Le proteste in Libano: dialogo con Francesco Mazzucotelli


Informazioni pre lettura: scheda informativa sul Libano a cura di Anna Toniolo.


Politici, tutti a casa!

Da un mese i Libanesi sono in piazza: una proposta di nuove tasse ha funto da scintilla rispetto ad una situazione al limite. Già nel 2015 la capitale, Beirut, aveva affrontato una crisi della gestione dei rifiuti. Rientrato l’allarme, non è comunque migliorato il livello dei servizi: la mancanza di elettricità ed acqua potabile in primis. Una classe politica estremamente restia al rinnovamento e che estrae da anni rendite di posizione sia in termini di privilegi, sia per ottenere un potere economico.
Un sistema che genera ineguaglianze sociali devastanti. In 500 metri si passa dai grattacieli e gli yatch scintillanti di Zaitunay Bay, alle corriere dei profughi siriani, ai bar di Mar Mikhael, ai  quartieri popolari di Khodor e Jisr.

Tornato nelle piazze lo slogan della cosiddetta “Primavera Araba”:

الشعب يريد إسقاط النظام
[Il popolo vuole abbattere il governo]

a cui si è aggiunto:

All of them means all of them”
[Tutti vuol dire proprio tutti].

Tutti, a partire dai vertici dello Stato: si chiedono le dimissioni del Primo Ministro (Saad Hariri, dimessosi il 29 Ottobre), di Nabih Berri (Presidente del Parlamento dal 1990) e del Presidente della Repubblica, Michel Aoun.

Tutti, ad indicare che i manifestanti non fanno distinzioni tra i vari partiti che sostengono il governo di unità nazionale: Free Patriotic Movement (cristiani), Lebanese Democratic Party (drusi), Union Party (aconfessionale), Tashnag (cristiani), Lebanese Forces (cristiani), Progressive Socialist Party (drusi), Future Movement e Azm Movement (sunniti), Marada Movement (cristiani), Armal Movement e Hezbollah (sciiti).

Hezbollah incluso, quindi.

L’organizzazione, considerata terroristica da alcuni stati, è composta da una sezione militare e da una politica, facendo parte da diversi anni dei governi di unità nazionale. La componente militare è, soprattutto ai fini della propaganda interna, completamente dedicata alla protezione dei confini Libanesi in chiave anti-Israeliana, ruolo che Hezbollah si è ritagliato nell’opinione pubblica sia durante la guerra civile, che durante il conflitto del 2006. Non è qui che si vuole approfondire una questione estremamente complessa: il punto è che anche una forza considerata come “non istituzionale”, è ora, in quanto de facto parte della stagnazione politica del paese, messa alla gogna insieme alle altre forze politiche.
Francesco Mazzucotelli, docente presso l’Università di Pavia, e specializzato in Storia del Medio Oriente, commenta: “la precedente forma polarizzante o con o contro di noi non funziona più, le ambiguità di fondo si stanno ritorcendo contro”. Inoltre, le forme di critica verso Hezbollah sono sfumate: Nasrallah (il segretario) e i quadri dirigenti. Saranno probabilmente i quadri a doversi eventualmente piegare alle richieste dei manifestanti, mentre il leader rimarrà come figura simbolo dei principi base.


Le proteste, dal punto di vista di Chloé Domat

Tutte le sere, gli abitanti di Beirut si ritrovano tra la Piazza dei Martiri e
il Grand Serail, la sede del Governo.

“Beirut fai sentire la tua voce!”

Elie Dib viene tutti i giorni con i suoi amici. Sono cristiani e per la prima volta questi studenti manifestano fianco a fianco a degli sciiti e a dei drusi.
“Ho scoperto che tantissimi giovani condividono le stesse sofferenze”
“Ci siamo svegliati e ora chiediamo dei diritti che avremmo dovuto avere già da tanto tempo”

Chloé Domat è una giornalista francese, da anni in Libano. In una sua recente intervista (qui il video, in francese), testimonia le condizioni di un giovane manifestante visitando la casa della famiglia.

