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Senegal, uno sguardo sull’emigrazione dei giovani

“Sono già trascorsi sei anni, comincio a perdere i conti”, ricorda il ragazzo, coprendosi occhi e fronte con una mano. Il ragazzo si chiama Cheikh, ha 29 anni ed è nato a Kébémer, nel nord-ovest del Senegal, dove ha vissuto fino al termine delle scuole superiori. Successivamente, si è trasferito per iscriversi all’università Cheikh Anta Diop di Dakar, studiando contemporaneamente farmacia e matematica. Quando nel 2011 ha lasciato il suo paese natale, Cheikh avrebbe voluto trasferirsi in Francia e proseguire l’università, convinto di poter ottenere facilmente un visto di studio. Ma la vita aveva in serbo per lui ben altri piani: in Francia, nonostante avesse regolarmente compilato una pre-immatricolazione, gli negano il visto perché non riesce a documentare di avere già un alloggio in cui vivere. Cheikh è profondamente sconfortato, i tempi sono ristretti, ma tornare a casa non rientra nei suoi programmi. È il primogenito e sente su di sé la responsabilità della madre e dei fratelli più piccoli. Oltre ad avere una voglia matta di cambiare aria. Così, all’ultimo modifica la meta e opta per l’Italia, anche se è privo di documenti, perché lì vivono amici e connazionali con cui è in contatto. Più precisamente Pisa, dove ha trascorso i primi sei mesi facendo il venditore ambulante. “Hai presente i cosiddetti “vu cumprà”?” mi dice ridendo, con un inconfondibile accento toscano.

Ma torna subito serio: “io sono stato fortunato, ho conosciuto persone che mi hanno dato una mano con la regolarizzazione, mi sono sforzato di imparare il più velocemente possibile l’italiano e grazie alla sanatoria del 2012 (l’ultima) e all’aiuto di un professore disposto ad autodenunciarsi ho ottenuto documenti in regola.” “Pensa”, continua, “fortunatamente sono stato male, ho dovuto recarmi all’Asl per una visita medica e il certificato che mi hanno rilasciato, un pezzo di carta, mi ha permesso di dimostrare che la mia presenza in Italia era antecedente al 31 dicembre 2011, termine ultimo per poter beneficiare della sanatoria”. In questi sei anni, Cheikh non ha frequentato l’università ma corsi di formazione, ha lavorato per due anni come mediatore e coordinatore in un centro d’accoglienza a Bologna e oggi è operatore con competenze linguistiche a Palermo. È un giovane uomo che ce l’ha fatta, un esempio di integrazione che andrebbe raccontato, se non altro per resistere ad una narrazione mediatica venefica che spesso strumentalizza in maniera irresponsabile problematiche delicate e profondamente complesse. Cheikh ha messo a disposizione della comunità le proprie capacità personali, risorse e competenze preziose. La sua storia, mentre me la racconta un po’ di malavoglia perché si sente un privilegiato – “quanti altri possono dire la stessa cosa?” riflette, scuotendo la testa – ricorda l’urgenza di analizzare anche questo aspetto del fenomeno migratorio: la cosiddetta migrazione economica, la serie b nei discorsi mediatici e politici. “Sono troppi, dobbiamo aiutarli a casa loro” è il mantra che sentiamo ripetere sempre più spesso, dimentichi di quanto sia applicabile anche a molti di noi giovani italiani. Ma com’è, davvero, “casa loro”? Cheikh ha provato a spiegarmelo.

Attivista locale senegalese mentre controlla le coltivazioni a Goudiry, Senegal, settembre 2016. Mikal McAllister, Reuters

Nuove forme di colonialismo in Africa: sfruttamento e land grabbing

In Senegal, non è tutto oro quel che luccica. Recentemente, il contestato attivista anti franco cfa Kémi Seba è stato imprigionato e poi espulso dal Paese per aver bruciato in pubblico una banconota da 5.000 franchi. Il Franco della comunità finanziaria africana (sigla cfa), mi spiega Cheikh, è una valuta di origine coloniale introdotta dalla Francia negli anni ’40 e tutt’oggi utilizzata in 14 paesi africani, quasi tutti ex colonie francesi. Ha un tasso di cambio agganciato all’euro, ma continua ad essere fortemente dipendente dal Tesoro francese, che ne garantisce la convertibilità in cambio del 65% delle riserve estere, ossia i proventi delle esportazioni senegalesi. Dovrebbe assicurare stabilità economica, ma i più concordano nel considerarlo una sofisticata forma di neocolonialismo, che priva il Senegal di autonomia monetaria, favorendo la fuga di capitali e stringendo il cappio del debito estero. In economia come in politica, spesso il paternalismo non è altro che autoritarismo dissimulato.

