Il mondo ha ancora fame: tra il dire e il fare c’è di mezzo l’informazione

Ti è mai capitato di entrare in un supermercato e di sentire quella confusa sensazione di saturazione? Di stupore davanti alla grandissima quantità, varietà, qualità di cibo? O di stordimento e annebbiamento cerebrale post-sushi all’all you can eat? Beh, purtroppo, 815 milioni di persone non conoscono questo struggle.

Siamo cresciuti sapendo che la fame nel mondo esiste e che tante persone muoiono ogni giorno perché non hanno cibo a sufficienza. A chi non è mai stato detto “e finisci la minestra, non vorrai davvero lasciarne due cucchiaiate? I bambini in Africa muoiono di fame!”. Bene, siamo bombardati al punto da queste affermazioni, sin da piccoli, che l’esistenza di persone malnutrite diventa un dato di fatto, qualcosa che c’è, e sempre ci sarà. Però è distante. Io personalmente non ho mai conosciuto qualcuno che non avesse di che mangiare e – e per questo sono molto grata – non sono mai andata a letto a stomaco vuoto.

Apparecchiamo la tavola

Il tema della fame nel mondo va innanzitutto collocato nella grande cornice della sicurezza. Questo concetto ha fatto un lungo viaggio da quando è nato e se un tempo si riferiva solo ed esclusivamente alla sicurezza nazionale, negli anni ‘70 e ‘80, in concomitanza con la nascita dei movimenti ambientalisti, si è evoluto andando a comprendere anche i caratteri economici e sociali che ruotano attorno al concetto, per finire negli anni ‘90 ad ampliare i suoi confini al sovranazionale. Oggi, per finire in bellezza, essendo l’individuo come singolo diventato sempre più il destinatario del diritto internazionale (e non più soltanto gli Stati, per capirci), si è arrivati a parlare di sicurezza umana. Il suo significato viene sempre più associato all’idea di una vita libera dal bisogno e dalla paura, che coincide con la possibilità che le persone prendano decisioni volte al miglioramento della propria condizione in modo libero e senza rischi di ripercussioni, possibilità che presuppone quindi la protezione da minacce gravi, croniche o improvvise, che impediscano la fruizione di una vita dignitosa.

La sicurezza umana ha molti volti. Uno di questi è la sicurezza alimentare che, come affermato dalla FAO nel World Food Summit del 1996, è garantita nel momento in cui tutte le persone hanno accesso ad un’adeguata, sufficiente e nutriente quantità e qualità di cibo che permetta la fruizione di una vita sana e attiva.

Il fatto che la sicurezza alimentare sia garantita rappresenta la realizzazione del diritto al cibo, diritto riconosciuto in svariati strumenti internazionali – giusto per citarne alcuni: la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, i Patti Internazionali sui Diritti Economici, Sociali e Culturali, la Convenzione sui Diritti del Fanciullo (e le Fanciulle? Mannaggia a questo linguaggio sessista e non sessuato), il Protocollo di San Salvador e altri – e che si configura come il diritto ad avere accesso regolare, permanente e non ristretto ad un’adeguata quantità e qualità di cibo rispondente alle tradizioni culturali di cui le persone fanno parte.

Capiamone un po’ di più: la fame nel mondo oggi

Nella cornice dell’Agenda 2030, FAO, IFAD, UNICEF, WFP e WHO hanno deciso di andare effettivamente a monitorare lo stato dell’arte dell’eradicazione della fame nel mondo. Ecco nato il report The State of Food Security and Nutrition in the World, che con cadenza annuale valuta globalmente l’evoluzione della sicurezza alimentare e i progressi fatti nella lotta alla fame nel mondo.

Uno dei dati più impattanti che emerge da questo report è che nel 2016 il numero di persone che nel mondo soffrono di malnutrizione è aumentato a 815 milioni, rispetto ai 777 milioni di persone denutrite del 2016, ma mantenendo un trend positivo in comparazione con i dati degli anni 2000, in cui le persone globalmente denutrite erano 900 milioni. Battaglia persa, guerra in corso di vittoria?