Per comprendere le ragioni di questa collera che ha coinvolto tutto il paese, seguiamo Elie Dib verso un quartiere popolare di Beirut. Qui tutta la popolazione soffre della mancanza di servizi pubblici: simbolo di questa assenza dello Stato, fili elettrici che generano connessioni anarchiche, un sistema parallelo per ovviare alle 6 ore quotidiane di mancanza di elettricità pubblica.

“Questi cavi ci collegano a dei generatori privati che ci forniscono l’elettricità quando la rete pubblica non funziona, e così dobbiamo pagare due bollette”.

Due bollette elettriche, per l’acqua invece si arriva anche a tre. I Libanesi devono avere delle cisterne sui tetti per immagazzinare l’acqua che arriva via camion.
“Con questa pompa mandiamo l’acqua alla cisterna in alto, sul tetto. Ecco qui l’acqua della cisterna, alimentata dalla pompa che vi ho mostrato in basso. Arriva qui. E, di fianco [secondo rubinetto] l’acqua pubblica. Guardate, il rubinetto è vuoto, non c’è nulla”.

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Le proteste a Tripoli, nel nord del Libano. Foto di Chloé Domat: https://twitter.com/K_Domat

Tutti a casa! non basta: serve un obiettivo

Secondo Francesco Mazzucotelli, “il problema principale delle manifestazioni è l’assenza di obiettivi chiari”.
Di fronte ad una classe politica abituata a far rientrare l’emergenza e a trovare una qualche soluzione che non vada di fatto ad alterare in modo sostanziale gli equilibri di potere, “tutti a casa” serve a poco.
Una volta che vengono mandati a casa gli attuali governanti chi li sostituisce? Se manca un programma alternativo, basta poco a placare le proteste. Basta un volto nuovo, o che può sembrare tale, senza voler dare una risposta concreta ai bisogni della popolazione.

“Dentro alle piazze ci sono gruppi e persone che poi hanno obiettivi e desideri differenti e non completamente conciliabili, non c’è ancora in campo una chiara alternativa che riesca a convincere”.
Dentro alle manifestazioni ci sono sì gruppi che hanno una piattaforma che propone alternative, come quella dell’ex-ministro del Lavoro Charbel Nahas (qui il suo Programma Socio-economico per il Libano) o le istanze del Partito Comunista Libanese, ma si trattano entrambi di piccoli pezzi di un mosaico ben più grande e più complesso.

Non è inoltre scontato che il desiderio di rinnovamento si traduca in una richiesta politica di cambiamento. Quando si è parte di un sistema che da decenni funziona secondo certi meccanismi, non è affatto certo che alle manifestazioni corrisponda un cambiamento nel voto:
“Ci sono le dimostrazioni, centinaia di migliaia di persone, poi ci sono le elezioni comunali e politiche, e come è successo nel 2016 e com’è successo nel 2018, vincono ancora i politici tradizionali legati al solito giro clientelare. I comportamenti elettorali sono differenti dalle manifestazioni di protesta“.

Un rinnovamento del sistema politico, e quindi partitico, sembrerebbe implicare un ripensamento del sistema confessionale su cui sono basate le istituzioni libanesi (a proposito, un articolo scritto in maniera sintetica e brillante sul sito della Treccani).
A parole tutti vogliono l’abolizione del confessionalismo, a parole tutti sono contro questo sistema, inefficiente, clientelare, ma è improbabile che ci siano le condizioni per cui ogni gruppo rinunci ai propri privilegi, alle fetta di torta delle cariche nella pubblica amministrazione e delle risorse pubbliche”.

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Immagine tratta dal film “Waltz with Bashir”

Blocchi stradali, le conseguenze economiche e sociali

Le già precarie condizioni economiche del paese, non sono certo facilitate dal blocco del traffico che le manifestazioni hanno imposto nella capitale. Nonostante il criticare forme di protesta a cui non si prende parte non sia solitamente un esercizio retorico onesto, è comunque importante sottolinearne gli effetti.
Il blocco del traffico impedisce alle banche di rifornirsi di dollari (non arrivano i blindati con le banconote fisiche da erogare). Il Libano opera, come diversi paesi in via di sviluppo e/o di dimensioni piccole dimensioni, con un tasso di cambio fisso, legato al dollaro: 1 USD = 1,507.5 LBP (lira Libanese).
Le banche non riescono quindi ad erogare dollari ad attività, come i benzinai, che ricevono lire libanesi dai clienti, ma devono pagare i fornitori in dollari.
Gli ospedali non riescono quindi ad approvigionarsi, visto che mancano i dollari con cui pagare i fornitori.

