Scotland’s Pride – i Mogwai ancora sul pezzo

La tesi di fondo è una – ed è semplice: i Mogwai sono in giro da vent’anni e pur non sfuggendo a una quantità fisiologica di passi falsi restano un gruppo piacevole ed interessante da ascoltare su disco come dal vivo grazie alla loro capacità di reinventarsi pur mantenendo intatto un certo approccio alle cose che li rendono non dico unici, ma quantomeno immediatamente riconoscibili.

Ma, prima di difenderla un poco, partiamo dal presente: siamo stati all’Estragon per quella che è almeno la terza se non la quarta volta a Bologna degli scozzesi, con Indipendente Concerti. La prima volta, però, senza il chitarrista John Cummings, ritiratosi a progetti privati ormai due anni fa esatti, dopo aver contribuito a danneggiare permanentemente il mio udito sempre all’Estragon, nel 2011, con una coda noise del classico Like Herod di cui nessuno (Euterpe per prima) sentiva il bisogno. Da allora ho scoperto il terribile mondo dei tappi per le orecchie per fare o ascoltare musica dal vivo e ho perso l’innocenza auricolare per il resto dei miei giorni. Non ho hard feelings per John, ma diciamo che il fatto che l’ultimo Every Country’s Sun, il primo senza Cummings, sia un album estremamente riuscito, pur senza Cummings, mi insaporisce un pochino di più il piacere dell’ascolto.

Ad oggi, il ruolo di secondo chitarrista per il live spetta a Alex Mackay, glasvegiano come gli altri, mentre problemi di schiena hanno fatto sì che alla batteria sedesse Cat Myers, altra scozzese, che ha portato un pochino di quella pacca che gli occhialetti da disegnatore di turbine di Martin Bulloch a mio modesto parere hanno sempre fallito a trasmettere. Menzione per la Cat, intanto per lo scenograficissimo secondo crash piazzato alla sua destra ad una altezza che farebbe preoccupare qualsiasi fisioterapista, e poi, come dicevo, per l’energia, evidentemente trattenuta dal fatto di dover calzare a pennello il cappellino da papà in gita al mare di Bulloch. Di tanto in tanto, penso che per una volta sarebbe interessante ascoltare i Mogwai con un batterista più dinamico – per quanto alcuni pattern di Bulloch siano eleganti ed efficaci allo stesso tempo.

La formazione live dell’autunno 2017. Fonte: bbc.co.uk

Ma aldilà delle fantasticherie, il concerto è stato al solito godibile, non particolarmente ispirato forse, ma d’altronde i Mogwai ormai hanno una discografia tale da aver scolpito nella pietra quei pezzi che compongono la scaletta-tipo degli scozzesi. Se avessi sbatto controllerei, ma credo che i pezzi suonati nel 2011 nella stessa location fossero in gran parte gli stessi.

Certo, la buona notizia è che quelli estratti da Every Country’s Sun sono riusciti molto bene, perfettamente integrati e fedeli all’album, che a sua volta nonostante la produzione del sognante David Fridmann, sono orchestrati senza tanti fronzoli (al contrario degli antichi Rock Action o Happy Songs For Happy People, ma anche il più recente e meno riuscito Rave Tapes), dunque adatti al live.

La scaletta di Bologna, 2017.

Anche se, personalmente, avrei volentieri ascoltato qualcosa dalla magnifica colonna sonora di Les Revenants – serie tv francese durata due stagioni, un po’ alla Twin Peaks ma con meno robe strane e molto più Sartre –  invece che la solita, stantia Hunted By A Freak, o il fan service per youtuber inesperti Take Me Somewhere Nice. Un po’ di audacia in più non avrebbe guastato per gli estimatori di lungo corso come il sottoscritto, ma d’altronde 90 minuti con i Mogwai volano letteralmente, data l’estensione media dei brani, quindi lo spazio per le chicche è strutturalmente limitato.

Ben altri articoli servirebbero per illustrare con precisione la profondità del prolifico mondo dei Mogwai, ma anche limitandosi a confrontare la sfera LP con la sfera EP, colonne sonore e singoli vari, troviamo una capacità di destreggiarsi, all’occorrenza, tra elettronica di diverso tipo, strumenti acustici (fiati o archi, principalmente), fedeltà alla linea strumentale o linee vocali più o meno subacquee, aggiungendo pure collaborazioni con cantanti di ogni genere (Aidan Moffat /2, Roky Erickson, Tetsuya Fukagawa, la stessa tremula vocalità del chitarrista Stuart Braithwaite, sapientemente dosata addirittura in versione corale recuperando un vecchio blues del Delta, insieme all’ispirazione kraftwerkiana del vocoder di Barry Burns), creazione di pezzi monstre di grande delicatezza. Tutto questo ha pochi eguali, soprattutto se si considera che a queste variazioni sul tema si accompagna sempre l’aver sostanzialmente contribuito a fondare una galassia musicale che alcuni chiamano post-rock, dove la formazione classica di una rock band è stata sovvertita, a vantaggio di più alte mete – sempre senza perdere il gusto per qualche pezzo cazzoncello o pestato duro – ricordandoci sempre del coté più propriamente sperimentale di una ventina di anni fa. Sentimenti semplici o atmosfere stratificate e complesse, non molto risiede al di fuori della portata dei glasvegiani.

Insomma, su disco c’è forse il terreno migliore per sondare il sistema stellare Mogwai, e per giunta oramai la scaletta è istituzionalizzata neanche fossero Bruce Springsteen, ma da un loro concerto non si può uscire veramente delusi, oggettivamente. A meno di non aver rischiato un acufene, ma questa è – forse – un’altra storia.

Filippo Batisti
@disorderlinesss

Immagine di copertina: TeamRock.com

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