 

fame nel mondo dati
Il numero di persone malnutrite è in aumento dal 2014

L’inversione del trend della malnutrizione è particolarmente evidente nelle zone teatro di conflitti o soggette a siccità o alluvioni, come il continente africano e il Medio Oriente. Confrontando i dati sulla prevalenza della malnutrizione nelle diverse aree del mondo, ci si accorge infatti che la percentuale più alta si registra in Africa (20%), seguita dall’Asia (11,7%), dall’Oceania (6,8%), dall’America Latina e dai Caraibi (6,6%), per finire con l’Europa e il Nord America con una percentuale inferiore al 2,5%.

fame in africa
La percentuale più alta di malnutrizione si trova in Africa, in termini assoluti in Asia

Quindi pare evidente, nonché urgente, cambiare tattica e creare un approccio sensibile ai conflitti in cui azioni di assistenza umanitaria immediata vadano a braccetto con politiche di sviluppo di lungo termine finalizzate al mantenimento della pace.

Il dato più sconvolgente però è che il trend della malnutrizione corre parallelo con la diffusione a macchia d’olio del fenomeno dell’obesità e del sovrappeso. All’interno del report si evidenzia infatti che l’obesità e il sovrappeso infantili sono in aumento in quasi tutte le aree del mondo, ad eccezione del Giappone e dell’Africa centrale e occidentale, mentre quella adulta è diffusa in tutte le aree geografiche. 

obesità mondo
“L’obesità mondiale era come l’universo, in espansione”

Questo intreccio di dinamiche è ravvisabile non solo nei paesi ad economia ricca, ma anche nei paesi con PIL medio-basso, dove la variazione delle abitudini alimentari, l’urbanizzazione e la diffusione di uno stile di vita sedentario stanno cominciando a farsi largo (viva l’emulazione dell’Occidente e i cibi processati!), pur toccando solo la parte di popolazione che sta dalla parte della forbice sociale più abbiente.

Insomma, dati scoraggianti per quanto riguarda il 2016, la strada per un mondo senza fame e senza malnutrizione entro il 2030 è lunga e sembra necessario uno sforzo di nuovo tipo.

Ma chi si occupa di sicurezza alimentare? Oltre gli stati

Un fenomeno così complesso dovrà pur avere uno o più responsabili, viene da pensare. Il ruolo dello Stato è a tutti gli effetti ancora imprescindibile, posto che nella quasi totalità dei casi, grazie al suo ruolo amministrativo ed esecutivo, si configura come il filtro necessario per trasformare diritti sanciti a livello internazionale, come il diritto al cibo appunto, in politiche concrete miranti alla protezione, alla promozione e alla realizzazione di diritti.

Ma – eccome se c’è un ma – la nostra epoca storica sembra caratterizzata da quello che Tanja E. Aalberts chiama “fuga tripartita di sovranità statale”. Questo fenomeno – rafforzato anche dalla globalizzazione, dalla mondializzazione dell’economia e dall’internazionalizzazione dei diritti umani – consiste nella condivisione di poteri un tempo prettamente statali con altri attori.

Tra questi attori ci sono innanzitutto le organizzazioni intergovernative, come le Nazioni Unite. Questa è certamente uno dei soggetti più coinvolti nell’ambito della sicurezza alimentare, come dimostrano gli sforzi nella creazione di progetti e programmi, quali gli Obiettivi del Millennio e l’Agenda 2030, e la stessa fondazione di agenzie specializzate che trattano direttamente questa tematica, come la Food and Agriculture Organization (FAO), il World Food Programme (WFP) e lo United Nations Development Programme (UNDP).

Ma il vero pezzo forte sembrano essere le organizzazioni non governative, così prioritarie nella scena internazionale in quanto massima espressione della società civile e dell’individuo.

