Voci da Beirut: testimonianze dal Libano in crisi

Per la redazione del seguente articolo, sono state raccolte alcune testimonianze di giovani e meno giovani che vivono a Beirut per cercare di tracciare un quadro di alcune problematiche attuali che la popolazione libanese (ma non solo) si trova ad affrontare in questo particolare momento. Lungi dal voler inquadrare la società di questo paese in schemi identitari monolitici e quindi spesso fuorvianti e poco utili, si sottolinea che non si vuole qui restituire una rappresentazione forzatamente omogenea delle difficoltà presenti nel paese attualmente, ma fornirne uno spaccato relativo ad una zona più o meno specifica; questo perché le interviste si sono svolte principalmente nella capitale libanese che, per alcuni versi, non sempre rispecchia la situazione a livello nazionale.

Una crisi, molteplici sfaccettature

BEIRUT – La tragica esplosione avvenuta nel porto di Beirut il 4 agosto 2020 è stato un evento che, per la sua drammaticità e singolarità, ha avuto grande risonanza a livello mondiale, essenzialmente per due motivi: un’elevata copertura mediatica fornita dalle testate giornalistiche e una diffusione virale delle immagini della deflagrazione. Questi due aspetti hanno riacceso, forse inevitabilmente, una sorta di interesse verso il Libano da parte della comunità internazionale. Tuttavia, dopo qualche settimana i riflettori si sono nuovamente spenti ma la crisi economica, politica e sociale che serra il paese da ormai più di un anno non si è fermata e, al contrario, non sembra dare segnali di una possibile e rapida stabilizzazione.

Esplosione a Beirut, 2020. Fonte foto: Flickr

Sebbene gli eventi degli ultimi mesi siano stati cruciali al fine di determinare il quadro drammatico che la società libanese si trova ad affrontare in questo momento (il governo ha dichiarato il default economico-finanziario a marzo), i fattori che hanno concorso alla produzione di questa crisi – forse una delle peggiori nella storia del Libano contemporaneo – risalgono a diversi anni fa e affondano le proprie radici in un sistema che, a partire dalla fine della guerra civile nel 1990, ha contribuito a plasmare una società estremamente polarizzata e caratterizzata da profonde disuguaglianze e ingiustizie. La suddivisione del potere politico su base confessionale – già definita nel 1943 e poi successivamente rivista dagli accordi di Ta’if del 1989-90 – ha riprodotto e intensificato, in modo particolare, fenomeni di clientelismo e nepotismo all’interno delle diverse comunità religiose di riferimento cristallizzando in questo modo alcuni modi operandi dei quali, tuttavia, non tutti traggono beneficio.  

In questo senso va la testimonianza di Zarif, ragazzo siro-libanese di 33 anni che lavora come imprenditore tra il Libano e l’Europa: «La corruzione, il sistema della wasta (traducibile letteralmente come “intermediario”, il termine viene utilizzato colloquialmente per riferirsi a fenomeni di nepotismo e clientelismo, ndr) è ovunque qua in Libano ed è diventato ormai qualcosa di intrinseco allo Stato libanese e alla sua società. Viviamo in uno Stato corrotto. Purtroppo, anche se non vuoi ricorrere a favoritismi, a volte sei costretto a farlo perché non c’è altro modo di fare le cose e di andare avanti, e questa è una realtà tanto disgustosa quanto riconosciuta da tutti e adottata quando possibile». Zarif, come tutti i libanesi che possiedono un conto corrente nel paese, dall’inizio della crisi ha accesso ai suoi risparmi in modo controllato e solo in valuta locale (una volta si poteva prelevare sia in dollari che in lire libanesi poiché le due valute erano agganciate secondo un valore di cambio fisso, ormai collassato) ad un cambio molto sfavorevole rispetto a quello che domina il mercato adesso e non può fare trasferimenti di denaro all’estero. Sta cercando un modo per mandare dei soldi alla sorella che sta in Canada per pagarle la retta universitaria e l’unico modo per farlo sembra, per l’appunto, ricorrere a delle conoscenze in banca e, dunque, alla cosiddetta wasta.

Le spaventose conseguenze del collasso economico 

Il problema dell’inflazione è uno degli aspetti più critici di questa crisi che, tra le altre cose, sta progressivamente portando ad un impoverimento della classe media libanese che potrebbe definitivamente scomparire nei prossimi mesi. Infatti, la lira libanese ha perso, in poco più di un anno, circa l’80% del suo valore ma il costo della vita è rimasto invariato quando non drasticamente aumentato, limitando enormemente il potere d’acquisto dei salari.

Beirut. Autore della foto: Giacomo Romanini

Quest’aspetto riguarda praticamente tutti gli intervistati indipendentemente dalla loro estrazione sociale: da Mike che lavora come bar tender a tempo pieno e guadagna l’equivalente di poco più di 360 euro al mese, fino ad arrivare a George, autista di taxi che fatica ad arrivare a fine mese e che ricorda di come, prima della crisi, con mille lire si potevano comprare fino a quattro manqoshe (una sorta di pane-pizza farcito con formaggio o timo, e abitualmente consumato per colazione, ndr) mentre adesso, con lo stesso importo, ce ne si può permettere solo uno. A detta di George, infatti, i problemi del Libano, in questo momento, sono essenzialmente due: i soldi e il cibo.