Alla situazione, già problematica, si è aggiunto lo sciopero dei dipendenti del settore bancario, che dovrebbe concludersi, dopo una settimana, il 19 Novembre.

Il cambio dollari-lira è inoltre sì fisso, visto che la Banca Centrale Libanese sembra avere riserve a sufficienza per stabilizzarlo, tuttavia, a fronte della mancanza di dollari, il cambio reale, sul mercato nero, è ben più alto. La lira si sta deprezzando e tutti i beni d’importazione sono ora molto più cari.

Il settore bancario riveste inoltre un ruolo fondamentale nell’economia libanese: alto tasso di risparmio, correlato con alti tassi di interesse sui depositi, un settore edile in crescita e flussi di dollari che garantiscono liquidità. L’elevato indebitamento pubblico – 152% del PIL – può essere considerato sostenibile in virtù del fatto che la maggior parte del debito è nelle mani dei Libanesi.
Questo non vuol dire che non ci siano preoccupazioni: tre giorni fa Standard&Poor ha abbassato il rating del debito sovrano Libanese a “CCC”, con tendenza negativa, dato che “il declino della fiducia nella governance e nell’economia Libanese ha portato ad un’inversione del flusso di depositi bancari, i quali hanno storicamente finanziato gli elevati deficit del Libano per quanto riguarda sia il debito sia il la bilancia dei pagamenti”.

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Lire Libanesi. Fonte: REUTERS/Mohamed Azakir

La risposta dalla classe politica è per ora inadeguata..

Dopo le dimissioni di Saad Hariri, Raya Haffar Al Hassan potrebbe ricoprire la carica di Primo Ministro. Secondo Francesco Mazzucotelli, Al Hassan, attuale Ministo dell’Interno ed ex-Ministro delle Finanze potrebbe, in quanto politico conosciuto ma al tempo stesso spendibile come volto nuovo, oltre che donna, riuscire a dare credibilità ad un governo tecnico, come chiesto dai manifestanti, unendo una visione politica, necessaria per restituire credibilità e quindi finducia verso le istituzioni.

In questi giorni, invece, il Presidente Aoun ha dato l’incarico a Mohammed Safadi, imprenditore ed ex-Ministro delle Finanze, che ha dovuto rifiutare la candidatura ancora prima di un primo tentativo di formazione del governo proprio sull’onda delle proteste di piazza, che vedono la sua figura come emblematica di un sistema corrotto ed incompetente.

..se non potenzialmente pericolosa

In una situazione di questo tipo, dove sembra fondamentale arrivare ad una soluzione pacifica nel minor tempo possibile per effettivamente porre fine al rischio di un crollo economico e sociale, il Presidente della Repubblica Aoun fa l’opposto.

La strategia di Aoun è forse quella di creare una frattura tra chi protesta e i cittadini che sostengono sì il desiderio di rinnovamento, ma che sono più legati a problemi quotidiani. Quindi, invece di usare toni concilianti e spingere per soluzioni che tengano conto delle istanze dei manifestanti, li invita, in un discorso pubblico, ad andare a casa.
Inoltre aggiunge che, se chi protesta “non vede persone decenti in questo Stato, che emigrino. Non l’avranno vinta”.

Intanto, Alaa Abu Fakhr è morto. 38 anni, è stato ucciso davanti alla moglie e al figlio durante una protesta a Khaldeh quando, secondo le forze dell’ordine (fonte Reuters) un soldato ha aperto il fuoco per far disperdere i manifestanti che stavano bloccanod una strada.

 

alaaabu

“Basta uno o due alterchi particolarmente più accalorati di altri in un paio di posti di blocco per alzare di molto il tono della violenza interna, senza poi che in questo momento ci sia nessuno che riesca poi più a prendere le redini”.

La situazione rimane delicatissima.

Giacomo Romanini

[Immagine di copertina: REUTERS/Mohamed Azakir]

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