Terra Madre Salone del Gusto 2018: all’insegna del cambiamento

Food for Change è il tema protagonista del Salone del Gusto 2018, il più grande evento internazionale dedicato al cibo che si è tenuto a Torino dal 20 al 24 settembre.

Una manifestazione che non è stata dedicata solo al cibo in sé, ma che ha focalizzato la sua attenzione sulla rivoluzione lenta e pacifica che può scaturire proprio dalla scelta delle materie prime secondo criteri etici, consapevoli e rispettosi delle persone e dell’ambiente.

La manifestazione, organizzata da Slow Food, Città di Torino e Regione Piemonte, in collaborazione con il Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali e il coinvolgimento del Ministero dei beni e delle attività culturali del turismo, si è in questa edizione impegnata per coinvolgere un alto numero di partecipanti il più eterogenei possibili. Hanno infatti preso parte 7000 delegati della rete di Terra Madre provenienti da 150 Paesi, 230 migranti, 1000 giovani, 340 indigeni, 350 docenti, 950 volontari in città, 200 studenti in alternanza scuola lavoro e 200 richiedenti asilo impegnati nell’assistenza alla raccolta differenziata.

Un Salone del Gusto che, in modi più o meno diretti, ha posto la propria attenzione su alcuni diritti fondamentali che coinvolgono diverse fasce della popolazione mondiale e il nostro pianeta, cercando di innescare in ognuno di noi il bisogno del cambiamento a partire dal cibo, in modo da farci capire che le nostre scelte contano. “Il cibo può tornare ad essere il ponte che riconnette l’uomo con la natura, ma a patto che i consumatori diventino protagonisti”, apre così il numero dedicato al Salone la rivista Slow dell’associazione Slow Food Italia.

In questi giorni al Salone abbiamo scelto un percorso tematico che si è mosso lungo la linea rossa dei diritti, partendo dal nostro bene più comune e meno considerato: il suolo e le migrazioni ad esso connesse, spostandoci poi verso i diritti negati che spesso la terra impone e soffermandoci in particolare sul tema del caporalato, concludendo con il confronto, prezioso, con alcuni giovani indigeni che stanno cercando di recuperare le proprie tradizioni affermando i loro diritti e le loro libertà.

Il cambiamento climatico non è una moda di noi ambientalisti con la pancia piena, ma c’è già chi ne soffre le conseguenze!” inizia così l’incontro dedicato alle migrazioni del clima tenutosi all’Arena di Terra Madre, lo spazio dedicato a migranti giovani e popoli indigeni, aperto da Alessandro Giannì, direttore delle campagne di Greenpeace in Italia. Grammenos Mastrojeni, diplomatico italiano e coordinatore per l’eco-sostenibilià della Cooperazione allo Sviluppo e Cristina Franchini, UNHCR, hanno dialogato sul cambiamento climatico come fattore di migrazioni forzate verso l’Europa e il resto del mondo. Questa trasformazione sta ormai colpendo ogni paese in ogni continente, provocando danni maggiori in quei luoghi in cui il clima gioca ancora il ruolo fondamentale di “orologio” sociale, cambiando i ritmi della natura e di conseguenza di tutta una fragile società che ci gira attorno, obbligando le persone a migrare. E noi cosa possiamo fare? Innanzitutto adottare abitudini che prevedono un consumo ed uno smaltimento dei rifiuti consapevole, scegliendo prodotti che provengono da agricoltura sostenibile che riduca le emissioni e non sfrutti il suolo e smaltendo i nostri rifiuti in maniera corretta e cosciente. Su questo tema l’evento ha posto una forte attenzione, adibendo alcune isole ecologiche supervisionate dalle Sentinelle del Riciclo e fornendo ad ogni espositore un kit per fare una corretta raccolta differenziata nello stand.

Inoltre, Mastrojeni ha focalizzato l’attenzione sull’importanza di promuovere nel tempo una serie di diaspore dei migranti che hanno abbandonato la propria casa, a reinvestire nelle terre che hanno abbandonato, attraverso una serie di fondi sia pubblici che privati e, soprattutto, attraverso l’azione di associazioni come Slow Food  che permettono un approccio al territorio slow e corretto, nella prospettiva del rispetto dei diritti di tutti.