Al riguardo, vale la pena menzionare che il Libano, con una superficie di 10.452 km² (più o meno come la superficie dell’Abruzzo) e una popolazione di circa 7 milioni di abitanti, importa circa l’85% dei beni alimentari, alcuni dei quali attraverso dei prezzi calmierati, prima fra tutti la farina. Tuttavia, proprio in quest’ultimo periodo si sta discutendo sulla possibilità di diminuire i sussidi statali su alcuni prodotti, scelta che potrebbe scatenare una nuova ondata di proteste. Sempre George racconta poi di come ormai non si riescano più a trovare certi tipi di medicine poiché la loro importazione è troppo costosa mentre, in altri casi, non si vendono più confezioni intere di medicinali ma blister singoli.

Uno sconforto transgenerazionale 

Tra i giovani intervistati, l’elemento che emerge di più è sicuramente la disillusione nei confronti della situazione politico-economica complessiva e di un possibile cambiamento dello stato di cose attuale. Questo sentimento è cresciuto nel corso di questi mesi dopo che le numerose e partecipate manifestazioni e proteste antigovernative, iniziate nel mese di ottobre 2019 e perdurate per diverso tempo, non hanno dato i risultati sperati e cioè il rovesciamento della classe politica attuale, la fine della corruzione e la modifica del sistema confessionale.

A detta di Hassan, ragazzo di 23 anni che proviene da uno dei quartieri sciiti della capitale, notoriamente più poveri e marginalizzati, i problemi principali del paese sono il sistema confessionale e le persone che lo tengono in piedi, che altro non sono che gli stessi individui che si sono fatti la guerra per quindici anni per poi finire a governare. Hassan chiede a gran voce una riforma della legge elettorale, non più basata sulla spartizione dei seggi tra le diverse comunità e una legge sullo stato di diritto che preveda dei diritti civili slegati dall’appartenenza religiosa. Lui stesso si è rifiutato di farsi scrivere la propria fede religiosa sulla carta d’identità, prassi obbligatoria in Libano fino al 2009 e che ha spesso reiterato dei meccanismi di favore e non di rado aiutato a perpetuare discriminazioni su base confessionale.  

Se per alcuni ragazzi, come Hassan, che hanno partecipato alle mobilitazioni dell’autunno scorso, il confessionalismo rimane il principio fondante dal quale scaturiscono i problemi attuali (di qualsiasi natura essi siano), di ciò non viene fatto menzione da molti altri intervistati, che si scagliano congiuntamente contro tutta l’élite politica e il suo entourage, indipendentemente dall’affiliazione religiosa di quest’ultima.

C’è chi, come Eddy, tatuatore di 32 anni, si sente «incastrato» in questa situazione di immobilismo e di mancanza di opportunità causata dalla crisi economica e politica in cui versa il paese e c’è chi, come Natalie, cerca disperatamente delle opportunità per emigrare all’estero. Anche lasciare il paese sta diventando sempre più complicato: alcune ambasciate, come quella canadese, accettano soltanto pagamenti in dollari per tutte le procedure relative al rilascio del visto e per tantissimi è diventato praticamente impossibile entrarne in possesso. In più, diversi Stati del Golfo, che fino a poco tempo fa accettavano presso il proprio paese i cittadini libanesi senza che ci fosse il bisogno di un visto particolare da richiedere prima dell’arrivo, hanno inserito delle nuove procedure relative all’ingresso e alla permanenza, dettate in primo luogo dai processi di normalizzazione che alcuni di essi hanno concluso o stanno portando avanti con lo Stato di Israele.

Un altro problema molto comune, soprattutto tra gli studenti e le studentesse dell’università è quello relativo al costo che ha raggiunto l’istruzione: molti atenei privati, largamente frequentati e già di per sé cari, hanno infatti rilasciato delle circolari relative alla decisione di accettare solo pagamenti in dollari o in lire libanesi ad un tasso di cambio molto sfavorevole. Malak, studentessa laureata presso la Lebanese International University si è arresa nel tentativo di fare un master in un’altra università a causa dei costi proibitivi che hanno toccato le tasse di iscrizione e si è iscritta ad un master online.

In generale, disillusione e rassegnazione emergono anche tra gli intervistati meno giovani, accompagnate, a volte, dalla paura di un’escalation armata che conduca ad una nuova guerra. Chi è abbastanza grande da aver vissuto la guerra civile (1975-1990) sembra quasi non stupirsi più di niente e, allo stesso tempo, non ha alcuna speranza nel vedere un cambiamento reale nella classe politica che domina il paese da circa trent’anni. È il caso di Philippe, 60 anni, che indicando dalla finestra le case danneggiate e mezze distrutte dall’esplosione del 4 agosto, dice: «Noi non vogliamo una nuova guerra, ma sono loro che la vogliono», affermazione che rivela la situazione di disperazione, incertezza e insicurezza che molte persone vivono quotidianamente. Allo stesso modo, Yousef, di vent’anni più giovane, sintetizza così la sua opinione personale nei confronti della situazione attuale: «Non ci sono possibilità per fare piani per il futuro, neanche per il domani stesso perché non sappiamo cosa potrebbe succedere. In generale, non abbiamo più speranza, né per il presente, né per il futuro».

Camilla Rebora

La foto di copertina è stata scattata dall’autrice a Beirut nel 2019.

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