Le ONG impegnate nell’ambito della sicurezza alimentare sono svariate e hanno approcci tra loro molti diversi. Basti pensare a World Vegetable Center, un istituto agricolo di ricerca e di sviluppo che si pone l’obiettivo di alleviare la povertà e la malnutrizione attraverso l’aumento della produzione e del consumo dei vegetali. A tale scopo crea semenze vegetali rinforzate, resistenti ad una grande varietà di situazioni climatiche e conseguentemente esportabili in ogni parte del mondo. O basti pensare a Slow Food che, ponendosi sul versante diametralmente opposto, propone di creare progetti modulati sulla conoscenza tradizionale e antica e basati sul rispetto delle colture locali, come L’Arca del Gusto o 10.000 Orti in Africa.

Le posizioni, i punti di vista e i programmi sono variegati e il punto di forza delle organizzazioni di società civile risiede nel loro ruolo di ponte e collante tra il locale e il nazionale o internazionale, molto spesso percepito come un’entità distante e a sé stante.

C’è qualcosa che ognuno di noi può fare per combattere la fame nel mondo?

Una proposta che tiene fortemente conto del ruolo dell’individuo, di chi sente tutta la dignità di essere una piccola goccia nell’oceano, è quella di Humane Society International. Questa ONG ha stilato dei rapporti (An HSUS Report: The Impact of Industrialized Animal Agriculture on World Hunger e An HSI Report: The impact of industrial farm animal production on food security in the developing world) che contengono una risposta certamente non convenzionale alla fame nel mondo.

HSI sostiene che il consumo di carne prodotta secondo il modello produttivo intensivo e industriale abbia un grande impatto (negativo!) sulla sicurezza alimentare. Innanzitutto perché l’industria agroalimentare intensiva sfrutta enormemente i piccoli produttori locali che, a causa della scarsa capacità contrattuale, sono molto spesso esclusi dal mercato o posti in una condizione di subordinazione. In secondo luogo, questo tipo di produzione comporta un grande depauperamento di risorse naturali.

Un esempio? Secondo l’International Water Management Institute e lo Stockholm International Water Institute la risorsa acqua è largamente utilizzata nella produzione di alimenti animali, tanto che per produrre 1 kg di carne di pollo si utilizzano 6000 litri d’acqua, quando per produrre il corrispettivo in cereali ne serve la metà. Un’altra risorsa che risente molto dell’allevamento intensivo è il terreno. Inaridimento, deforestazione, inquinamento delle riserve d’acqua e innalzamento delle temperature sono tutte questioni ambientali che tuttavia impattano fortemente sulla sicurezza alimentare.

Ma sono le risorse vegetali quelle più incredibilmente sfruttate. HSI sottolinea infatti che il rapporto di conversione di alimenti animali in sostanze nutritive e proteine è inefficiente, dato che molte delle risorse con cui vengono nutriti gli animali vanno a costituire prodotti non commestibili (chi oltre a mio babbo mangia l’occhio del pesce? sigh!). Ma la vera inefficienza sta nel fatto che con le risorse vegetali con cui si nutrono gli animali – cibo in potenza di una piccola parte di popolazione mondiale – si potrebbe nutrire attraverso politiche redistributive un insieme molto più grande di persone.

fame nel mondo vegeteriani
“Perché coltiviamo cereali per nutrire gli animali che mangiamo invece di mangiare direttamente i cereali?”

Insomma, politiche di redistribuzione e progetti che valorizzino le culture e le colture locali sono necessari e in questo il ruolo di advocacy e di lobbying delle organizzazioni non governative impegnate nell’ambito della sicurezza alimentare è cruciale. Quello che però dovrebbe più riempire di speranza è che ognuno di noi, tramite uno stile alimentare che prediliga alimenti vegetali – le dinamiche economiche di domanda e offerta, io non compro e tu non produci, parlano chiaro – può contribuire alla lotta alla fame nel mondo. Pronti a ad essere una dignitosa piccola goccia nell’oceano?

Marta Silvia Viganò

Copertina: http://www.citiesobserver.com/this-is-the-silly-price-of-ending-world-hunger/

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