Twin Peaks: The Return. Vademecum surrealistico per una televisione d’autore

Ora immaginate una troupe cinematografica intirizzita alle prime luci dell’alba, mentre ingolla caffè nero fumante e predispone le scene in vista delle riprese nelle foreste di North Bend, Stato di Washington. È ancora buio, fa un freddo ignobile e la prospettiva è quella di almeno 16 ore di intenso lavoro alle dipendenze di una produzione milionaria, che ha assecondato tutte le richieste di quel vecchio pazzo coi capelli laccati. Ora immaginate quel vecchio, che arriva sul set con un ghigno faceto, dice buongiorno alla troupe e cambia i programmi di giornata:

“Ragazzi, stanotte ho fatto di nuovo quel sogno con Monica Bellucci. Ero a Parigi e Monica mi telefonava per incontraci a un café, diceva che aveva bisogno di parlarmi. Quando ci siamo visti c’era anche l’agente Cooper, ma non riuscivo a vedere la sua faccia. Seduti al tavolino Monica mi ha detto che siamo come il sognatore che sogna e poi vive nel sogno. Ho provato una strana sensazione. E a un certo punto Monica ha inizia a guardare oltre alle mie spalle e mi ha detto che stava succedendo qualcosa là dietro. Mi sono girato e ho visto me stesso più giovane in un ufficio di Philadelphia mentre parlavo con Cooper. Nella stanza è entrato anche Phillip Jeffries, impersonato da David Bowie. Ok, oggi giriamo questa. Buon lavoro a tutti. Ah, quasi dimenticavo. Dobbiamo costruire una campana nera che sputa numeri di vapore da un beccuccio ed emette la voce di David”.

In conclusione, rieccola. La più folle tra le fiction degli anni Novanta, disseppellita a grande richiesta da chi, forse saturo dell’abominevole dovizia di serie televisive impersonali, reclamava più che mai una televisione d’autore, che potesse raccontare in primis la straordinaria soggettività e creatività di David Lynch e Mark Frost. Che immagino abbiano detto: “D’accordo, però stavolta si fa come diciamo noi”. Nessuna pillola dolce e massima libertà narrativa e produttiva.
Riecco dunque “Twin Peaks: The Return”, terzo capitolo della serie cult che riappare sui teleschermi 25 anni dopo la risata malefica dell’agente speciale Dale Cooper, 25 anni dopo l’iconica frase di Laura Palmer. E, supportata da un’ottima campagna promozionale, la serie ha fatto il suo ritorno con 18 puntate da 1 ora ciascuno, sciogliendo le briglie creative del duo, che ha portato Twin Peaks su un piano artistico molto più elevato delle prime due stagioni. Almeno a mio parere, in quanto la volontà di redigere un moderno manifesto del surrealismo si è amalgamata da una parte con un tipo di produzione televisiva digitale (che lascia esterrefatti in quanto a bellezza), dall’altra -come anticipato- con una piena libertà espressiva da cinema d’autore. Il connubio è un’opera a lunghi tratti incomprensibile, ma fortemente magnetica.

Una capacità di suggestionare che da un lato resta fedele alle atmosfere delle prime due stagioni e a quell’immaginario americano alla Least Heat-Moon, i sobborghi, i café coi divanetti rossi, le roadhouse coi motociclisti ubriachi, i grandi spazi, le grandi foreste, i grandi silenzi, i dialoghi funzionali e quel tocco di alienazione lynchiano.

Ma dall’altro si spinge decisamente oltre. Certo, sono rimaste le crostate di ciliegie, le tazze di caffè, le ciambelle negli uffici dello sceriffo, il tepore del bar, i semafori, gli hotel di legno e la magia nera. Eppure il vaso di Pandora aperto nella seconda stagione di Twin Peaks, ha sprigionato il Male ovunque. E la piega che prende la vicenda viaggia trasversalmente dagli attici di New York City ai casinò di Las Vegas, passando dal New Mexico al South Dakota, dal Montana al Texas. Centinaia di nuovi personaggi allucinanti affiancano la vecchia guardia, ma senza edulcoranti di alcun tipo: ci sono le rughe, i capelli bianchi e le malattie del cast, malattie vere della vita reale. 25 anni dopo ritroviamo Twin Peaks come l’avevamo lasciata (giusto con un po’ di traffico in più e gli iPhone), ma Lynch sceglie di non restarci ancorato troppo a lungo per evitare -a ragione- l’effetto nostalgia e l’effetto feticcio. Il mondo che ci mostra, 25 anni dopo, è un intruglio di criminalità più o meno organizzata, (stra)fatta di figli e nipoti cocainomani, di spregiudicati direttori di casino, di anarchia morale e sociale.

Se qualcuno si aspettava un chiarimento su ciò che accade in “Twin Peaks: The Return” resterà deluso. Perché la fabula non solo è complessa e assurda, ma in quanto parte di un grandioso manifesto surrealista, mette a dura prova la logica e l’ordine temporale. Il bello è tutto qua, nell’illogicità, dove l’incapacità di afferrare il filo del discorso si mescola a una comicità sibillina, alla perenne imprevedibilità caratteriale dei personaggi, alla magia del doppio (su Twin Peaks aleggia il numero 2), all’effetto sliding doors (come sarebbero andate le cose se io avessi…?), alla fotografia volutamente magrittiana e al costante inesorabile mutamento di tutto: “It is just a change, not an end”, dice la Signora Ceppo. L’unico momento di ristoro per la mente è il finale di ogni puntata, nel quale Lynch mette in scena un concerto: ci sono Nine Inch Nails, Eddie Vedder, Moby, The Veils e quant’altri.

Vorrei dare un aggettivo a tutto questo, ma sono giorni che rimugino incessantemente e purtroppo non ne vengo a capo. Vorrei poter compendiare “Twin Peaks: The Return” in poche righe, per non annoiare e riuscire a trasmettere, almeno in parte, un po’ del sentimento che dallo schermo del televisore ha inondato i telespettatori di mezzo mondo. Sono di parte, di Lynch conosco filmografia, letteratura, discografia e arti visive varie. L’ho studiato a più riprese, a volte avendo tutto chiaro, altre senza capire nulla. Dopotutto il surrealismo è la corrente dei sogni, una pesca in mare aperto nell’oceano dell’inconfessato.

Per questo intendo chiudere con un pazzo pensiero. Il contributo di David Lynch alla fiction (e all’arte nel suo complesso) è equiparabile a quello di Alexander Graham Bell alla tecnologia, col merito di entrambi di mettere in comunicazione due luoghi lontani e farli sentire simultaneamente vicini, come se fossero dall’altro capo del telefono. Questo è ciò che accade nella cittadina di Twin Peaks, Stato di Washington, dove il reale e il surreale si confondono, dove l’inconscio e la coscienza dialogano come fossero al telefono. Lì e in quel momento.

Lynch e la sua capacità narrativa fanno questo. Esplorano meticolosamente il buio come il dimenticato Voyager 1 nello spazio più appartato. E da laggiù lanciano un segnale.

Buona.

Giacomo Gelati

Immagine di copertina: vox.com

 

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