barca di pescatori senegal

Un racconto diverso dell’Africa. Intervista ad Andrea de Georgio

Andrea de Georgio, giornalista e documentarista freelance, è fra i pochi autori italiani ad occuparsi con assiduità dei paesi dell’Africa occidentale. Ha collaborato con numerosi media nazionali e internazionali, tra i quali CNN, Al Jazeera, RaiNews24, Radio3Mondo, Limes, Internazionale e Nigrizia; è inoltre ISPI associate research fellow. Ha vissuto a Bamako (capitale del Mali) dal 2012 al 2017, per poi trasferirsi di recente a Dakar. Lo scorso settembre è uscito per Egea il suo primo libro: Altre Afriche. Racconti di paesi sempre più vicini.

Altre Afriche alterna il racconto delle esperienze di uomini e donne che hai conosciuto di persona e l’analisi di fatti di storia recente. Da dove nasce l’idea di dare questo taglio all’opera?

Anni fa è uscito un mio articolo sull‘insurrezione popolare dell’ottobre del 2014 in Burkina Faso, che aveva portato alla caduta del ventisettennale regime di Blaise Compaoré. Preferisco sempre raccontare ciò che osservo di persona, ma in quel momento non mi trovavo nel paese. Così ho scritto il pezzo partendo dalle conversazioni fatte al telefono con un mio amico, tassista nella capitale Ouagadougou, che mi aveva raccontato quanto aveva visto e vissuto in quei giorni. Il direttore di Egea, al quale l’articolo era piaciuto molto, mi ha proposto di dare la stessa impostazione al libro. Inizialmente io e l’editore avevamo valutato opzioni diverse: un saggio di geopolitica o una raccolta di reportage. Alla fine abbiamo optato per un equilibrio tra microstorie e macrostorie.

Come hai scelto il titolo?

“Altre” suggerisce una narrazione diversa da quella proposta di solito dai nostri media. “Afriche” combatte la diffusa pratica di raccontare la regione africana occidentale, se non l’intero continente, come se fossero un insieme omogeneo, quasi un unico paese, cosa che non aiuta la comprensione reciproca né tanto meno l’empatia. I paesi dei quali ho scritto (Senegal, Mali, Burkina Faso, Costa d’Avorio e Niger) sono “sempre più vicini” perché vi si verificano fenomeni dai quali non possiamo prescindere: in primo luogo migrazioni e terrorismo, anche se credo occorra superare la lente deformante di questo binomio. Tuttavia, non m’interessava solo la vicinanza strategica ma anche quella umana. Ne abbiamo un disperato bisogno, immersi come siamo in una continua disumanizzazione dell’altro da noi, di ciò che non coincide con la nostra identità. Le persone di cui ho parlato nel libro sono come membri di una famiglia allargata per me; con loro ho legato tantissimo. Ho pensato che ascoltare la loro voce avrebbe potuto dare al libro una dimensione più reale e profonda.

copertina libro Altre Afriche

Se quanto accade nella regione è importante anche per noi, perché ne sentiamo parlare così poco?

Conosco molti giornalisti e ricercatori che scrivono dei posti in cui vivono e cercano di entrare il più possibile in contatto con i loro abitanti. Considero fondamentale mantenere questo approccio al lavoro. Tuttavia, la classe dirigente del giornalismo si comporta in maniera opposta. Alcuni autori scrivono di paesi che non visitano. Altri si specializzano nel mestiere dell’inviato di guerra, svolgendolo benissimo, ma non hanno strumenti per parlare di cose diverse dai conflitti. Altri ancora sono semplicemente ignoranti. C’è chi non sa la differenza tra Niger e Nigeria, e chi va all’estero senza conoscere non dico una lingua locale, ma nemmeno una veicolare, così ha bisogno di due interpreti per lavorare: ad esempio, uno dal bambara al francese e un altro dal francese all’italiano. Tutto questo limita le possibilità di approfondimento. Ma penso ci sia anche un’altra spiegazione per il paradosso di cui parli. Spesso il giornalismo di esteri vuole essere consolatorio per il pubblico. Di quanto accade fuori dall’Europa riceviamo solo notizie negative: conflitti, attentati, colpi di stato, corruzione, carestie, epidemie. Così possiamo dire: qui la vita è dura, però tantissima gente sta peggio di noi, quindi siamo fortunati a vivere nella parte giusta del mondo. Decostruire questa lettura degli eventi e darne un’altra è forse il motivo principale per cui faccio questo lavoro. Le differenze tra Europa e Africa esistono, ma voglio dare il mio contributo, per quanto piccolo, alla ridefinizione dei loro rapporti reciproci. Anche perché le somiglianze tra noi e loro non mancano: un esempio è la relazione tra le masse e le élite, tra i molti e i pochi. Un politico ivoriano adotta gli stessi comportamenti di un suo omologo italiano o americano. Il fatto che attori dell’economia e della finanza abbiano un’influenza maggiore sulla vita delle persone di quella delle istituzioni nazionali accade tanto in Africa quanto in Europa. Con una lettura degli eventi di diverso tipo, questi rapporti di potere potrebbero essere messi in discussione dal basso; invece, il comportamento dei media consente di preservare lo status quo.

Cosa s’impara guardando alle migrazioni dai paesi di origine e di transito dei flussi?

