Libano, il tormentato “Paese dei cedri”

Il Libano è uno Stato della regione del Medio Oriente che si affaccia sul Mar Mediterraneo econfina con la Siria e con lo stato di Israele, la cui contorta situazione politica e sociale si spiega a partire dalla sua posizione geografica. Da una parte, il suo affaccio sul mare ha reso il “paese dei cedri” – chiamato così per l’innumerevole quantità di alberi di cedro che ricopriva il suo territorio – uno stato mercantile, dall’altra i confini con Siria e Israele ne hanno fatto un bersaglio per conflittualità interne ed esterne.

Un altro motivo della complessità dello stato libanese è la sua composizione etnico-identitaria, che vede il potere ancora oggi spartito, in base alla Costituzione del 1926, tra cristiani maroniti, armeni, copti, greco-ortodossi e altri, accanto a musulmani sunniti e sciiti, ma anche drusi e alawiti. La conformazione statale è quella di una Repubblica parlamentare in cui l’elemento più importante è il confessionalismo, secondo cui l’appartenenza religiosa è il principio che guida la rappresentanza giuridica. 

Confessionalismo di stato: divisioni che creano tensioni

La nascita delle comunità religiose precede l’emergere di un’entità politica comune e la loro trasformazione in strutture politiche fu favorita dal colonialismo. Il processo di istituzionalizzazione delle comunità fu infatti facilitato dalla presenza francese che ebbe un ruolo fondamentale nell’indirizzarlo, applicando un sistema di separazione delle cariche pubbliche proporzionato al peso delle varie comunità. Nel 1943 il Libano ottenne l’indipendenza, diventando una Repubblica che per legge deve avere come Presidente un cristiano maronita, come Primo Ministro un musulmano sunnita e come Presidente del Parlamento un musulmano sciita, divisione che ha creato – e crea – non poche tensioni tra la popolazione, poiché nel frattempo l’equilibrio demografico è mutato.  

Nel 1975, il clima teso che pervade il paese ha scatenato una guerra civile durata fino al 1990. Tra le cause (politiche, economiche e sociali) scatenanti si possono identificare: un peggioramento della situazione economica, la nascita delle milizie comunitarie a difesa delle rispettive comunità e la presenza di una resistenza palestinese all’interno dello stato che ha portato a scontri sempre più intensi sia con lo stato di Israele sia con altre milizie presenti all’interno dello stato libanese.

Il paese in un colpo d’occhio

Fine della guerra civile e nuove conflittualità 

Terminato il conflitto civile, il politico sunnita Rafik Hariri vince le elezioni del 1992 diventando primo ministro. Assassinato nel 2005, Hariri rappresenta una figura assai controversa per il paese stesso. Se da un lato riesce infatti a risollevare il Libano dalle macerie della guerra civile, dall’altro viene fortemente criticato per la sua politica personalizzata e attenta più ai propri interessi che a quelli della cittadinanza. Incapace di attuare una strategia di lungo periodo, finisce così per far aumentare le disuguaglianze a livello sociale, la polarizzazione delle posizioni confessionali a livello politico e intensificare il tasso di povertà, elementi che tuttora risuonano nelle diverse problematiche vissute dalla popolazione libanese.

In questa situazione e sin dagli anni Ottanta, un altro attore si è nel frattempo inserito nella scena politica e sociale dello stato: Hezbollah, il “partito di Dio”, un gruppo organizzato sciita che ha giocato un ruolo cruciale nella politica libanese diventando il primo partito politico del paese dopo la decisione di partecipare alle elezioni del 1992. Lo stesso gruppo è anche uno dei protagonisti indiscussi della resistenza contro lo stato di Israele, il quale nel 2006 bombarda per circa un mese alcuni territori del Libano, sconvolgendo un’altra volta il paese.

Un governo che dura da troppo tempo

Negli anni successivi, la scena politica nazionale è stata caratterizzata da forti irregolarità, fragilità e vuoti di potere, fino alle elezioni del maggio 2018 che hanno portato alla terza nomina di Saad Hariri, figlio di Rafik Hariri, a primo ministro. Quest’ultimo ha cercato di guadagnare solidità attraverso un nuovo processo di stabilizzazione per formare un governo di accordo nazionale con lo scopo di accompagnare il paese verso nuove riforme economico-strutturali e di rafforzare lo stato.

Questo tentativo però non ha avuto successo, come testimoniano le migliaia di persone che il 17 ottobre 2019 sono scese in piazza a Beirut per protestare contro una classe politica corrotta e da troppo tempo al potere, e contro le difficoltà economiche che da anni allargano sempre di più la forbice tra ricchi e poveri, appesantita dalla grande quantità di profughi arrivati nel paese dopo lo scoppio della guerra civile in Siria.

Il 29 ottobre 2019 il presidente Saad Hariri ha rassegnato le sue dimissioni. Questo gesto non sarà probabilmente sufficiente per placare gli animi delle proteste, in quanto servono piani più concreti e a lungo termine per far uscire lo stato libanese dalla morsa della crisi economica e per rinnovare una classe politica corrotta e ormai distante dal popolo.

Anna Toniolo

Immagine di copertina: Joseph Eid, Afp, via Internazionale

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