In realtà, l’economia senegalese è considerata una delle più promettenti d’Africa, ma i problemi strutturali sono parecchi. Due terzi della popolazione ha meno di diciotto anni, e spesso non trova lavoro. L’immigrazione interna ha spinto molti senegalesi a spostarsi verso i 480 chilometri di coste affacciate sull’Atlantico, nel tentativo di vivere delle risorse ittiche, un tempo principale prodotto di esportazione e consumo, oggi gravemente minacciato. “Non c’è alcun controllo, le riserve stanno diminuendo drasticamente e l’incursione di pescherecci industriali russi, cinesi e coreani complica la situazione. La maggior parte del pescato viene destinato ai mercati europei e asiatici, trasformato in farina di pesce e olio per gli allevamenti”, conferma Cheikh. “La siccità, i cambiamenti climatici e la concessione di terre (spesso, veri e propri espropri) a multinazionali e investitori stranieri – fenomeno conosciuto come land grabbing – privano i senegalesi della seconda attività economica più redditizia, l’agricoltura”. Di conseguenza, molti giovani si mettono in viaggio per andare in Europa. Sono soprattutto maschi, estremamente giovani e spesso senza alcuna educazione. “Rispetto alle scorse generazioni”, puntualizza Cheikh, “queste sono meno preparate per affrontare cosa li aspetta in Europa, e il problema è che non se ne parla: non si parla della crisi economica europea, della difficoltà di trovare lavoro, dei viaggi della morte. Chi torna in Senegal perché non ce l’ha fatta la vive come una sconfitta, il fallimento di un investimento che coinvolge l’intera famiglia. La vergogna ti spinge a non condividere informazioni che potrebbero risultare determinanti nella decisione di molti altri ragazzi di partire.” Per questo, negli ultimi anni sono cresciute le iniziative di attivisti e governo per promuovere lo sviluppo e porre un freno a questa tendenza.

Il manifesto di una campagna di sensibilizzazione sul fenomeno del Land grabbing promossa dalla onlus ActionAid Italia.

Come investire nel futuro?

I dati Istat dicono che i senegalesi rappresentano il 2,7% del totale dei cittadini non comunitari presenti in Italia, una comunità unita all’interno della quale è alto il numero di soggiornanti di lungo periodo. “Non è un mistero che molte famiglie vivano delle rimesse che i familiari inviano regolarmente a casa. Io stesso lo faccio”, conferma Cheikh. “Forse questo ha contribuito a radicare l’idea di un’Europa paese dei balocchi. Ma non è questione solo di emulazione: la verità è che in Senegal la mancanza di lavoro e una crescita economica stentata fanno delle rimesse l’unica fonte sicura di sostentamento. L’Europa sta chiudendo le sue frontiere: cosa succederà quando le rimesse diminuiranno?” D’altra parte, non è più possibile ignorare le implicazioni di un mondo globale e connesso: grazie a internet e ai social media i ragazzi sanno quali alternative possa offrire il mondo, in Africa come in Europa.

Per questo, Cheikh ritiene sia urgente indirizzare i flussi di denaro nell’educazione delle nuove generazioni, anche e soprattutto delle donne: investire nella loro indipendenza e autonomia significa investire nel futuro dell’intero Paese. Un Paese che non si prende cura delle nuove generazioni rischia di rimanerne privo. “Consapevolezza politica, cultura, autonomia: dobbiamo smetterla di vivere di complessi di inferiorità e riappropriarci della capacità di sfruttare le nostre risorse e il nostro tempo. Investire qui in Senegal non significa automaticamente ridurre il numero di chi si mette in viaggio verso l’Europa, ma potrebbe essere un inizio. Anche per un sano ripensamento della mobilità internazionale del lavoro in generale, per una politica dei visti più elastica e realistica.”

Cheikh mi riporta un episodio accaduto qualche giorno prima: un minore seguito dalla ong per cui lavora fa una richiesta singolare, folgorante nella sua lucidità: “Dovreste farci educazione civica, se non conosco come vivono le persone qui, come faccio ad integrarmi?”. Quando me lo racconta, ad entrambi scappa un sorriso. Chi arriva porta con sé risorse che tendiamo ad annullare, assuefatti ai terribili racconti di morte che pure sono tanto, troppo reali. Sottovalutarli sarebbe sciocco, eppure è dal confronto che è urgente ripartire, preziosissima occasione per riscoprire quanto la lotta contro il precariato, la marginalizzazione sociale, l’impoverimento di vite e desideri ci coinvolga tutti, sia trasversale e non faccia differenze tra migranti e non migranti. Una lotta comune è possibile, anzi, è auspicabile.

Martina Facincani

[L’immagine di copertina è tratta da un reportage in Senegal di Green Cross Italia ed è stata pubblicata su Avvenire]

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