Let’s play an easy one instead: gli Opeth live a Milano

È difficile raccontare un concerto degli Opeth: la band svedese fa musica intellettuale, ma con un linguaggio che nutre la loro fanbase composta in larghissima parte da metallari. L’atmosfera è goliardica, un po’ cazzara, e non quieta e riflessiva come la vorrei. Ma tant’è, gli Opeth questo sono, e alla loro seconda calata nel Bel Paese come headliner in 5 anni me la sono messa in tasca e ho sopportato chi, a metà della seconda canzone, DEVE passare davanti spintonando chiunque per andare più avanti; ho sopportato i deficienti che, all’Alcatraz di Milano, hanno ritenuto opportuno fumare durante il concerto. E naturalmente ho sopportato i metallari, che non accettano che le parti tranquille dei pezzi prog sono fatte per essere ascoltate e godute, e non per urlarci fesserie.
Comunque.

Arrivo in zona Alcatraz nel pomeriggio, dove ho trovato i soliti Sasha e Marco, compagni di avventure da quasi un decennio, ormai, e ci siamo messi in fila alle 16:30. Dopo un paio di apparizioni åkerfeldtiane (il capo degli opeth era uscito un attimo dal tour bus, che data la posizione disgraziata dell’Alcatraz era davanti al posto e non dietro), fuggevolissime, il tempo scorre tranquillo, e nel frattempo a noi si aggiunge Lavinia, amica di Marco (una donna a un concerto prog? È un episodio di Ai Confini della Realtà). Alle 17:30 si aprono le porte, e dopo aver lasciato gli zaini al guardaroba* e aver fatto dello shopping al banchetto del merchandise riusciamo ad assicurarci un posto ragionevolmente vicino al palco. Sfortunatamente, l’Alcatraz è assolutamente piano, dunque che tu sia in seconda o ventiquattresima fila cambia poco, dovrai comunque fare zig zag con la testa per evitare quelli alti davanti a te.

Il concerto è aperto dai The Vintage Caravan, che sono in effetti piuttosto vintage, ma hanno una carica notevole, ed entusiasmano tutti un sacco con il loro velocissimo hard rock anni ’70.

Alle otto in punto, parte il nastro di “Livets Trädgård”, l’introduzione a In Cauda Venenum, e si nota già l’avanzamento tecnologico della band rispetto ai tour precedenti, davvero minimalisti con le scenografie. C’è uno schermo a LED dietro il palco, che però ha dei prolungamenti sulle pedane di tastiere, batteria e basso (come si vede nella foto), sul quale si vedono cose diverse a seconda delle canzoni. Inevitabilmente segue “Svekets Prins” (primo vero brano dell’album), e viene finalmente rivelato (a chi non è un cultore di setlist.fm o è riuscito ad evitare qualunque spoiler sulla scaletta) che i brani del disco nuovo verranno cantati in svedese (gioia e tripudio!). Sfortunatamente, non si comincia benissimo sul fronte audio: il mix è un po’ fangoso e i complessi arrangiamenti del brano perdono un po’ di spessore (spoiler: non migliorerà per un bel pezzo).

Si prosegue con “The Leper Affinity” (da Blackwater Park, considerato da molti il capolavoro della band), per far capire ai metallari che c’è ancora cattiveria in casa Åkerfeldt, e “Hjärtat Vet Vad Handen Gör”, il pezzo più cattivo di In Cauda Venenum. Finita questa, ecco entrare in scena il burattinaio della band, il controllore supremo (che per l’occasione indossa un cappello: “it’s a ladies’ hat, I believe – I can’t really tell the difference”**), che con il suo umorismo svedese regala sempre grandi emozioni.
Dopo una battuta su “You Suffer” dei Napalm Death, Mikael spiega che i concerti degli Opeth, pur promuovendo un album, cercano di essere sempre un compendio della loro carriera –“the problem is, our songs are so fucking long it’s kinda difficult to…”***. Mikael spiega poi che il prossimo brano, da Ghost Reveries, sarà introdotto da Frederik (Åkesson, il chitarrista): il riff iniziale di “Harlequin Forest” ci sciabola la faccia (peccato per il volume criminale del basso), e veniamo catapultati in una foresta oscura, inseguiti dai cani, fino alla martellante conclusione. Siamo tutti gasatissimi, ma Mikael ci informa che ora ci saranno due canzoni “piuttosto strane”, e che in realtà è colpa nostra: sono ispirate dalle tonnellate di gruppi prog italiani che infestano la sua collezione di dischi! Si prosegue dunque con il brano più anomalo (ma per questo interessante) dell’intero concerto, ovvero “Nepenthe” da Heritage, e poi con il brano che, per me, è stata la scelta più interessante fatta dalla band per la scaletta di stasera: Åkerfeldt ci spiega che la scelta è partita da Åkesson: “I said no, because it’s fucking difficult to play. Let’s play an easy one instead. But then we played it.”**** Il brano è “Moon Above, Sun Below”, da Pale Communion (probabilmente il mio disco preferito degli Opeth).