Nella prospettiva di un approccio sostenibile alla produzione agricola, è fondamentale porre l’attenzione anche su quanto accade in Italia dove l’agricoltura è un settore ancora molto significativo, sia dal punto di vista strettamente economico che sociale. E proprio puntando l’attenzione sui diritti di chi si occupa del terreno, il focus non può che essere su un prodotto molto controverso: il pomodoro. Negli ultimi anni se ne è spesso sentito parlare  in relazione alla pratica del caporalato, è naturale allora chiedersi se esista un’alternativa. Approfittando, dunque, degli espositori del Salone del Gusto, ci siamo addentrati tra gli stand di alcuni produttori di alimenti a base di pomodoro e di filiere corte di produzione, cercando di capire la storia della loro produzione e soprattutto l’attenzione dedicata ai diritti che questo cela dietro di sé.

Ci siamo spostati tra Sicilia, Puglia e Campania per interrogare noi e loro sulla provenienza della materia prima. Alicos e i Fratelli Burgio sono. ad esempio, due produttori finali della regione Sicilia, entrambi utilizzano pomodori che provengono da aziende esterne. I bassi quantitativi di produzione e la grande attenzione per la qualità permettono ad entrambi di poter scegliere aziende di coltivatori diretti, spesso a conduzione familiare, che pongono molta cura sia sui principi di salute e genuinità, sia sulla tutela del lavoratore, che non è costretto a ritmi di lavoro disumani dettati dalle grandi quantità di raccolta.

Agriblea è, invece, un produttore diretto, che ci racconta come la sua filiera corta lavora nella piena attenzione del rispetto sia dell’ambiente e della qualità, che dei propri dipendenti, vantando una certificazione GRASP e i ringraziamenti di alcuni dipendenti che ci mostra con molta soddisfazione. Il produttore ci racconta anche come stia pian piano cambiando il controllo di tale tutela anche da parte delle istituzioni, l’azienda ha infatti ricevuto due controlli anti-caporalato a sorpresa nell’ultimo anno (conseguenza dell’emanazione della legge 29 ottobre 2016 n. 199  che ha modificato il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro previsto dall’ art. 603-bis del codice penale) e di come questi controlli si stiano fortunatamente diffondendo in tutto il territorio.

Chiediamo, infine, se il cliente è sensibile alla provenienza della materia prima al momento dell’acquisto e tutti ci rispondono che, purtroppo, in Italia l’attenzione è ancora poca, mentre all’estero, in particolare nel nord Europa, si sta diffondendo un interesse più accentuato anche nei confronti di questo argomento e non solo sul gusto e la qualità.

Infine, il nostro tour tra cibo e diritti focalizza la propria attenzione sul ruolo fondamentale, e spesso poco noto, svolto dalle comunità indigene, presenti al Salone in questa edizione. “Siamo tutti indigeni di questo pianeta. Siamo tutti una famiglia e dovremmo rispettarci tutti e trattarci come una famiglia.” Wade Fernandez, nato nella Menominee Indian Reservation nel Wisconsin, USA e cresciuto in una casa circondata dalla foresta, ci racconta come in un momento storico come quello che stiamo vivendo, sia importante tornare alle tradizioni e soprattutto al rispetto per la Madre Terra cambiando i nostri stili di vita e calcando le radici di popoli indigeni che ancora si impegnano per rispettare il proprio territorio.

I rappresentanti delle comunità indigene provengono da molti Paesi del mondo, e ciò su cui tutti focalizzano la propria attenzione è in particolare la lotta per il rispetto delle persone e dei prodotti, attuata attraverso la rigenerazione di sementi in via d’estinzione e l’allevamento di animali che da secoli appartengono alla loro tradizione. Questo, secondo Wade Fernandez permetterebbe di “tornare alle proprie radici e rallentare il processo di produzione e consumo”. I giovani indigeni stanno combattendo per trasmettere al resto della popolazione il valore della compatibilità tra coltura e terreno, in quanto le usanze antiche spesso si adattano più facilmente alle proprietà del terreno locale.

Un Salone intenso e denso di contenuti, che ci ha fatto scoprire storie diverse e che soprattutto ha cercato di renderci consapevoli riguardo a quel piccolo-grande cambiamento necessario per cercare di salvare la nostra Madre Terra. Un evento che ci ha portati a capire che i diritti non sono scollegati dal cibo, ma anzi, ne fanno parte in ogni sua forma.

Anna Toniolo

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