Innanzitutto si scopre che ogni spostamento costituisce una migrazione con caratteristiche particolari: nel descrivere questo fenomeno è quasi impossibile generalizzare. Poi si nota come i flussi siano soprattutto intra-africani, e intra-regionali nel caso specifico dell’Africa occidentale. Nei quindici paesi della CEDEAO vige la libera circolazione delle merci e delle persone, ed è possibile soggiornare fino a tre mesi in un paese diverso da quello di origine. C’è una forte mobilità anche tra paesi sub-sahariani e nordafricani, nonostante le massicce espulsioni di immigrati operate da questi ultimi per ricevere finanziamenti dall’UE. S’impara anche che le migrazioni sono fenomeni allo stesso tempo individuali e collettivi. In Africa le famiglie nucleari contano decine di persone (quelle allargate anche centinaia) e molto spesso sono transfrontaliere, perché si parlano le stesse lingue in Paesi diversi. Appoggiarsi a questo sistema di assistenzialismo familiare può facilitare i viaggi. Inoltre, sono spesso le famiglie e le comunità di origine dei migranti a decidere chi deve partire. Giunti a destinazione, gli emigrati devono redistribuire parte di quanto guadagnano tra i parenti a casa: questo può frustrare le loro aspettative di realizzazione personale. Infine, non bisogna dimenticare che la migrazione illegale esiste perché le alternative legali si sono fortemente ridotte. Un esempio: è sempre più difficile ottenere visti per studio o per ricongiungimento familiare, nonostante siano fattispecie che dovrebbero essere garantite in base a convenzioni internazionali firmate anche dall’Italia. Si pensa che regole più rigide facciano desistere chi vuole partire, ma più che altro incentivano le partenze irregolari, con tutti i pericoli ad esse collegati: noi abbiamo in mente i naufragi, ma l’attraversamento del Sahara uccide da due a tre volte di più di quello del Mediterraneo.

manifestazione burkina faso
Manifestazione in Burkina Faso. Fonte: Issouf Sagono/AFP

I paesi della regione stanno attraversando trasformazioni radicali in tanti ambiti diversi: politica, religione, stili di vita. Come mai tali cambiamenti sono avvenuti proprio negli ultimi anni?

A livello politico sta trovando attuazione il messaggio dei politici e degli intellettuali del post-colonialismo: prendere in mano il proprio destino. Dopo le indipendenze numerosi governanti si erano affezionati al potere, cambiando le costituzioni nazionali pur di togliere limiti ai propri mandati: farlo oggi significa andare contro la volontà popolare. Le manifestazioni e le sollevazioni popolari hanno portato a significativi cambi di governo: è successo in Burkina Faso, con la caduta del regime di Compaoré, e in Senegal, quando l’ex presidente Abdoulaye Wade ha lasciato il potere dopo la sconfitta alle presidenziali del 2012. La democrazia è stata riportata al centro del dibattito nazionale, soprattutto dai giovani, il principale motore del cambiamento in ogni epoca e ad ogni latitudine. Questo si lega alla demografia: i giovani africani d’oggi sono la più vasta generazione della storia umana, non contano ancora molto in termini di politica diretta – i politici giovani non sono tanti – ma le loro idee hanno una visibilità maggiore che in passato. E poi c’è l’influenza della tecnologia. Internet consente di superare la carenza di infrastrutture fisiche. Dalla Cina vengono importati smartphone che non hanno più prezzi proibitivi. Sempre più persone mantengono interazioni reciproche più frequenti e un maggiore impegno politico dal basso. Tutto questo sta portando cambiamenti enormi, anche se purtroppo non tutti sono positivi. Ad esempio, c’è una forte affermazione dell’Islam politico, una novità per l’Africa, che fa presa soprattutto sulle masse non scolarizzate. Dietro ad essa ci sono gli investimenti delle monarchie del Golfo, impegnate tra l’altro anche nella cooperazione allo sviluppo, un ambito che ormai non è più appannaggio esclusivo degli occidentali. Tuttavia, credo che la partecipazione politica e lo sviluppo dei media e delle arti consentano di difendersi dalla radicalizzazione religiosa.

Cosa consiglieresti a chi vuole occuparsi, a qualunque titolo, di Africa occidentale?

In primo luogo di venire qui, se possibile, perché l’esperienza diretta non ha eguali. Poi credo sia utile costruirsi una base di conoscenza pregressa prima di partire, ma non dev’essere troppo forte. Bisogna cercare anche di portare con sé un bagaglio capiente ma leggero, per poter imparare quante più cose possibili e riportarle indietro. Ma soprattutto occorre liberarsi di pregiudizi e stereotipi, e ce ne sono tanti. Uno è l’idea che lo sviluppo sia una scala dove noi stiamo in cima e gli africani in basso; in realtà si tratta di un processo che avviene in modo diverso a seconda dei tempi e dei luoghi considerati, e questo non permette di stilare graduatorie. Un altro è il ritenere gli africani intrinsecamente poveri. Più che di povertà dovremmo parlare di impoverimento, perché implica la presenza di agenti che sottraggono le loro risorse: le ex potenze coloniali, ma anche gli attori economici internazionali e le élite locali. Un altro ancora è che quando andiamo in Africa ricopriamo per forza il ruolo degli ex coloni venuti a restituire qualcosa. Se non ci si priva di questi preconcetti, si corre il rischio di trascorrere anche molti anni nella regione senza però capire alcunché.

Lorenzo Pedretti.

 

Foto di copertina di Lorenzo Pedretti nato a Bologna, nel 1990. Laurea Unibo in Scienze internazionali e diplomatiche a Forlì nel 2015, Master in Cooperazione Internazionale di ISPI nel 2016. Servizio civile in Senegal nel 2017-2018. Nel tempo libero musica ascoltata e suonata, letture, alcuni viaggi, escursioni e tentativi di scrittura.

Un pensiero su “Un racconto diverso dell’Africa. Intervista ad Andrea de Georgio

  1. Molto interessante, se mi capita sotto mano lo prendo sicuro 👌🏽 se siete interessati ad Africa e Medio Oriente penso che il mio blog vi potrebbe piacere 😉

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