“Hope Leaves” è un brano da Damnation, il primo disco prog puro della band (e quello col quale li ho scoperti) – lacrimoni, peccato per l’assolo un po’ riccardone di Åkesson, che non si inserisce perfettamente nell’atmosfera mesta della canzone. Mikael, a questo punto, ci comunica che alle 22 devono aver finito perché poi apre la discoteca (questo Alcatraz non finisce mai di stupire!) – e quindi adesso suoneranno un pezzo veloce. L’intro vocale è inconfondibile, e “The Lotus Eater” fa generare un mosh pit davvero inatteso sottopalco (con qualche spettatore palesemente proveniente dai fan della Premiata Forneria Marconi, per ragioni anagrafiche, un po’ terrorizzato). A metà del brano, peraltro, sembra che il fonico abbia finalmente avuto ragione della tecnologia, e i pezzi suonano come dovrebbero. Il set principale si chiude, appropriatamente, con “Allting Tar Slut”, pezzo conclusivo di In Cauda Venenum il cui titolo significa appunto “Tutto finirà”, che regala anche una notevole performance vocale di Frederik.

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Tutto finirà?

I bis cominciano con la title track del penultimo album, “Sorceress”, che già su Garden of the Titans aveva dimostrato di rendere al meglio dal vivo. Dopo un momento molto buffo, con Mikael che chiama qualcuno a portargli dei plettri, e questo qualcuno gli fa notare che ne ha ancora un sacco poco più in basso, dopo la presentazione della band con il pubblico che invoca a gran voce Michele, Federico, Gioacchino e Martino – italianizzando i nomi dei componenti della band, tranne Martin Axenrot, che viene presentato semplicemente come Axe (qualche temerario ha provato a gridare “Ascia” ma senza troppa convinzione) – si arriva al termine. Termine che giunge con la sempre devastante “Deliverance”, ascoltata “un milione di volte – ma perché non suonarla un milione e una volta?
Delle ragazze in prima fila tirano dei reggiseni sul palco – è decisamente un episodio di Ai Confini della Realtà – e tutti noi veniamo trasportati nell’Opethverso per questi ultimi 13 minuti, che ci lasciano come sempre felici e senza fiato.

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Il pastore e le sue pecorelle.

Al netto delle (ahimè, notevoli, almeno rispetto alla prima volta che li ho sentiti, sempre all’Alcatraz nel 2014) problematiche audio, un concerto memorabile, con scaletta ineccepibile: questa formazione è la più solida di sempre degli Opeth, essendosi creata per il tour di Heritage nel 2011 e avendo prodotto tre album in studio e un live, più il tour per i dieci anni di Ghost Reveries nel 2015, e si sente. Il loro sound è ormai maturo anche dopo i cambiamenti in direzione prog di questo decennio, e anche i fan più duri e puri si stanno rassegnando ad ammettere che la band resta un faro nel buio come è sempre stata.

 

Guglielmo De Monte
@BufoHypnoticus

Tutte le foto sono mie (si vede! diranno i più salaci di voi).

*[a proposito, caro Alcatraz, questa cosa, diciamocelo, la potevi gestire meglio: se è obbligatorio lasciare gli zaini nel guardaroba, non dico poterlo fare gratuitamente, che sarebbe comunque lo scenario migliore – ma capisco anche io che un servizio gratuito rischia di rivelarsi di scarsa qualità – ma almeno potevi avvisare]

** “è un cappello da donna, credo – è che non so proprio distinguerli”

*** “Il problema è che le nostre canzoni sono lunghissime, cazzo, è un po’ difficile…”

*** “Ho detto di no, perché è difficile da suonare, cazzo. Suoniamone una facile, invece. Ma poi l’abbiamo suonata.”

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