Washington.

La bocciatura americana del TPP preoccupa enormemente il Giappone, che intanto lo ha già ratificato, dato che, a loro detta, “diverrebbe insignificante senza gli USA“. A preoccupare Tokyocosì tanto che il premier Shinzo Abe si è enormemente affrettato per essere il primo Prime Minister ad incontrare il Presidente eletto Trump – è principalmente l’impossibilità di autodifendersi efficacemente in caso di escalation della potenza Cinese. Se infatti la Corea del Sud sta lentamente affogando, la Corea del Nord sta velocemente implodendo, il sud-est asiatico si sta aprendo ad una sempre più vivace influenza Cinese, il Giappone, vincolato dall’articolo 9 della cosiddetta “costituzione pacifista” – peraltro scritta dagli americani nel dopoguerra – non può dotarsi di un vero e proprio esercito, cosa che peraltro risulta economicamente inattuabile e pure enormemente invisa all’elettorato nipponico, molto orientato ad una convivenza pacifica coi vicini. La terza economia globale è inoltre enormemente sovraesposta ad una crisi geopolitica asiatica, che potrebbe scaturire da fattori imponderabili – come lo è stato l’11 settembre che ha plasmato per una decade una geopolitica americana fino ad allora impensata – ma anche da un prevedibile sconvolgimento socio-economico del gigante asiatico, che non cresce più agli immaginifici tassi di inizio secolo e che però sta vedendo il boom di un ceto medio produttivo che peraltro invecchia rapidamente – per via delle scellerate politiche demografiche di Pechino degli anni ’70 ed ’80.

Ma in questo “pasticciaccio brutto” non secondaria importanza ricopre la Russia, che le politiche di  sanzioni economiche continue di Obama hanno spinto all’abbraccio (mortale?) con Pechino – ulteriore fattore di destabilizzazione della situazione orientale.

Ma un avvicinamento promosso da Trump verso il Cremlino potrebbero rompere questo abbraccio – estremamente interessato e fragile al contempo – effettuando una manovra accerchiante: l’altra potenza in boom, l’India, ha siglato un accordo commerciale militare col Giappone riguardante l’uso civile del Nucleare e l’acquisto di bombardieri anfibi ShinMaywa US-2; il premier giapponese Abe sta tentando un riavvicinamento a Mosca – con la quale ricordiamo non è mai stato siglato un trattato di pace per la fine della seconda guerra mondiale; E siccome Tpp e Ttip costituivano una manovra di accerchiamento anche per la Russia, la loro abolizione può favorirne il riavvicinamento in questo settore geostrategico.

Non è un caso il fatto che vi siano stati accelerazioni in materia geopolitica in Asia – primi su tutti i Giapponesi – dopo la vittoria di Trump: tutti si stanno rendendo conto di non potersi più aggrappare agli USA per la propria protezione, perlomeno non completamente; e lo spettro della Cina aleggia forte sui paesi asiatici. E se qualcuno sta vacillando, come Cambogia e Indonesia, peraltro estranei al sì fu Tpp, gli altri si stanno aggregando; perché, dopotutto, è evidente a tutti, Trump in primis, che il futuro centro nevralgico sarà l’Asia-pacifico, con tante condoglianze ad EU e mediterraneo; infatti è la regione demograficamente più attiva, quella economicamente più in crescita e con asset geopolitici storici e consolidati ma comunque mutevoli, dove si affacciano le cinque più grandi economie tra attuali e future (USA, Russia, India, Cina, Giappone).

E forse la morte del Tpp – e l’elezione di una meteora come Trump – potranno accelerare il processo. Nel bene e nel male;  non è infatti esclusa la possibilità che una distorsione del ruolo americano da quello tradizionalmente ricoperto possa essere percepito dalle potenze antagoniste ed emergenti come un segno di debolezza o di abbandono della sfera d’influenza, aumentando il potere destabilizzante sia dei grandi che dei piccoli attori. Inoltre la destabilizzazione socioeconomica che il gigante d’Asia potrebbe subire spontaneamente dall’interno, dove la crescita politica della middle class contraddistinta al suo repentino invecchiamento demografico unita ad una contrazione della crescita potrebbe spingere Pechino a spostare le valvole di sfogo sulla politica estera, in una situazione che è già calda. Gli avvicinamenti potrebbero coinvolgere anche partner inaspettati il Ftaap (Free Trade Area of the Asia-Pacific), consentendo di estromettere gli USA e la Russia dall’Asia-pacifico, di fatto segnando una rivoluzione storica dove i paesi asiatici eliminano totalmente le influenze occidentali (al costo di erigere la Cina a capo geopolitico della regione).

Quel che sarà è ignoto, anche per capire quanto Trump vorrà sposare la “Dottrina Trump” e quanto invece sarà (costretto) a limitare, moderare, o abiurare, servirà tempo. Ma il tempo non sembra essere, in ogni caso, dalla parte degli Stati Uniti. Non, perlomeno, in Asia.

Alessandro Bombini

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